Questa sembra l’immagine data dai politici aquilani davanti ai funzionari di Bruxelles che, increduli di trovarsi davanti un intero Consiglio comunale in trasferta transalpina, hanno dovuto spiegare, per l’ennesima volta, la differenza tra Zona franca e misure per il “de minimis”.

Ce lo avevano spiegato già a febbraio del 2010, quasi due anni fa: non cʼera nessuna volontà preconcetta ad osteggiare la Zfu per LʼAquila ma esistevano problemi, opportunità e incertezze oggettive che rendevano la scelta del “de minimis” una misura molto più conveniente e immediatamente disponibile per aiutare concretamente le economie della città.

Per chiunque volesse capire di cosa stiamo parlando ed evitare un altro viaggio della speranza a Bruxelles – a meno che non si desideri provare le rinomate patate fritte o i cavoletti orgoglio della cucina belga – proviamo a spiegare i semplici concetti già più volte riferiti – e sempre in lingua italiana – ai politici abruzzesi.

La misura della Zona franca urbana, così come è stata concepita, viene adottata solo per aree urbane disagiate all’interno di una città, con limiti e vincoli ben precisi molto lontani dalla realtà e dalle esigenze dell’Aquila, sia per dimensione sia per tipologia di emergenza. Per adattare questa misura alle esigenze dell’Aquila, bisognava aprire un iter normativo europeo che recepisse questi aspetti finora inediti e supportarli con precise richieste opportunamente documentate dallo Stato italiano. Questo iter, non solo per gli aquilani, è di per se lungo e incerto nel risultato finale anche perché deve ottenere il parere favorevole di tutti gli Stati membri. In Europa, non si può circoscrivere e concedere questo tipo di agevolazioni solo ad una città, pur colpita dal terremoto, in una area già depressa, con 72.422 abitanti magari situata a 721 metri di altezza sull’Appennino centrale. Questi semmai sono i criteri furbetti ai quali ci hanno abituato i politici italiani, in nome della tanto sbandierata “sovranità”, quando vogliono fare un favore a qualche amico.

Le agevolazioni europee, invece, si possono basare solo su principi generali che, eventualmente, devono essere concessi a tutti gli Stati dell’Unione. Quindi si trattava di decidere se questa misura, in tali proporzioni, potesse essere concessa non solo a LʼAquila ma eventualmente a tutte le altre città europee analogamente colpite da devastazioni di qualsiasi natura. Inoltre, si faceva presente che la Zfu era una misura strategica in via di esaurimento, ossia i fondi a disposizione erano limitati e non si poteva essere sicuri che ce ne sarebbero stati altri a disposizione anche per i casi non eccezionali.

Ecco da dove nascevano le perplessità e le problematicità della Commissione: la casistica e le peculiarità da esaminare sarebbero state tantissime prima di raggiungere un principio generale uguale per tutti. Proprio per questo, per i casi così particolari, anche nella loro drammaticità ed emergenza, i compiti di decidere misure straordinarie rimanevano propri dei singoli Stati. E, guarda caso, lo Stato italiano è stato infatti liberissimo di concedere unʼesenzione fiscale, come quella data nei primi mesi del dopo terremoto, per il periodo che riteneva più opportuno. Ma il Governo, già allora disastrato nei conti pubblici, ha preferito abilmente passare il prima possibile il problema alla Commissione europea facendo credere- nell’italianissimo gioco delle parti – che queste misure dipendono eventualmente dalla Ue.

Inoltre, sempre i disponibili funzionari europei, con tanta pazienza, spiegavano che, anche qualora lʼiter lunghissimo della Zfu avesse avuto un esito positivo, queste agevolazioni fiscali avrebbero riguardato solo le nuove imprese insediate a LʼAquila dopo il terremoto. E non i singoli cittadini o lʼimprenditoria locale già esistente. La Zona franca urbana, infatti, nasce proprio come misura per “attrarre nuove imprese” nelle zone urbane soggette a riqualificazione, disagiate o ad alto tasso di criminalità. Ed ecco perché, molto più facilmente, fu concessa al quartiere Rancitelli di Pescara.

Fatte queste considerazioni, gli stessi funzionari hanno chiesto ai tanti frati questuanti della politica abruzzese, che si sono avvicendati in questi anni, per quale motivo non richiedevano il “de minimis”, misura sicuramente applicabile e disponibile con molti fondi già stanziati e che avrebbe agevolato immediatamente tutte le partite Iva già esistenti in città con detrazioni fiscali per le imprese.

Niente da fare: i “buoni pastori” hanno sempre insistito che “Zfu” gli suonava bene e suggeriva meglio ai propri elettori lʼidea – totalmente infondata – che LʼAquila sarebbe diventata una grande Livigno, godendo quasi di un regime di città frontaliera dove lʼIva non lʼavrebbe pagata nessuno. E poi, vogliamo mettere quanto è più politicamente conveniente inseguire un sogno irrealizzabile che confrontarsi con fatti reali che potrebbero deludere le aspettative di qualcuno?

Di fronte a tale miope insistenza, i buoni funzionari non hanno fatto altro che prendere atto del patetico livello dei loro interlocutori e allargare le braccia, richiedendo altra documentazione. Con il paradossale e imbarazzante finale che, dalla documentazione presentata, i conti correnti degli aquilani sono risultati più ricchi di quelli pre terremoto.

Con questo dato, che rendeva di per sé impossibile giustificare una Zfu sull’intero territorio cittadino, quelli della Commissione europea pensavano che finalmente sarebbe finito il pellegrinaggio di pastori abruzzesi. E invece no! Siamo riusciti a sorprenderli di nuovo e gli abbiamo mandato lʼintero Consiglio comunale, magari lasciandoli in attesa delle prossime missioni dei rappresentanti delle circoscrizioni e con la minaccia di dirottate le transumanze a Bruxelles in segno di protesta.

Sperando di essere riusciti a spiegare ai lettori, una volta per tutte, come stanno le cose, vorremmo che qualcuno, invece, finalmente ci spieghi: perché tutto questo inutile teatrino? perché abbiamo perso più di due anni di agevolazioni fiscali finendo in questo vicolo cieco? Perché abbiamo dovuto fare per lʼennesima volta la figura dei pastori con le pecore al guinzaglio? Non si poteva semplicemente chiamare al telefono i funzionari Ue? Non si poteva mandare una mail? A chi è convenuto illudere per lʼennesima volta le proprie pecorelle? Quanto ci abbiamo perso e chi ci ha guadagnato? E, infine, non è tutto questo solo un altro sconfortante segnale della totale inadeguatezza della classe politica locale e nazionale?

di Maria Cattini

[tratto da Gli Editoriali del Direttore –  IlCapoluogo.it]

 

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