C'è un luogo, sopra L’Aquila, che si stende ampio come un antico pensiero. Campo Imperatore non è solo un altopiano: è un altare laico della memoria, sospeso tra le vette dell’Appennino e le pieghe più profonde della nostra storia.

L’AQUILA – Come avrebbe raccontato Piero Calamandrei la rinascita dell’hotel dove finì il fascismo “Se voi volete andare in pellegrinaggio nel luogo dove è nata la nostra Costituzione, andate nelle montagne dove caddero i partigiani, nelle carceri dove furono imprigionati, nei campi dove furono impiccati” (Piero Calamandrei, 26 gennaio 1955).
C’è un luogo, sopra L’Aquila, che si stende ampio come un antico pensiero. Campo Imperatore non è solo un altopiano: è un altare laico della memoria, sospeso tra le vette dell’Appennino e le pieghe più profonde della nostra storia.
Proprio qui, nel cuore del massiccio del Gran Sasso, a oltre 2.100 metri di altitudine, sorge l’Hotel Campo Imperatore, un edificio costruito nel 1934 su progetto di Vittorio Bonadè Bottino, architetto del Regime. L’hotel, nato per ospitare l’élite del turismo d’alta quota, divenne invece – quasi per beffa del destino – la prigione di Benito Mussolini,  dal 28 agosto al 12 settembre 1943, nei giorni che precedettero la sua rocambolesca liberazione da parte dei paracadutisti tedeschi nel settembre 1943.
Se Piero Calamandrei, giurista e padre costituente, avesse camminato oggi tra quei corridoi, forse avrebbe annotato con tono amaro e civile: “Il fascismo non morì a Campo Imperatore, ma fu qui che si spogliò del suo mito d’invincibilità. Da lassù, cadde per la prima volta.”
“Il carcere tra le nuvole”, dopo la caduta del Duce il 25 luglio 1943, il nuovo governo Badoglio lo condusse in segreto in vari luoghi, fino a scegliere proprio l’albergo sperduto sul Gran Sasso come ultima destinazione. Isolato, sorvegliato, irraggiungibile: sembrava sicuro. Ma il 12 settembre 1943, i tedeschi, guidati dal maggiore delle SS Otto Skorzeny, realizzarono la celebre “Operazione Quercia” con l’ausilio di alianti e truppe speciali. 

Nell’Operazione Quercia, che portò alla liberazione di Benito Mussolini dal Gran Sasso, morirono due persone: la guardia forestale Pasquale Vitocco e il carabiniere Giovanni Natale. 
Pasquale Vitocco, un guardia forestale di 39 anni di Assergi, fu colpito a morte dai soldati tedeschi mentre cercava di allontanarsi dalla zona, forse temendo per la sua sicurezza. Il carabiniere Giovanni Natale, di 41 anni, in servizio alla stazione dei carabinieri di Sassa, fu ucciso durante un tentativo di resistenza quando il distaccamento tedesco raggiunse la stazione della funivia. 
Queste due vittime molto spesso dimenticate nella narrazione storica dell’Operazione Quercia, sono state ricordate con intitolazioni di targhe in loro memoria alla stazione di base della funivia del Gran Sasso. 

Il mondo vide la scena in un cinegiornale: l’albergo che svettava sopra le nubi, il Duce imbolsito che lasciava la montagna come un’ombra. E l’hotel, da allora, entrava nella leggenda.
Oggi, quell’edificio sta per tornare a vivere. Come riportato da Il Messaggero Abruzzo cronaca dell’Aquila, ripartono i lavori di ristrutturazione dell’hotel, con l’ambizione di trasformarlo in resort di lusso da 80 posti letto, nel pieno rispetto del suo valore storico e architettonico. Ristrutturazione di memoria.
Il progetto, da oltre 3 milioni e mezzo di euro, prevede il rifacimento degli impianti, l’abbattimento delle barriere architettoniche, la creazione di un centro benessere con piscina interna, sauna, bagno turco, una sala lettura restaurata, un ristorante e spazi di servizio. La hall storica sarà restaurata mantenendo le pavimentazioni originali, e anche la parte servizi – che ospita la polizia, la scuola sci, l’infermeria e il noleggio – sarà rinnovata per ripartire al più presto.
Un percorso in salita, come le vette che circondano l’hotel, che si era interrotto per problemi emersi durante gli scavi e che ha ripreso slancio dopo l’approvazione della variante un mese fa.
Ristrutturare un edificio come questo non è solo un fatto edilizio. È un atto simbolico. È toccare con rispetto la pietra che ha visto la storia, sapendo che ogni nuova finestra aperta, ogni muro restaurato, racconta qualcosa di noi. Di chi eravamo. Di chi vogliamo essere, come un altopiano della coscienza.
A Campo Imperatore, dove l’aria è sottile ma le idee devono restare pesanti, torneranno ospiti e turisti. Ma che non si dimentichi, in mezzo ai comfort e al benessere, che la libertà, prima che una vista spettacolare è un bene conquistato anche lassù, da preservare.

Campo Imperatore, memoria d’altura