L’AQUILA – A volte sembra un gesto insignificante. Per molti è un’abitudine: tornare a casa, chiudere una porta, infilarsi sotto una coperta. Non ci pensiamo. Eppure c’è chi una casa non ce l’ha. Né un letto, né un riparo.
Sono gli invisibili della nostra società. Li chiamiamo “extracomunitari”, “stranieri”, “senza tetto” usando parole che spesso servono solo a mettere distanza. Talvolta li vedi alla pensilina terminal bike, attaccati a una presa elettrica per ricaricare il cellulare (per i pochi che lo possiedono). Alcuni hanno un monopattino o una bike elettrica, altri si confondono tra gli studenti, tra la gente che passeggia. I più fortunati trovano un lavoro, spesso come rider per consegnare cibo e bevande da ristoranti, pizzerie e fast food ai clienti , e li incroci nel traffico cittadino mentre zigzagano tra le auto in coda, e la notte quasi non li vedi.
Ma l’inverno aquilano non perdona. Qui il freddo entra nelle ossa e la notte diventa un nemico reale. Negli ultimi giorni Il Centro e L’Aquila Blog hanno raccontato una realtà che non può più essere ignorata. Trentadue persone – in gran parte giovani pakistani e afgani – si sono presentate alla Mensa di Celestino della Fraterna Tau chiedendo un pasto caldo. Trentadue ragazzi senza un posto dove dormire.
Pierino Giorgi, presidente dell’associazione, ha parlato di una situazione che non è più episodica. Arrivano lungo la rotta balcanica, “si passano la voce”, raggiungono parenti e conoscenti. L’Aquila diventa una tappa, ma senza strumenti pronti ad accoglierli. La richiesta è elementare: coperte, giubbotti, maglioni. Aiuti necessari, ma insufficienti, perché la notte continuano a passarla all’aperto, con temperature proibitive. «Vado via con il magone – ha raccontato Giorgi – sapendo che ancora devono dormire fuori».
È qui che l’emergenza smette di essere solo assistenza e diventa una questione che interpella le istituzioni. Per questo la Fraterna Tau, insieme ad altre realtà del volontariato, ha scritto alla Prefettura chiedendo un incontro. Perché non si può continuare a tamponare: un pasto caldo e poi di nuovo la strada.
Intanto la città scorre. Le luminarie brillano nel centro storico, la ruota panoramica gira lenta, l’aria profuma di zucchero filato e vin brulé. Basta abbassare lo sguardo, però, per vedere un giaciglio di cartoni pronto ad accogliere un uomo per un’altra notte. All’Aquila, la notte si gela. Ogni notte che passa è una notte di sofferenza. Di freddo che penetra nelle ossa. Di dignità umana calpestata dal gelo.
Questi ragazzi vengono da Pakistan e Afghanistan, da terre segnate dalla guerra e dalla violenza. Hanno attraversato deserti e mari, sfidato la morte per cercare ciò che noi diamo per scontato: un tetto, un riparo, una possibilità di futuro. Noi aquilani sappiamo cosa significa ricevere aiuto quando tutto crolla. Dopo il terremoto del 2009 il mondo ci ha teso la mano. Persone sconosciute, da paesi lontani, hanno aperto i loro cuori per noi. Ora tocca a noi. Ora dobbiamo essere quella mano tesa che non abbiamo mai dimenticato. Il 16 novembre scorso abbiamo organizzato una gita in bicicletta con tre ragazzi ospiti della Comunità Mani Tese della Fraterna Tau. Avevamo donato loro delle biciclette. È stata un’esperienza che ci ha cambiati. Durante la pedalata ci hanno detto “grazie” mille volte. Alla fine, con gli occhi pieni di speranza, ci hanno chiesto: «Lo rifacciamo domenica prossima?». Quella speranza non può morire assiderata nella notte. Non chiediamo l’impossibile. Chiediamo ciò che è giusto, umano, urgente. Una palestra, una struttura temporanea, un edificio pubblico inutilizzato: qualunque soluzione che tolga queste persone dal gelo mortale di queste notti. Non lasciamo che L’Aquila, città che conosce la solidarietà ricevuta, diventi una città che nega la solidarietà dovuta. Il freddo non aspetta. E la nostra umanità nemmeno dovrebbe farlo.









