Feste di fine anno, tempo di bilanci e riflessioni e non poteva mancare il contributo culturale di Vittorio Sconci in questo particolarissimo momento che viviamo. Il riferimento è senz’altro all’omicidio di Giulia (purtroppo non è l’ultimo!). Non vuole apparire un tentativo ripetitivo ma piuttosto fornire uno sguardo ulteriore da parte di chi, come Vittorio Sconci, si è sempre occupato di fenomeni sociali offrendo la sua grande esperienza.
Scuola, famiglia, società, formazione e su tutti la dignità del papà di Giulia, un uomo travolto dal dolore e capace di trasmettere un coinvolgimento collettivo di enorme suggestione.
Sconci: “La scuola non può supplire alle responsabilità educative ma può offrire strumenti indispensabili su argomenti della nostra quotidianità”
Vittorio Sconci, si è detto e scritto moltissimo sull’efferato omicidio di Giulia. Apparirebbe addirittura ridondante aggiungere altri pensieri, rischiando di apparire addirittura banali. Proviamo però a soffermarci sul concetto di Speranza. Questa idea che proprio il papà di Giulia richiama in una società avvolta da una violenza che riguarda tutti anche quelli che sembrano non direttamente coinvolti. Sconci, riprendendo un passaggio del discorso…” possiamo sperare che tutta questa pioggia di dolore fecondi il terreno delle nostre vite e che possa germogliare il senso della pace e dell’amore?”
Molto significativo il rapporto tra la grandezza del dolore ed il desiderio che lo stesso dolore serva perché siano sempre di meno quelli che potrebbero patirlo nel futuro. Un atteggiamento indiscutibilmente di alto livello morale che, tra l’altro, è stato espresso proprio nel periodo natalizio che sottolinea l’importanza del sacrificio personale come strumento di salvezza e redenzione. Quindi la speranza espressa dal papà di Giulia assume significati non banali né, tanto meno, rituali ma allarga l’orizzonte ad un bisogno collettivo all’interno del quale io vedo un rilancio ideale della comunità come luogo di emancipazione e comunione di significati vitali. Ma questo non basta. Si intravede la necessità di un cambio di passo che preveda la soluzione dello scontro ideologico e veda, insieme, uomini e donne protesi al superamento del problema. La speranza è un sentimento umano da rispettare ma non basta se non accompagnata da atti concreti capaci di rimettere l’amore vero al centro dell’attenzione di tutti. Noi genitori, con i nostri comportamenti, rappresentiamo l’esempio da seguire, il riferimento educativo principe su cui si modella il futuro delle nuove generazioni. Non penso che la scuola possa supplire alle responsabilità educative che spettano ad altri ma attraverso la conoscenza e l’apprendimento culturale, compiti propri della sua funzione istituzionale, può dare strumenti indispensabili anche su argomenti che riguardano la nostra quotidianità.
Gino Cecchettin fa riferimento nel suo discorso anche ai mezzi di comunicazione. I media giocano un ruolo importante nel comprendere le notizie, soprattutto quelle di cronaca in cui spesso si insegue troppo spesso la sensazionalità dell’evento. Secondo Lei, la comunicazione può contribuire a non alimentare un’atmosfera morbosa diffondendo notizie distorte?
I media fanno il loro mestiere e penso sia naturale il risalto attribuito a notizie di cronaca tanto scabrose. Soltanto attraverso la conoscenza dei fatti possono essere trovate soluzioni. Ma i fatti vanno riferiti per quello che sono senza interpretazioni discutibili e non coerenti con la realtà. È controproducente, per esempio, considerare la nostra una società patriarcale. Le parole vanno pesate perché altrimenti l’effetto ottenuto sarà il contrario di quello voluto. Il comportamento di un assassino non è generalizzabile e non può essere attribuito alla cultura occidentale. È ridicolo che ogni uomo debba percepire in sé responsabilità legate al suo genere, così come è altrettanto ridicolo per una donna vedere nel suo partner un potenziale omicida. È discutibile mettere in correlazione le differenze nel rapporto con il lavoro tra uomini e donne con un presunto pregiudizio nei confronti del sesso femminile. Bisogna essere miopi per non accorgersi che la donna è entrata giustamente nei gangli decisionali mostrando impegno e serietà maggiori rispetto ai colleghi uomini. Quindi il presunto patriarcato, in quanto posizione discutibile, genera conflitto e degenerazione del confronto come tutte le posizioni ideologiche e non dà soluzioni bensì alimenta il rancore. Il problema del femminicidio è certamente legato a qualcos’altro che va riletto ed approfondito rispettando il principio di realtà.
Sconci in riferimento alla sua esperienza e da attento osservatore della società: scuola, famiglia, relazioni sociali ed infine la figura dell’uomo. Qual è la sua personale opinione di questo fenomeno che è diventato una vera e propria emergenza sociale?
Penso che sia la evoluzione della coppia all’intero della famiglia, l’elemento su cui si debba lavorare. Il ruolo coniugale rappresenta il prospetto vivente su cui si esprime il ruolo genitoriale. In sostanza l’educazione dei figli passa attraverso l’immagine data quotidianamente dai genitori. Il rispetto reciproco e l’accettazione dell’altro/a così come è, soprattutto nelle differenze, diventano uno strumento educativo potentissimo che poi condiziona il futuro uomo nei suoi rapporti di coppia. Il problema nasce quando all’interno della diade prevale la conquista del potere che può riguardare sia l’uomo che la donna. Ed è la perversione insita in questa lotta che promuove processi identificativi che poi possono sfociare nella violenza. Praticamente, l’espressione violenta, sia fisica che verbale, diventa paradossalmente un metodo da seguire e non da rifiutare. Ed in questo contesto diventa fisiologico ciò che è patologico ed i ruoli si modellano su criteri contrapposti laddove dovrebbero prevalere il dialogo e la comprensione. Una ricerca continua di amare la persona scelta potrebbe diventare il vero antidoto a ogni forma di violenza oltre che di cattiveria.










