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La “famiglia nel bosco” e il diritto dei bambini al mondo

Lo sguardo pedagogico di Dafne Guida

La famiglia nel bosco
In un contesto mediatico spesso polarizzato, tra chi parla di libertà familiare violata e chi invoca l’intervento dello Stato come unica tutela possibile, si inserisce la riflessione di Dafne Guida, imprenditrice sociale, filosofa e consulente pedagogica, presidente e direttrice generale di servizi educativi e componente di importanti realtà accademiche e sociali. Nel suo intervento pubblicato su Pedagogia.it, Guida invita a spostare lo sguardo dal conflitto allo spazio del dialogo, ricordando che «i figli non sono proprietà dei genitori, ma appartengono al mondo».

L’AQUILA – La vicenda della cosiddetta “famiglia nel bosco” continua ad attraversare le cronache giudiziarie e il dibattito pubblico. La Corte d’Appello dell’Aquila ha infatti rigettato il reclamo presentato dai legali di Nathan Trevallion e Catherine Birmingham, confermando l’ordinanza del Tribunale per i Minorenni che dispone la sospensione della responsabilità genitoriale e il collocamento dei tre figli minori in una casa famiglia a Vasto. Una decisione che mantiene invariato il quadro già delineato lo scorso novembre, quando i bambini furono trasferiti da Palmoli, e che ribadisce la sussistenza di condizioni ritenute ancora pregiudizievoli per il loro benessere fisico, psichico e relazionale.

In un contesto mediatico spesso polarizzato, tra chi parla di libertà familiare violata e chi invoca l’intervento dello Stato come unica tutela possibile, si inserisce la riflessione di Dafne Guida, presidente di Stripes cooperativa sociale onlus, imprenditrice sociale, filosofa e consulente pedagogica, presidente e direttrice generale di servizi educativi e componente di importanti realtà accademiche e sociali. Nel suo intervento pubblicato su Pedagogia.it, Guida invita a spostare lo sguardo dal conflitto allo spazio del dialogo, ricordando che «i figli non sono proprietà dei genitori, ma appartengono al mondo».

A guidare il suo pensiero è una visione profondamente pedagogica e umanistica, richiamata dalle parole di Khalil Gibran: i figli come “frecce vive della vita stessa”, da accompagnare nel loro volo, non da trattenere. In questa prospettiva, la questione non è scegliere da che parte stare, ma riconoscere che educare significa preparare all’incontro con l’altro, con ciò che è diverso da sé e dal proprio nucleo familiare. Un passaggio che, secondo Guida, è essenziale per lo sviluppo dell’empatia, della socialità e di un apprendimento autentico.

La Costituzione italiana affida allo Stato il compito di garantire i diritti dei minori, intervenendo quando la famiglia non è in grado di assolvere pienamente a questa funzione. Tuttavia – sottolinea Guida – questo intervento non dovrebbe mai trasformarsi in un’imposizione autoritaria o in uno strappo improvviso, ma configurarsi come un percorso di accompagnamento, confronto e mediazione. La pedagogia, in questo senso, non giustifica né l’abbandono dei bambini a contesti potenzialmente dannosi, né una sostituzione rigida e traumatica del ruolo genitoriale. Nel caso della “famiglia nel bosco”, ciò che emerge è una tensione irrisolta tra natura e cultura, tra scelta individuale e regole condivise, tra autonomia familiare e responsabilità collettiva. I giudici hanno evidenziato carenze significative legate alla salute, all’igiene e alla socializzazione dei minori, elementi che hanno reso necessario l’allontanamento temporaneo. «Ma la pedagogia – ricorda Guida – invita a leggere anche questa misura come una possibile occasione educativa, se accompagnata da un lavoro serio di integrazione tra famiglia, scuola e servizi».

«Se ci fermassimo solo alla contrapposizione tra famiglia e istituzioni – scrive – rischieremmo di ridurre la complessità a uno scontro sterile». Il vero nodo è costruire vere e proprie alleanze educative, in cui lo Stato non sia percepito come un nemico e la famiglia non venga delegittimata, ma entrambe possano riconoscersi corresponsabili del benessere dei bambini. Scuola e servizi sociali, in questa visione, non sostituiscono la famiglia, ma la affiancano, offrendo ai più piccoli l’opportunità di conoscere il mondo oltre il “bosco” domestico e di sviluppare competenze relazionali fondamentali.

In sostanza, lo sguardo di Dafne Guida restituisce alla vicenda una profondità che va oltre la cronaca giudiziaria. È un invito a rallentare il giudizio, a evitare semplificazioni e a interrogarsi su come trasformare una misura di tutela in un percorso di crescita condivisa. «Perché educare – conclude Guida- significa proteggere senza imprigionare, accompagnare senza possedere, e preparare i bambini a volare nel mondo con ali aperte all’incontro, alla differenza e alla responsabilità».