Vent’anni senza Giò Kappa, “domatore” dell’informazione locale

Il ricordo del giornalista Rai Paolo Rico, "ossequio al vero e rispetto del telespettatore"

di Matilde Albani | 06 Maggio 2022 @ 06:04 | RACCONTANDO
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L’AQUILA –  Sono passati venti anni dalla morte di Giò Kappa ((Tornimparte, 10.12.-1957 / Pescara, 06-05-2002). Se ne è andato in pochi mesi, a soli 44 anni, scrivendo una pagina indelebile di telegiornalismo diverso, che imperversava ovunque, e che lo fece subito personaggio. Lucido anticipatore di quella tv genuina, di strada, “cotta e mangiata”, ma soprattutto lontana dalle conferenze stampa satinate. 

Per Giò, gli scoop erano altri. Faceva parlare i contadini al mercato, la gente qualunque. Chiedeva consigli alla signora che comprava le uova, allo stesso tempo inseguiva i ragazzi che avevano marinato la scuola. Sguardo disincantato, mai davanti alla telecamera, sempre dietro, per catturare ogni piccolo particolare.  La domanda arrivava all’improvviso, semplice e spiazzante.

Chissà se oggi sarebbe stato ancora lo stesso  tra una perlustrazione in centro , un blitz al suo amato mercato, il progetto Case e la finta vita dei social.  Venti anni , a questo punto, bastano ad impostare uno sguardo storico a tutto questo? Lo chiediamo a Paolo Rico, giornalista, con cui  Giò Kappa ha diviso il lavoro alla sede dell’Aquila quando entrò in Rai come operatore.  

“Ci siamo misurati sempre – io e lui – in relazioni trasparenti e dirette: senza sussiego e obliquità né reticenze – ricorda a Laquila Blog Rico  – pur dosando ciascuno franchezza ed estemporaneità, temperamento e condotte, parentesi emotive e percezioni, al fine di pianificare professionalmente agende convergenti di attività quasi mai concordata”.

“Capitava perciò che tale esuberanza propositiva sferzasse routine e déjà-vu, restituendo al lavoro la sua vera natura di autenticità e freschezza. Sempre garbato nel trattare la materia; modesto nell’utilizzo della tecnologia; determinante nel circoscrivere il tema. Penso si sia sempre proposto secondo queste coordinate il suo metodo del lavoro, anticipando l’evoluzione social della prassi digitale. Fare della tv non un orpello patinato, quanto un’illustrazione documentale per la conoscenza del territorio: del suo  quotidiano. 

In tanti hanno sottolineato spessore sociale, rivoluzionario, innovativo al lavoro di Peppe. Ma sono più favorevole a riconoscere l’esercizio sub (portare in luce l’invisibile e il profondo) di Giò come agglutinamento orizzontale di componenti disarticolate; senza pretese di germinare altro da quel che è, pur se non si tocca e non si vede. Ossequio al vero e rispetto del telespettatore: nessuna manipolazione, dunque, e nessuna strumentalizzazione”.

 


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