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1.003 giorni per una sentenza: la giustizia che non arriva mai

Quattro volte la media europea: il paradosso italiano

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Mille e tre giorni. Oltre due anni e mezzo. È questo il tempo medio che serve in Italia per arrivare a una sentenza definitiva di terzo grado in un processo civile o commerciale.

“La giustizia ritardata è giustizia negata.” – William E. Gladstone

Mille e tre giorni. Oltre due anni e mezzo. È questo il tempo medio che serve in Italia per arrivare a una sentenza definitiva di terzo grado in un processo civile o commerciale. Quattro volte la media europea. Un dato che non fa rumore solo perché ci siamo abituati a leggerlo, a viverlo, a subirlo. Ma è un’abitudine tossica. Perché dietro ogni cifra c’è un’attesa. E dietro ogni attesa, una persona sospesa.

Nel “2025 EU Justice Scoreboard” della Commissione Europea, l’Italia si piazza al terz’ultimo posto per durata dei processi tra i 25 Paesi monitorati. Peggio fanno solo Grecia e Croazia. Il che, di per sé, dovrebbe bastare a scuotere le coscienze. Ma non accade. Il dato resta lì, crudo, e noi continuiamo a inciampare su un sistema che ha smesso di credere nella propria urgenza.

Il problema non è solo numerico. È culturale. È politico. È etico. Quando uno Stato impiega quasi tre anni per emettere una sentenza, cosa comunica ai suoi cittadini? Che la legge non è uguale per tutti. Che chi ha mezzi e avvocati sa come tirarla lunga. E che, nel frattempo, chi aspetta giustizia vive nel limbo: che si tratti di una causa di lavoro, di un affido, di un risarcimento.

Questa lentezza è diventata una zavorra che rallenta l’intero Paese. Intasa le imprese, scoraggia gli investimenti, logora i rapporti sociali. Perché un processo che non arriva mai a termine non è solo un processo inefficiente: è un segnale di sfiducia, un sistema che non funziona e che fa perdere fiducia a chi lo subisce.

Non basta smaltire, bisogna prevenire

A ben vedere, il paradosso è che l’Italia ha migliorato – almeno sulla carta – il tasso di “smaltimento” dei fascicoli: il dato si attesta al 110% per cause civili, commerciali e penali in primo grado, e al 121% per le amministrative. Il che significa che si riesce a concludere più procedimenti di quanti ne arrivano. Eppure la durata resta abnorme.

Cosa significa? Che smaltiamo molto, ma troppo tardi. Che arriviamo in fondo, ma con ritardo cronico. È come se in un pronto soccorso si riuscisse a dimettere tutti i pazienti… dopo settimane di attesa su una barella.

Il vero nodo non è solo sbloccare l’arretrato, ma evitare che si accumuli. Servono filtri all’ingresso, riti alternativi credibili, digitalizzazione vera, non cosmetica. E soprattutto, servono giudici. Non a parole. Non nei piani triennali. Ma nei tribunali, con scrivania e fascicoli.

Vittime invisibili: chi paga davvero?

Parliamoci chiaro. A pagare questa inefficienza non è chi urla di più. Sono i più deboli. Il cittadino che non può permettersi un secondo avvocato. L’imprenditrice che ha visto fallire un fornitore e aspetta un risarcimento che non arriverà mai. La madre che non riesce a ottenere l’affido di un figlio perché il giudice è in ritardo con le motivazioni. Questi sono i volti – invisibili – della lentezza giudiziaria.

E intanto, il senso di ingiustizia cresce. Si insinua nelle pieghe del quotidiano, si trasforma in rassegnazione, poi in rabbia. E infine in disillusione politica. Perché se lo Stato non è in grado di dirimere una lite in tempi accettabili, che Stato è?

Il fatto è che in Italia la giustizia fa paura. Non per la sua severità, ma per la sua imprevedibilità. Nessuno sa quando finirà un processo, né quanto gli costerà. E questo scoraggia, deprime, logora. Non è solo una questione tecnica, è una questione di fiducia democratica.

Senza giustizia rapida, il patto sociale si spezza. E con esso l’idea stessa che vivere secondo le regole abbia un senso. Perché se lo Stato arriva quando tutto è già franato, non è uno Stato. È un’eco tardiva.