L’8 maggio 2025, affacciandosi dalla Loggia centrale della Basilica di San Pietro dopo l’elezione, il nuovo Papa si presentò al mondo con parole destinate a segnare il suo pontificato: “La pace sia con tutti voi”.

L’8 maggio 2025, affacciandosi dalla Loggia centrale della Basilica di San Pietro dopo l’elezione, il nuovo Papa si presentò al mondo con parole destinate a segnare il suo pontificato: “La pace sia con tutti voi”.

Robert Francis Prevost, primo Papa statunitense e primo agostiniano, arrivava al soglio pontificio non come figura mediatica dominante, ma come uomo di missione, formatosi tra il Perù, la vita pastorale e il governo dell’Ordine di Sant’Agostino.

Leone XIV parlò subito della “pace del Cristo Risorto”, definendola “una pace disarmata e disarmante, umile e perseverante”. In quella formula, ripetuta più volte nei giorni successivi, c’era già l’essenza del suo magistero: costruire ponti attraverso il dialogo, ricomporre le fratture del mondo contemporaneo, restituire centralità alla dignità umana.

E in questi primi dodici mesi, ha progressivamente definito il profilo di una Chiesa che vuole tornare a essere punto di riferimento morale in un mondo frammentato. Lui, Leone XIV, sembra voler affrontare la rivoluzione tecnologica come Leone XIII affrontò quella industriale: contro il dogma dell’efficienza, mettere prima di tutto persona umana. Saranno tutti temi trattati, insieme all’intelligenza artificiale, nella sua prima enciclica che uscirà il 15 maggio.

Il suo stile, sobrio e misurato, è stato da alcuni scambiato per debolezza. Ma proprio nella mitezza Leone XIV ha costruito il suo carisma: poche parole profonde; nessuna ricerca dello scontro, ma grande fermezza di contenuti, ad esempio su Ucraina e Medio Oriente.

Lo si è visto anche nelle tensioni con Donald Trump. Dopo le critiche del Papa alla guerra e alle derive autoritarie, il presidente statunitense reagì duramente sui social, definendolo “debole” e “terribile nella politica estera”. Leone ha risposto con una frase che ne sintetizza il carattere: “Non mi fa paura”, e “non voglio aprire un dibattito”.

Il Papa pellegrino 

Il primo anno da Leone è stato scandito anche dai viaggi apostolici, veri capitoli del suo magistero.

A Istanbul, durante le celebrazioni per i 1700 anni del Concilio di Nicea, il Papa ha rilanciato l’“ecumenismo della pace” insieme al patriarca Bartolomeo, in una città sospesa tra Oriente e Occidente.

Nel Principato di Monaco, cuore della finanza internazionale, ha denunciato “un’economia che uccide” quando dimentica il bene comune, chiedendo una finanza etica e sostenibile.

Ma il momento più significativo è stato probabilmente il viaggio in Africa, dal 13 al 23 aprile 2026, tra Algeria, Camerun, Angola e Guinea Equatoriale. Qui Leone XIV ha mostrato il volto più forte e profetico del suo pontificato. Ha denunciato il neocolonialismo economico, le guerre dimenticate, il saccheggio delle risorse naturali e “un mondo devastato da una manciata di tiranni”.

Eppure, proprio in Africa, il Papa ha trovato anche il cuore della speranza. “L’Africa è una riserva di gioia e di speranza per il mondo intero”, ha detto ai fedeli. Agli studenti camerunesi ha rivolto un invito controcorrente: “Restate in Africa”, riaffermando il diritto a non essere costretti a emigrare per avere un futuro.

I legami con L’Aquila 

Prima ancora di diventare Pontefice, Robert Francis Prevost aveva conosciuto il dolore del cratere appenninico. Da priore generale degli agostiniani visitò le comunità colpite dal terremoto, entrando a L’Aquila anche nella piccola casetta di legno delle suore agostiniane del monastero di Sant’Amico. Un gesto semplice, ma rimasto impresso nella memoria di chi lo incontrò: la vicinanza concreta di un uomo di Chiesa che non osservava il dolore da lontano, ma lo attraversava.

Un legame diventato quasi simbolico quando, per la sua prima messa nella Cappella Sistina, il nuovo Pontefice ha indossato la casula con i simboli della Croce di Collemaggio. Per molti aquilani fu più di un dettaglio liturgico: fu un segno!

Da ricordare anche l’udienza privata del 13 settembre in Vaticano, quando l’arcivescovo metropolita dell’Aquila Antonio D’Angelo ha incontrato il Papa per raccontare la rinascita di una comunità che, dopo le ferite delle calamità subite, continua a ricostruire “pietre e anime” con forza e tenacia. Al centro del dialogo il valore della Perdonanza Celestiniana come simbolo di perdono, pace e riconciliazione, missione affidata all’Aquila già da Papa Francesco, e rafforzata dal legame spirituale con la Porziuncola.

Non stupisce allora che il Pontefice abbia voluto ricordare le vittime del sisma del 6 aprile 2009 con una lettera intensa e profondamente umana, inviata dalla Segreteria di Stato alla comunità di Paganica. In quelle parole il Pontefice si è detto spiritualmente vicino “alle popolazioni ancora segnate dalle ferite del sisma”, incoraggiandole a proseguire “nella meritoria opera di ricostruzione e cura del patrimonio culturale e umano del territorio”. Non solo ricostruzione materiale, dunque, ma ricostruzione dell’anima.

E persino nei momenti più informali il legame con l’Abruzzo è riaffiorato. Come durante la festa della Gendarmeria nei Giardini Vaticani, quando Papa Leone ha assaggiato la celebre porchetta della famiglia Venditti, eccellenza gastronomica abruzzese.

La Chiesa di Leone 

Leone XIV ha cercato in questo primo anno di tenere insieme anime diverse della Chiesa. 

Sta affrontando sfide significative dall’inizio del suo pontificato, focalizzandosi su unità interna, calo delle vocazioni, tensioni geopolitiche – come il difficile rapporto con gli USA – grandi riforme curiali tra continuità e discontinuità e la spinosa questione degli abusi.

La sua visione sembra ispirata profondamente a Sant’Agostino e alla Città di Dio: il cristiano non fugge dal mondo, ma lo abita responsabilmente, portando nel governo civile un’etica fondata sul Vangelo.

Fermezza tranquilla e poca spettacolarizzazione. Il suo pontificato ha già una cifra precisa: la pace come dovere storico e spirituale; la dignità umana come confine invalicabile; il perdono come unica strada per ricostruire comunità ferite.