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Fine vita, la Sardegna rompe il silenzio

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La Sardegna ha approvato la legge sul fine vita, diventando la seconda regione italiana – dopo la Toscana – a fissare regole chiare

La Sardegna ha approvato la legge sul suicidio medicalmente assistito, diventando la seconda regione italiana – dopo la Toscana – a fissare regole chiare su un terreno che da anni resta sospeso tra sentenze costituzionali e un Parlamento incapace di decidere. Un passo che scuote l’immobilismo nazionale e apre uno spiraglio in quel pantano legislativo in cui il tema del fine vita è rimasto bloccato tra rinvii, teatrini politici e boicottaggi.

Il Consiglio regionale di Cagliari ha votato con 32 sì e 19 no una norma che, in applicazione della sentenza della Consulta del 2019, stabilisce tempi e procedure per chi, affetto da patologia irreversibile e dipendente da trattamenti vitali, sceglie consapevolmente di accedere al suicidio assistito. A vigilare saranno commissioni multidisciplinari e comitati etici territoriali.
Non è una rivoluzione: la Consulta aveva già aperto la strada. Ma è la prima volta che un territorio definisce tempi certi e criteri operativi, sottraendo i malati a un’attesa che può trasformarsi in tortura.

Da anni il legislatore nazionale promette e rinvia. Commissioni che si sciolgono nel nulla, testi che evaporano a fine legislatura, comitati ristretti che producono solo fumo. Nel frattempo i malati continuano a chiedere: oltre 16mila richieste in un anno, di cui più di 1.700 legate a eutanasia e suicidio assistito.
Anche l’avvocatura sollecita un intervento: il 77% degli avvocati italiani ritiene urgente una legge che garantisca certezza giuridica e dignità alle persone.

Il punto non è ideologico, è umano. L’unico valore condivisibile è la libertà di scegliere. Nessuno Stato democratico può imporre a un malato di vivere contro la propria volontà. Eppure, l’Italia resta divisa tra chi invoca le cure palliative come soluzione universale e chi denuncia un sistema sanitario incapace di assicurarle a tutti.

La legge sarda è già sotto attacco. Le opposizioni parlano di “provocazione istituzionale” destinata a essere cassata dalla Corte costituzionale. Pro Vita la definisce addirittura “omicida” e chiede al Governo di impugnarla. Ma proprio in questo scontro emerge il nodo centrale: se le Regioni iniziano a muoversi, il Parlamento non potrà più restare immobile.

La Sardegna ha infranto un tabù: ha scelto di non girarsi dall’altra parte. Non bastano più commissioni e giri di parole. Servono tre azioni concrete, subito. Primo: una legge nazionale che metta fine alla lotteria geografica, perché non è accettabile che un malato in Sardegna abbia diritti diversi da uno in Veneto. Secondo: un piano serio sulle cure palliative, oggi a macchia di leopardo e spesso inesistenti. La libertà di scegliere vale se puoi dire sia “ancora” che “basta”, non se sei costretto a un’unica via. Terzo: tempi chiari e trasparenti. Non è dignitoso lasciare famiglie per mesi nell’incertezza, tra burocrazia e tribunali, o spingerle verso un viaggio della disperazione in Svizzera.

In gioco non è la morte, ma il modo in cui vogliamo vivere l’ultimo tratto.