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Valter di Carlo, “Una porta aperta quando tutto il resto era chiuso”

La testimonianza sulla chiesa di Padre Quirino a Piazza d’Armi

Valter di Carlo, “Una porta aperta quando tutto il resto era chiuso”
La testimonianza di Valter Di Carlo sulla chiesa di Padre Quirino a Piazza d’Armi, tra accoglienza, arte e fede vissuta.

«Scrivo queste righe per amore della verità». Così inizia la testimonianza di Valter Di Carlo, affidata a un testo che ripercorre, senza filtri, il legame personale e umano con la chiesa di Piazza d’Armi guidata da Padre Quirino, luogo che l’autore definisce come uno spazio capace di incarnare «accoglienza, volontariato, compassione, comunità, arte come servizio e spiritualità vissuta».

Il racconto si colloca nel tempo e nello spazio: L’Aquila, anni successivi al sisma. «Era il 2012 quando, in passato dopo aver ricevuto riconoscimenti, stima e ruoli pubblici, mi ritrovai improvvisamente solo». Una frattura netta. «Avevo vissuto passioni vere nello sport, nel corpo forestale e nell’arte. Credevo nello spirito di squadra, nelle relazioni, nella lealtà della comunità». Poi la caduta. «Arrivò un momento di sofferenza estrema e scoprii una verità amara: nel bisogno, la città che mi aveva acclamato mi aveva dimenticato».

Il passaggio è diretto, privo di attenuanti. «Scomparvi dalla vita sociale per circa quattro anni». Un’assenza che diventa presa di coscienza. «Compresi che molte amicizie, se non sono fondate sulla compassione, durano quanto un’eco. Poi resta il silenzio».

In quel silenzio, una sola porta resta aperta. «Fu allora che bussai e una sola porta mi aprì, quella della chiesa di Padre Quirino». L’incontro avviene in una condizione di totale abbandono: «Andai da lui in uno stato di solitudine totale, convinto di essere stato abbandonato da tutti, persino da Dio». Le parole scendono ancora più a fondo: «Mi trovavo in un deserto dell’anima, sentendomi l’ultimo tra gli ultimi».

L’accoglienza non conosce condizioni. «Padre Quirino mi accolse, senza giudizio, senza condizioni». Un gesto che, nella testimonianza, segna un punto di svolta.

Una chiesa nata dopo il terremoto

La chiesa di Piazza d’Armi viene descritta come un luogo concreto, quotidiano, lontano da ogni retorica. «In quella chiesa, nata dopo il terremoto, ho visto il sostegno a persone povere, fragili, bambini, persone semplici, libere dall’arrivismo e dal carrierismo».

È qui che l’autore colloca la propria rinascita. «Lì è avvenuta la mia rinascita, anche come scultore». Un’arte definita con parole precise: «Un’arte che non cercava consenso, ma verità. Un’arte che non era produzione, ma resistenza».

La malattia e i Sette Dolori di Maria

Il racconto prosegue senza ellissi. Dopo un viaggio a Medjugorje, «arrivò la malattia». Durante la chemioterapia nascono le opere. «Durante la chemioterapia realizzai i Sette Dolori di Maria legati alla Madonna Fore».

Il corpo cede, lo spirito resta vigile. «Opere nate mentre il mio corpo era provato, ma lo spirito restava vigile, ancorato a una dimensione alta». Ancora una volta, il ruolo della chiesa viene indicato senza ambiguità: «Il sostegno di quella chiesa e di Padre Quirino fu determinante ancora una volta».

Le sculture vengono donate alla comunità. «Quelle sculture, donate alla comunità, furono collocate lungo la Via Matris, tra San Giuliano e Madonna Fore». L’inaugurazione avviene nel 2018. «Ogni figura racconta il dolore della Vergine: la profezia di Simeone, la fuga in Egitto, lo smarrimento di Gesù, l’incontro sul Calvario, la Crocifissione, la Deposizione, la Sepoltura».

«Gli unici presenti furono Padre Quirino e le confraternite»

Il dettaglio finale pesa come un macigno. «Gli unici presenti furono Padre Quirino e i confratelli delle confraternite: custodi silenziosi della tradizione, della sacralità, della vera cultura aquilana». Una definizione netta: «Perché la cultura non è visibilità, la cultura è memoria viva che porta alla compassione».

La chiesa viene descritta come molto più di un edificio religioso. «Quella chiesa non è solo una chiesa. È stata un oratorio, un centro culturale, un luogo di musica, arte, dibattito, accoglienza». Uno spazio attraversato da persone comuni e figure istituzionali. «È stata un simbolo vivo della cultura aquilana».

«Eppure, oggi c’è chi la definisce ‘abusiva’»

«Eppure, oggi c’è chi la definisce “abusiva”». L’autore ribalta il significato della parola. «Chi usa questa parola dovrebbe interrogarsi sul significato profondo dell’abuso». La frase si fa incalzante: «Perché, se è abuso accogliere, ascoltare, dare dignità, allora molte liturgie pubbliche, molti eventi celebrativi, molti palchi pieni di parole e vuoti di gesti dovrebbero essere chiamati allo stesso modo».

Segue un elenco di contraddizioni vissute come tali. «C’è chi ama definirsi, a microfono acceso, donna, madre, cristiana». «C’è chi sventola rosari come simboli identitari». «C’è chi si china davanti a una Porta Santa battendosi il petto, dinanzi uno scatto fotografico».

Il punto resta fermo. «Ma intanto si smantellano anche con le parole i luoghi che accolgono davvero i figli dei poveri». «Si chiudono le porte a chi chiede ascolto, riparo, pane e dignità».

Celestino V come misura di coerenza

Il riferimento storico è esplicito. «La chiesa di Padre Quirino nasce sugli stessi principi di Celestino V: rifiuto del carrierismo, rifiuto del potere come misura del valore umano, scelta radicale degli ultimi». Principi che l’autore giudica oggi «spesso svuotati e trasformati in rituale elitario».

Il parallelo con la città è diretto. «Se Celestino V viene ridotto a simbolo buono per cerimonie e onori, e se si smantella la chiesa fondata sugli stessi valori, allora si tradisce la storia e la cultura dell’Aquila».

Anche la Perdonanza entra nel discorso. «Così come la Perdonanza, quando diventa palcoscenico separato da teli oscurati, staff e barriere, lasciando i figli dei poveri ai margini accanto agli invisibili».

«Io non resterò in silenzio»

La testimonianza si chiude senza ambiguità. «Ho sentito dire che c’è chi ritiene superata la fase emergenziale post sisma e di conseguenza non più necessario mantenere questa struttura». L’autore oppone un’altra lettura. «Il terremoto avrebbe dovuto insegnarci il valore della prevenzione».

E ancora: «Nel caso di un evento improvviso, un luogo come questo probabilmente potrebbe rappresentare un punto di riferimento e di riparo per i nostri figli e per la comunità».

L’ultima frase è una dichiarazione di responsabilità personale. «Io non posso e non resterò in silenzio per amore di questa città e per gli insegnamenti da quel luogo ricevuti».