L’AQUILA – Centinaia di milioni di dollari investiti solo da Elon Musk, miliardi mobilitati dai grandi finanziatori della politica americana, una macchina elettorale sostenuta da alcuni degli uomini più ricchi del pianeta. Non sono bastati. A decidere sono stati gli elettori.
È il dato politico più significativo delle elezioni di metà mandato del 3 novembre, che hanno segnato una sconfitta di dimensioni storiche per Donald Trump e ciò che rimane del Partito Repubblicano.
Secondo Public Citizen, Musk ha versato personalmente circa 445 milioni di dollari ai super PAC, i comitati che possono raccogliere finanziamenti senza limiti per sostenere o contrastare i candidati. Complessivamente, 515 grandi donatori hanno contribuito con 4,2 miliardi di dollari, distribuiti tra diversi schieramenti ma per lo più per i repubblicani.
Cifre che assumono un significato particolare in un Paese nel quale milioni di famiglie devono fare i conti con il costo della vita, delle abitazioni e dell’assistenza sanitaria, mentre le politiche fiscali dell’amministrazione Trump hanno previsto consistenti riduzioni delle imposte, con benefici rilevanti per i redditi e i patrimoni più elevati.
Emblematico quanto successo in California, dove il 3 novembre gli elettori erano chiamati a votare anche su diversi quesiti, come la proposta di introdurre un’imposta una tantum del 5 per cento sui patrimoni miliardari. La proposta ha incontrato una campagna di opposizione finanziata con centinaia di milioni di dollari, probabilmente più di quanto la stessa tassa avrebbe generato, pur di difendere i consistenti tagli alle tasse di cui sono giovati in questi due anni gli uomini più ricchi della storia.
Il risultato della notte riguarda anche chi negli Stati Uniti non vota. Italiani compresi, molti dei quali hanno seguito lo spoglio fin dalle prime ore del mattino, quando non hanno trascorso direttamente la notte davanti ai risultati. Con la consapevolezza che oggi le elezioni americane possono incidere sulle nostre vite persino più delle politiche italiane.
È uno dei paradossi della globalizzazione: alcune delle decisioni che più influenzano il nostro futuro vengono prese da governi che non abbiamo alcuna possibilità di eleggere.
Il voto
I democratici hanno dunque riconquistato il Senato, ribaltando la maggioranza repubblicana che aveva accompagnato i primi due anni del secondo mandato di Trump. Partivano da 47 seggi contro 53 e, secondo i dati diffusi nelle prime ore del mattino italiano, hanno raggiunto quota 54, con la possibilità di arrivare a 55 al termine degli scrutini ancora aperti.
Alla Camera dei rappresentanti, le proiezioni indicano circa 255 seggi democratici sui 435 complessivi, ben oltre i 218 necessari per la maggioranza.
Anche il voto nazionale mostra le dimensioni dello spostamento: con circa l’80 per cento delle schede scrutinate, i democratici risultavano avanti con il 54,9 per cento contro il 43,8 dei repubblicani.
Trump dovrà quindi affrontare la seconda metà del mandato con un Congresso politicamente ostile, in grado di ostacolare parte della sua agenda legislativa, rafforzare il controllo sull’amministrazione e avviare indagini parlamentari.
Il Texas cambia colore, sconfitte nell’Ohio di Vance. Rubio si salva per un soffio in Florida
Il risultato più clamoroso arriva dal Texas, una delle principali roccaforti repubblicane. James Talarico ha sconfitto Ken Paxton nella corsa al Senato, conquistando un seggio che i democratici non vincevano dal 1988. Gina Hinojosa ha battuto il governatore uscente Greg Abbott, riportando il partito alla guida dello Stato dopo oltre trent’anni e diventando la prima governatrice texana di origine latinoamericana.
Un terremoto politico in uno Stato che appena due anni fa aveva premiato Trump alle presidenziali con quasi quattordici punti di vantaggio.
Non meno significativa la sconfitta repubblicana in Ohio, lo Stato d’origine del vicepresidente JD Vance. Sherrod Brown ha riconquistato il seggio al Senato perso nel 2024, battendo Jon Husted, mentre Amy Acton ha sconfitto Vivek Ramaswamy nella corsa a governatore.
I democratici hanno ottenuto risultati importanti anche in Kansas (non accadeva da quasi un secolo), Iowa, South Carolina, Maine e North Carolina.
In Florida, invece, Ashley Moody ha conservato per i repubblicani il seggio già occupato da Marco Rubio, oggi segretario di Stato, ma con un margine sensibilmente più ristretto rispetto alle precedenti elezioni. Tra i risultati storici anche l’elezione di Juliana Stratton al Senato per l’Illinois: per la prima volta tre donne afroamericane siederanno contemporaneamente nella camera alta del Congresso. E dall’Alaska potrebbe arrivare la prima senatrice nativa americana. Abdul El Sayed sarà il primo senatore musulmano, e infine due donne, saranno le prime governatrici afroamericana e nativa americana, della storia americana, rispettivamente in Georgia e New Mexico. Altri segnali che ribaltano completamente l’agenda trumpiana di questi due anni con le vicende dell’ICE.
Due anni sulle montagne russe
La sconfitta arriva dopo due anni nei quali il ritorno di Trump alla Casa Bianca ha sottoposto l’economia mondiale e gli equilibri internazionali a continue tensioni.
Dai dazi alle relazioni commerciali, dai rapporti con gli alleati europei alle scelte sulla sicurezza fino al rapporto con il suo alleato più fedele Putin, l’amministrazione americana ha imposto a governi, imprese e mercati una successione di cambiamenti che ha investito direttamente anche l’Europa.
Nel 2024, anche in Italia e non soltanto a destra, c’era chi guardava con favore a un ritorno di Trump, immaginandone possibili benefici per gli equilibri internazionali. Due anni dopo, quelle aspettative devono confrontarsi con le politiche effettivamente adottate e con le loro conseguenze.
Il voto americano non cancella quanto accaduto, né risolve automaticamente le tensioni internazionali. Cambia però il quadro politico nel quale Trump dovrà muoversi.
La concentrazione della ricchezza nelle mani di pochi grandi imprenditori, soprattutto nei settori tecnologico e finanziario, ha assunto dimensioni globali. Le loro aziende influenzano mercati, comunicazione, investimenti e infrastrutture ben oltre gli Stati Uniti. E la loro capacità di finanziare la politica è incomparabilmente superiore a quella dei comuni cittadini.
Ma il risultato delle elezioni ricorda un principio essenziale, il potere economico non coincide automaticamente con il consenso. È anche il senso della democrazia. Un sistema certamente imperfetto, attraversato da diseguaglianze e contraddizioni, che conserva però la possibilità di rovesciare attraverso il voto equilibri di potere apparentemente consolidati.
È qui che emerge la differenza fondamentale tra Trump e Vladimir Putin. Negli Stati Uniti, nonostante le tensioni istituzionali, gli elettori possono consegnare il Congresso all’opposizione e limitare il potere del presidente. Nella Russia di Putin, la repressione del dissenso e l’assenza di una competizione politica effettivamente libera impediscono un’alternanza comparabile. La differenza non sta soltanto nei leader, ma nelle istituzioni e nella possibilità concreta di cambiarne gli equilibri. E questa forse è la lezione più importante che arriva dall’altra sponda dell’Atlantico.









