Vita e morte lottano al TSA con “Buonanotte, mamma!”

di Eleonora Iacobone | 06 Marzo 2024 @ 05:00 | CULTURA
buonanotte mamma
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L’AQUILA – Due donne in scena, una mamma ed una figlia, a cui danno voce, corpo e sentimento due valide attrici del panorama italiano: Marina Confalone e Mariangela D’Abbraccio. Sono loro le protagoniste di “Buonanotte, mamma!”, Premio Pulitzer nel 1983 a Marsha Norman, andato in scena al Ridotto del Teatro Comunale per la Stagione 2024 del Teatro Stabile d’Abruzzo che ha coprodotto lo spettacolo insieme a Stefano Francioni Produzioni e Accademia Perduta Romagna Teatri.

La regia, affidata a Francesco Tavassi, porta sulla scena il delicato tema del suicidio con le sue contraddizioni, sofferenze e aspettative. Ma pone l’accento sulla difficoltà nell’accettare questo gesto quando a volerlo compiere è qualcuno che amiamo. Jessie, in preda al mal di vivere, non vede altra soluzione davanti a sé che la morte. Sua madre Thelma, disperata per la decisione che la figlia vuole intraprendere, tenta in ogni modo di distoglierla da un gesto irreparabile.

Per tutta la durata dello spettacolo il pubblico cerca di scrutare le due donne in scena, di cogliere dai loro sguardi e sospiri degli indizi sul finale e, inevitabilmente, fa il tifo per Thelma che con prontezza sa ribattere a tutte le argomentazioni della figlia.

Due posizioni opposte le loro: quella nichilista di Jessie che non crede in Dio e vede la morte come la fine di tutto, l’annullamento di ciò che siamo sulla terra; e quella religiosa di Thelma che vede il suicidio come un peccato che porterà la figlia all’inferno. Ma Jessie quell’inferno ha la sensazione di viverlo già e per questo non accetta ragioni, vuole solo che finisca.

Al di là di posizioni religiose, quando potremmo dire che il suicidio è la giusta soluzione ai mali della vita? Dimentichiamo, spesso, che in un mondo in continua evoluzione, ciò che potrebbe apparire drammatico e irreparabile oggi, potrebbe prendere una piega opposta domani, rendendo così nulle le motivazioni di un gesto estremo. Lo sosteneva Arthur Schopenhauer che vedeva il suicidio come un modo sbagliato di rispondere alle sofferenze della vita. Chi desidera morire, infatti, lo fa perché vede come irraggiungibile una felicità che in quel momento non riesce a raggiungere. Ma chi può dire con assoluta certezza che non la raggiungerà mai?

Secondo John Churton CollinsIl suicidio è il peggior tipo di omicidio, perché non lascia spazio al pentimento”.

È questa l’argomentazione più usata da Thelma per cambiare la prospettiva senza speranza di Jessie. Il pubblico lotta insieme a questa madre, resta col fiato sospeso in attesa di argomentazioni efficaci, si affanna dietro ad una causa persa con la speranza di poter fare qualcosa. Ma anche quella che potrebbe sembrare la rivelazione più efficace non riesce a dissuadere Jessie dal mettere fine alla sua vita.

Le ore che precedono l’ultima buonanotte si caricano di tutte le verità mai raccontate, come fosse una catarsi prima dell’addio. Le due donne prendono atto dei loro fallimenti, degli errori, del modo sbagliato in cui sono stati affrontati i tabù intorno ad una malattia vista ancora con pregiudizio: l’epilessia.

La recitazione è realistica e credibile. Le due attrici, tra dramma e comicità, portano a compimento l’opera senza mai uscire dal personaggio. Ciò che ha maggiore impatto sullo spettatore è il forte attaccamento alla vita di una madre che tenta disperatamente di opporsi alla perdita di colei che ha messo al mondo. E anche il pubblico spera che le verità emerse possano generare un ripensamento in Jessie.

Il pubblico di Buonanotte, mamma!, infatti, crede nell’impossibile, aspetta il miracolo fino alla fine, spera che la porta chiusa si riaprirà per regalare un finale diverso. Ma la natura del dolore è incomprensibile a chi non lo prova e, soprattutto, ha tempistiche che non fanno sconti a nessuno. Il mal di vivere, che spesso passa inosservato agli occhi di chi abbiamo accanto, va curato finché si è in tempo. Poi non resta che rassegnarsi, come Thelma. Cantava, a tal proposito, Franco Califano: “Io non piango quanno ‘n omo s’ammazza / Ma piango, io piango sulle nostre vite / Due vite violentate / A noi, risposte mai ne abbiamo date / Ecco perché la sete… / Io piango su tutto er tempo che ce resta / E me ce sento male”. A volte, basterebbe un “Come stai?” sincero per accorgercene.


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