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Quando D’Annunzio narrava la morte del cervo

Quando D’Annunzio narrava la morte del cervo

La morte del cervo è una poesia che fa parte di Alcyone, la raccolta di liriche di Gabriele D’Annunzio pubblicata nel 1903 e capolavoro poetico del Novecento

La morte del cervo è una poesia che fa parte di Alcyone, il libro dannunziano pubblicato nel 1903, capolavoro poetico del nostro Novecento. Datata in un manoscritto “Romena, 24 agosto 1902. Mezzanotte (domenica)” e pubblicata nel Marzocco del 31 maggio 1903, a più di cento anni di distanza il componimento di Gabriele D’Annunzio torna tristemente e prepotentemente attuale. La delibera della Giunta della Regione Abruzzo dell’8 agosto ha infatti approvato, a partire dalla metà di ottobre, un piano faunistico-venatorio che consentirà ai cacciatori, in due aree dell’aquilano, di uccidere 469 cervi. Decisione che ha sollevato un vespaio di critiche da ogni parte, da associazioni animaliste e ambientaliste a volti noti della politica e dello spettacolo. 

Ne La morte del cervo D’Annunzio fissa lo stupore/terrore provato assistendo alla scena della lotta tra la figura mitica del centauro e un maestoso esemplare di cervo, ambientata sulle rive del fiume toscano Serchio. In realtà, in un appunto del poeta pescarese, si è trovato l’abbozzo di una lirica che doveva intitolarsi I cervi naufraghi oppure I cervi in alto mare: “I cervi che traversano il Serchio sono trascinati talvolta dalla corrente nel mare. I marinai vedono le corna ramose dell’animale natante, e lo pescano vivo! Così accade anche dei cignali”. Questo progetto finì col cedere il passo a un’altra e ben più nota poesia, La morte del cervo appunto, dove un D’Annunzio superomistico non ci presenta una natura incontaminata e paradisiaca, ma un tragico mito in atto: la morte del cervo nel combattimento col centauro. Il poeta si trova sulle sponde del Serchio e attende il cervo. All’improvviso vede il busto di un uomo tra le acque che nuota per attraversare il fiume, che però si rivela essere un centauro. Il poeta-spettatore, udito il bramito del cervo raggiunto dal centauro, si sente solidale con quest’ultimo e assiste in disparte alla loro lotta tra la vita e la morte. “Bramir di furia e di dolore“, “fiocchi di bava“, “lo schianto stridulo dell’osso infranto“, “sangue rosso“: alla fine è il cervo a soccombere. Il centauro ne stacca le corna per farne un trofeo e poi scompare nelle ombre del crepuscolo. Tutto lo scontro è narrato con continui colpi di scena, con un lessico prezioso e ricercato, ricco di parole forti e acri e dal ritmo spezzato. 

Sulla figura del centauro, creatura biforme generata dalla Nube e da Issione, si staglia il mito della modernità, della velocità e della macchina, variamente declinato dalla letteratura d’avanguardia. La poesia venne anche tradotta plasticamente dallo scultore Clemente Origo nel gruppo bronzeo esposto a Venezia nel 1907. Per la circostanza, La morte del cervo viene ristampata un commento di D’Annunzio: “l’uomo moderno non è se non un centauro storpio e mutilato il quale ricostituisce il mito primitivo riconnettendo indissolubilmente il suo genio all’energia atroce della Natura. […] Una insaziabile fame di conoscenza lo incita a misurare tutti gli spazii, a trascendere ogni confine, a respingere sempre verso gli orizzonti i limiti dei suoi dominii che il desiderio supera sempre in grandezza”. Più tardi, in una favilla del 1924intitolata Il dèmone mimetico, D’Annunzio rivivrà la stesura del componimento. Le faville sono prose elaborate dai taccuini del poeta, dove deflagra un’introspezione visionaria al limite del narcisismo e al passato ritorna con l’intento di cogliervi i segni “dell’alta sorte”, ossia il presagio del suo destino d’eccellenza. Scrive dunque D’Annunzio, rievocando il suo totale coinvolgimento e mimando l’attitudine del centauro: 

“Ora m’imbestio. Di non so che divina bestialità m’inebrio .. Una specie di demone mimetico mi possiede. La sua veemenza mi respinge dalle mie carte, mi prende, mi tiene. Mi preme la nuca, mi piega la schiena, m’abbassa le braccia, mi ponta le mani aperte su l’impiantito di mattoni, mi cangia le mani e i piedi in quattro zoccoli, m’avviluppa la lingua tra parola che rigna e nitrito che parla, mi chiude nel contorno vocale della mia strofa che io chiudo”.

Un po’ come diceva Platone nella Repubblica: “Non sarà il demone a scegliere voi, ma sceglierete voi il vostro demone”. Nella favilla ritorna la memoria di quel giorno d’agosto di inizio Novecento, cominciato con un’inebriante cavalcata mattutina. Lì il poeta aveva avvertito il perfetto accordo equestre: “come s’io mi provassi in commettermi al cavallo e in ottener la perfezione dell’innesto”. L’esperienza di identificazione divenne esigenza impellente di scrittura: “Faccio di gitto. Formo d’animo e gitto di bronzo; e attendere non posso”. È la compresenza di umano e divino, d’istintualità e mistero nelle forze che governano l’esistenza. 

Ma alla tragica sorte del cervo, vittima di quel centauro che rappresenta la sete insaziabile dell’uomo moderno, ne preferiamo un’altra, sempre di matrice dannunziana. In un manoscritto autografo del 20 agosto del 1902 – dunque qualche giorno prima dell’elaborazione de La morte del cervo – ricompare la figura del cervo, che questa volta avrà più fortuna. Aggirandosi insieme a un compagno lungo le rive del fiume Serchio, il poeta contempla in maniera appassionata la bellezza della natura selvaggia. Si ode all’improvviso il bramire di un cervo che, separatosi dal branco, si ritira nella selva per riposare, lasciando sul terreno orme a forma di “cor purpureo danzante”. Sarebbe stato facile preda per un abile cacciatore, ma l’animale non sarà ucciso dai due protagonisti. “Inermi e sazii di bellezza”, sono paghi delle emozioni che hanno fatto palpitare il loro cuore all’udire il richiamo d’amore dell’animale. Ecco, vogliamo fermarci qui, con l’immagine dannunziana del cervo libero che bramisce “nei silenzii della Luna”.