Voyerismo mediatico, quanto vale la vita di un bambino?

di Isabella Benedetti | 29 Giugno 2022 @ 08:58 | Punti di svista
bambino
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Quanto vale la vita di una persona? Quanto quella di un bambino? Quanto pesa sulla società e sulla coscienza collettiva la morte di bambini come Elena Del Pozzo o come Samuele Lorenzi o Loris Stival?

Sono tre casi che hanno notevolmente scosso l’opinione pubblica e alimentato, oltre ogni limite di decenza, un pressante voyerismo mediatico, ma sono solo la punta dell’iceberg di un fenomeno, quello dei “figlicidi”, in preoccupante ascesa. Tanti sono i fattori: sociali, ambientali e culturali che incidono sull’aggravarsi di tale fenomeno: lo scadimento di valori morali; lo sgretolamento del “modello famiglia” come nucleo di cooperazione, di sostegno reciproco e centro dell’affettività; l’eccessivo individualismo che determina il proliferare di storie di solitudine, di abbandono, di disperazione. Tante tragedie erano condanne già preannunciate, scritte nelle pieghe di disagi che la comunità indifferente non ha saputo leggere. Le fattispecie psicologiche di queste madri sono svariate, come le matrici motivazionali delittuose, ma tutti questi tragici eventi hanno un unico comune denominatore, una mamma assassina, una donna che avrebbe dovuto stringere il proprio figlio, accarezzarlo, proteggerlo e che invece si è macchiata del sangue della propria prole. Sindrome di Medea, si sostiene, per la mamma della piccola Elena. La tragedia greca, il mito di Medea ricorda l’uccisione dei figli da parte della sciagurata madre, che voleva punire il marito per l’abbandono subito. E chi non ricorda la Franzoni, mamma del povero Samuele, le sue bugie, i suoi capelli freschi della messa in piega nell’imminenza della tragedia, lei che dice al marito “Ne facciamo un altro?”, come se un figlio fosse un bene fungibile? Per non parlare di Veronica Panarello, condannata a 30 anni di carcere per la morte di Loris, suo figlio. Dopo averlo ucciso e abbandonato in un canale di scolo, in tutta tranquillità, ha presenziato ad un corso di cucina. Dice un saggio popolare “…triste per chi se ne va”. Per chi resta, si aprono i giochi di una battaglia legale in tribunale dove l’avvocato della difesa si gioca, sempre, la carta della infermità di mente della propria assistita. Il discorso è complesso, perché ci si chiede, di base, se una persona sana di mente sarebbe mai capace di macchiarsi di un delitto simile o, più in generale, di uccidere. Certo che sì. Esistono persone assolutamente prive di scrupoli e sentimenti. A prescindere da queste disquisizioni tecniche, gioia per gli avvocati, personalmente ritengo che a queste madri debba essere comminata la pena capitale dell’ergastolo. Dirò cosa impopolare e in controtendenza rispetto ad un certo orientamento che vorrebbe cancellata questa pena. Per tornare al punto che qui interessa, la vita di Samuele Lorenzi vale 11 anni di carcere della propria madre, condannata a 16 anni, ma in libertà a solo 11 per beneficio dell’indulto e giorni concessi di liberazione anticipata. Piuttosto, la vera pena è sembrata la parcella dell’avv. Taormina che, dopo vari rimaneggiamenti, si aggirava intorno ai 400.000,00 euro e per la quale il legale aveva chiesto il pignoramento della villa maledetta. Nel frattempo, la signora Franzoni, ha messo in cantiere e procreato un altro figlio e vive una vita tranquilla e serena con la sua famiglia che, per la condotta avuta post crimine considero connivente con l’autrice del reato. Indigna che la problematica, dimentichi di giovani vite spezzate, sia la riabilitazione de il reinserimento sociale di donne che meriterebbero di trascorrere il resto della vita in carcere, come chiunque vìoli il comandamento divino, prima ancora di una norma costituzionale, di non uccidere. Sono omicidi perpetrati con premeditazione, con dolo e con un’efferatezza tale che poco dovrebbe contare lo stato di infermità o semi infermità mentale. Si tende a depenalizzare i reati meno gravi, ma se si vogliono arginare sciagure di questa portata, bisogna lavorare a monte, sul disagio sociale. Le pene e le sanzione per questo tipo di reati, al contrario, devono essere severe, dure, costituire un deterrente contro crimini futuri, mantenere l’ordine pubblico, infondere sicurezza per la collettività. Chi afferma il contrario ed è per un indirizzo meno restrittivo della pena è smentito dall’odierno stato delle cose. Pene esemplari devono essere comminate contro chi abusi o uccida le persone più deboli: i minori, gli anziani, le donne e anche gli animali, che sono incapaci per natura di cattiveria. Per l’uomo che ha ucciso la ex moglie con 40 coltellate non può che essere chiesta la pena dell’ergastolo. E’ assurdo parlare di rieducazione e reinserimento sociale di tali soggetti e bisogna porre fine a questa ondata di violenza di genere. Per dirla con Stieg Larsson, ci sono “uomini che odiano le donne”, per il solo fatto di essere donne, le considerano semplici oggetti, cose. Come proteggere, però, un bambino dalla furia omicida della propria madre? Mi mancano le parole, provo inadeguatezza e vergogna, perché la morte di un bambino è una sconfitta per l’intera società. Non oso immaginare la paura, lo sguardo smarrito di quelle creature. Non si può dire ad un bambino di temere la propria madre. Alle donne, però, si può e si deve parlare, soprattutto a quelle che hanno subito violenza dagli uomini, da persone aride che spacciano per amore rapporti abusanti e distorti.

Quando il vostro Jack di “Shining” bussa al vostro uscio con una scure in mano, per chiedervi un ultimo chiarimento, per discutere di cose trite e ritrite, si annuncia con un melodioso e suadente “ Wendy, sono tornato” voi, nel dubbio, quella porta non apritela.


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