Dal Sacro Speco di Subiaco all’oratorio di San Pellegrino a Bominaco: i monasteri benedettini custodi dei primi ritratti del Poverello d’Assisi, tra l’accoglienza dell’abate Giovanni VI di Tagliacozzo e il nascere di una nuova iconografia
Nei giorni scorsi l’Abruzzo è stato protagonista alle celebrazioni per San Francesco ad Assisi, offrendo l’olio per la lampada votiva sulla tomba del Patrono d’Italia. E Assisi è senz’altra il cuore della devozione francescana. Ma c’è un affresco che, più di ogni altro, ci restituisce l’immagine viva di del poverello d’Assisi: non il santo canonizzato, non l’icona stigmatizzata e gloriosa, ma l’uomo Francesco, povero e penitente, colto nel suo tempo. È il ritratto che ancora oggi si conserva nel Sacro Speco di Subiaco, dipinto nella cappella di San Gregorio, e universalmente considerato la più antica raffigurazione del santo.
Un Francesco senza aureola e senza stimmate
L’affresco sublacense è sorprendente: Francesco non ha aureola né stimmate, segni che verranno introdotti solo dopo il 1224 e, in maniera più stabile, soltanto dopo la sua canonizzazione del luglio 1228. Accanto alla figura, la semplice scritta “FRATER FRANCISCUS” ricorda a tutti che non si sta rappresentando un santo irraggiungibile, ma un frate vivo, amico, compagno di viaggio.
È questa la grande novità: per la prima volta la pittura non illustra una leggenda o un miracolo, ma ci consegna un ritratto dal vero, dipinto da chi vide Francesco e volle fissarne la fisionomia.
Il soggiorno a Subiaco e l’incontro con l’abate di Tagliacozzo
San Francesco si recò a Subiaco nel 1223, attratto dai luoghi segnati dall’esperienza di San Benedetto, padre del monachesimo occidentale. Qui trovò accoglienza presso l’abate Giovanni VI (1217-1227), originario di Tagliacozzo, in Abruzzo, già priore del medesimo cenobio.
La presenza di un abate marsicano al centro di questa vicenda lega indissolubilmente Tagliacozzo alla nascita dell’iconografia francescana. Lo storico ottocentesco Giuseppe Gattinara lo ricordava fra gli “uomini illustri” della città: colui che ebbe l’onore di ospitare Francesco e di donargli un romitorio.
Figura di rilievo nella storia sublacense, Giovanni VI donò a Francesco il romitorio di San Pietro in Desertis, che diventerà in seguito il convento di San Francesco a Subiaco. Questo gesto sancì un legame profondo: tra i Benedettini, custodi della stabilità monastica, e i Francescani, portatori di un carisma itinerante e mendicante.
È in questo clima che nacque il ritratto del Sacro Speco, commissionato probabilmente da un monaco che aveva grande venerazione per il frate d’Assisi.

Subiaco e Bominaco: due volti dello stesso Francesco
Ma non solo. L’Abruzzo custodisce un altro straordinario testimone di quella stagione iniziale: l’affresco dell’oratorio di San Pellegrino aBominaco. Qui Francesco è rappresentato nimbato, ma privo di stimmate, un dettaglio che ci riporta anch’esso a un’epoca anteriore alla sua canonizzazione.
Le due immagini – quella del Sacro Speco e quella di Bominaco – raccontano un medesimo fenomeno: la “timida fortuna” dell’iconografia francescana nei primi anni, accolta soprattutto nei contesti benedettini. Subiaco e Bominaco sono pietre miliari che testimoniano il modo in cui l’arte cercava di tradurre il volto di un uomo che già in vita era circondato da fama di santità.
L’una, più nota, ci restituisce Francesco come fu visto a Subiaco; l’altra, più nascosta, lo tramanda all’interno della cultura figurativa abruzzese, con la stessa forza di autenticità.
Un intreccio di cammini tra arte e spiritualità
Il Maestro di Frate Francesco, autore dell’affresco sublacense, seppe andare oltre lo stile bizantino dominante, dando al volto del santo una tensione spirituale nuova: un profilo scarno, segnato, eppure vivo, che sembra proiettarsi nello spazio reale. A distanza di secoli, ancora commuove lo sguardo intenso e fragile di quel “frater” che aveva scelto la povertà come regola di vita.
Bominaco, dal canto suo, conserva un’immagine meno studiata ma altrettanto preziosa, quasi un’eco del ritratto sublacense, che testimonia come l’Abruzzo sia stato custode silenzioso di un patrimonio spirituale e artistico universale.
Così, attraverso Subiaco, Tagliacozzo e Bominaco, si disegna un triangolo storico-artistico che lega il Lazio e l’Abruzzo alle origini della memoria figurativa di San Francesco, che un abate di Tagliacozzo vide entrare nel suo monastero, semplice e povero, ma capace di parlare al cuore degli uomini di ogni epoca.
E l’Abruzzo, attraverso la memoria di Giovanni VI e l’immagine di Bominaco, rimane parte viva di questa storia che ancora oggi unisce arte, fede e memoria.









