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Viaggio nella Stonehenge d’Abruzzo 

Viaggio nella Stonehenge d’Abruzzo. Un’occasione unica per esplorare la necropoli monumentale di Fossa tra misteriosi menhir, archeologia dal vivo e racconti millenari. Appuntamento il 31 luglio, dalle 17.30 alle 20.00, per un viaggio tra pietre sacre e segreti ancora irrisolti.

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Viaggio nella Stonehenge d’Abruzzo. Un’occasione unica per esplorare la necropoli monumentale di Fossa tra misteriosi menhir, archeologia dal vivo e racconti millenari. Appuntamento il 31 luglio, dalle 17.30 alle 20.00, per un viaggio tra pietre sacre e segreti ancora irrisolti.

L’AQUILA – In Abruzzo c’è un luogo affascinante e misterioso, riaffiorato per caso o per magia, che racconta una storia millenaria scavata nella terra e incisa nella pietra. Uno di quei luoghi che non ti aspetti, e che quando lo scopri ti sorprende per la sua potenza e indecifrabilità. È la necropoli di Fossa, ormai indicata da molti come la “Stonehenge d’Abruzzo”.

Un contadino stava arando con calma il suo campo, là dove la ferrovia corre accanto alla strada che da L’Aquila porta a San Demetrio. Il sole ancora tiepido, il rumore costante dell’aratro… finché, all’improvviso, un colpo secco interruppe la quiete: il ferro aveva urtato qualcosa di duro, ostinato. Una pietra, sembrava. Ma non una qualsiasi.

Incuriosito e infastidito, l’uomo scese dal suo aratro e, armato di vanga e zappa, si mise a scavare con pazienza. Ma quella pietra non voleva venir via. Più scavava, più sembrava affondare nella terra, come custodita dal suolo stesso.

Quel gesto semplice e contadino aprì la porta alla storia. Iniziò così una straordinaria stagione di scavi, che negli anni ’90, sotto la guida dell’archeologo Vincenzo D’Ercole, portò alla luce la necropoli monumentale di Fossa, la più spettacolare d’Abruzzo e tra le più importanti d’Italia. Un’intera città dei morti, rimasta a lungo sepolta, si ridestava grazie a un’aratura e al destino.

Attiva dal IX al I secolo a.C, l’area che occupa 5000 mq apparteneva ai Vestini Cismontani, nome con il quale i Romani definirono in età storica gli abitanti di queste zone, i cui insediamenti più importanti erano Aveia (Fossa), Peltuinum (Prata d’Ansidonia) e Aufinum (Capestrano).

Oltre 500 sepolture, ornate da misteriosi menhir disposti in cerchi e linee geometriche, che sembrano seguire una logica astronomica o simbolica ancora tutta da decifrare.  La suggestione è immediata: sembra di entrare in un santuario ancestrale, dove il tempo si è fermato, e ogni tumulo, ogni stele, racconta la storia di un popolo fiero e raffinato. Guerrieri, artigiani, donne eleganti, bambini, neonati: tutti sepolti con oggetti di uso quotidiano, gioielli, armi, vasellame importato persino dalla Grecia o dalla costa etrusca. Ogni tomba è un piccolo scrigno di civiltà.

L’evento del 31 luglio 

E se volete vivere tutto questo in modo diretto, autentico, partecipato, segnatevi questa data:
31 luglio, ore 17.30 – 20.00. Il ritrovo presso la necropoli di Fossa. Un’occasione unica per scoprire le ultime novità degli scavi archeologici in corso, guidati da studenti e ricercatori dell’Università degli Studi dell’Aquila, proprio sul campo. Seguiranno interventi di esperti nazionali sul significato, la valorizzazione e le prospettive di questo luogo straordinario. Tra i relatori:

  • Alberta Martellone – Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio AQ-TE
  • Matteo Milletti – Università dell’Aquila
  • Valerj Del Segato – Università di Pisa
  • Eleonora Reani – Università di Siena

Alle ore 18.30, presso la Sala Polifunzionale di Fossa (via Verona, accanto al Bar Il Ponte), si terranno i saluti istituzionali del Sindaco Fabrizio Boccabella, seguiti da un momento conviviale con aperitivo per tutti i partecipanti.

Perché “Stonehenge d’Abruzzo”?

Dall’età del Ferro all’ellenismo, passando per la fase orientalizzante, i corredi rinvenuti (tra cui splendidi letti funebri intarsiati in osso, vasellame greco, armille, fibule, spade, dischi-corazza, pendagli punici) raccontano la lunga evoluzione di una società articolata, stratificata, connessa ai grandi flussi del Mediterraneo. Nelle tombe a camera di età ellenistica (IV – II sec. a.C.), perfettamente conservate, sono stati rinvenuti corredi funerari di rara fattura: primo tra tutti il letto funebre in osso della tomba numero 520, attualmente conservato al Museo Archeologico di Chieti, riccamente lavorato con volti, animali e figure mitologiche riconducibili all’arte e alla cultura greca. 

Questa ricchezza non era solo decorazione, ma una narrazione sacra che accompagnava il defunto nel viaggio oltre la vita. Gli oggetti quotidiani, gli attrezzi di lavoro, le raffigurazioni familiari testimoniavano la convinzione che la morte non fosse una frattura, ma una continuità: il mondo dei morti era specchio e prosecuzione di quello dei vivi.

Ma forse ciò dà quel che di misterioso a tutta la necropoli di Fossa sono gli allineamenti di menhir, pietre allungate, infisse nella terra come obelischi silenziosi. Non semplici monumenti, ma segni cosmici: simbolicamente, essi univano cielo, terra e mondo infero. Verticali e possenti, i menhir erano assi del mondo, colonne che permettevano il contatto tra umano e divino, tra la comunità dei vivi e quella dei morti. La loro erezione richiedeva una cooperazione sociale avanzata, a testimonianza di società complesse, dotate di sapere tecnico, ma anche di una religiosità radicata.

La caratteristica dei menhir di Fossa è che sono sistemati ad altezza decrescente, man mano che ci si allontana dalla tomba; è proprio tanto la sommità di una di queste grandi pietre che l’aratro del contadino permise la scoperta. Un’interpretazione affascinante li considera una metafora della vita: il numero e l’altezza delle pietre verticali indicherebbero l’età del defunto e il suo percorso vitale, dalla nascita (menhir più piccolo, a est) alla morte (menhir più alto, a ovest). L’ultima lastra, inclinata e appoggiata sul cerchio di pietre, indicherebbe la caducità dell’uomo nel momento della morte.

La necropoli non era solo un luogo di sepoltura, ma uno spazio ritualmente separato, consacrato all’eternità. I recinti e le tombe erano vere abitazioni ultraterrene: ogni tomba raccontava l’identità di chi vi riposava, e il legame continuo con i vivi. La morte, vista come possibile contaminazione, richiedeva distanza, ma non oblio: si instaurava un rapporto rituale codificato, fatto di pratiche funerarie scrupolose, offerte, visite, commemorazioni. Entrare nel recinto sacro era penetrare in un altro mondo.

Un rituale che sembra parlare direttamente alla nostra spiritualità, al mistero delle origini, alla necessità umana di dare significato al passaggio terreno.

Visitare la necropoli oggi

La necropoli di Fossa è facilmente raggiungibile, a soli 14 km da L’Aquila ed è dotato di un percorso attrezzato con passerelle e pannelli guida per i visitatori. Il sito è anche un luogo del cuore del FAI, ma è ancora poco conosciuto al grande pubblico. Forse perché l’Abruzzo è troppo spesso raccontato solo per le sue montagne e i suoi borghi (splendidi, certo). 

Ma qui c’è un’altra anima d’Abruzzo, fatta di pietre, silenzi e storie millenarie. Una “Stonehenge” dietro l’angolo che aspetta solo di essere riscoperta, amata, rispettata.