L’AQUILA – Alla fine si vedranno davanti a una pizza, la prossima settimana. La pizzeria Bufalarium dell’Aquila metterà insieme allo stesso tavolo ragazzi e ragazze che, almeno in gran parte, non si conoscono, e la cena la offre il locale. Non c’è un’associazione dietro, non c’è un progetto sociale, non c’è un bando, si mangia solo una pizza, si parla e poi si vedrà.
È il lieto fine di una piccola storia cominciata qualche giorno fa nel gruppo Facebook Mamme Aquilane, dove una madre aveva raccontato la difficoltà della figlia molto giovane nel costruire una rete di amicizie e la preoccupazione di vederla spesso a casa, esclusa dal gruppo delle coetanee. Il titolare della pizzeria, che di certo non ha bisogno di pubblicità in città ed è bene precisarlo prima che qualcuno si diverta ad insultare senza motivo, ha letto il post e forse soprattutto i commenti, e ha deciso di mettere a disposizione il locale e offrire un giro pizza.
Potrebbe finire qui. Solo che sotto quel post altri genitori hanno cominciato a raccontare situazioni simili, con figli di età diverse, e sono intervenuti direttamente alcuni ragazzi. Qualcuno ha proposto di farli incontrare, altri hanno suggerito sport, teatro, corsi, luoghi nei quali le relazioni possano nascere senza essere forzate.
Qualcuno, giustamente, ha anche invitato a non drammatizzare. Un genitore ha raccontato di essersi accorto, col tempo, che la propria preoccupazione per la solitudine della figlia rischiava di pesare sulla figlia più della solitudine stessa. Altri hanno ricordato che esistono stagioni nelle quali si hanno pochi amici, o nessuno, e che imparare a stare con se stessi può avere perfino una sua virtù.
Poi, annunciata la serata per i ragazzi, è arrivata un’altra richiesta. Una donna ha domandato se non si potesse fare qualcosa di simile per gli adulti, ma pagando ovviamente. Anche lei vorrebbe qualcuno con cui prendere un caffè o fare una chiacchierata alla fine della giornata. E nei giorni precedenti, nello stesso gruppo, un’altra persona aveva chiesto anonimamente se all’Aquila esistessero gruppi di ascolto o anche semplicemente luoghi nei quali incontrare qualcuno e non sentirsi soli.
A quel punto anche giornalisticamente vale la pena porsi una domanda: siamo diventati più soli?
I numeri dicono almeno che la solitudine è un fenomeno reale e tutt’altro che marginale. Nel rapporto pubblicato nel 2025 dalla Commissione sulla connessione sociale dell’Organizzazione mondiale della sanità, circa una persona su sei nel mondo, il 15,8 per cento, riferisce di sentirsi sola. Il dato attraversa tutte le fasce d’età, ma raggiunge il livello più alto tra gli adolescenti: il 21 per cento.
Anche in Italia i numeri sono consistenti. L’Istat ha inserito nelle indagini EU-SILC del 2018 e del 2021 una domanda molto semplice: “Per quanto tempo, nelle ultime quattro settimane, si è sentito/a solo/a?”. Nel 2021 il 26,8 per cento delle persone dai 16 anni in su ha risposto di essersi sentito solo almeno una parte del tempo. Nel 2018 era il 18,3 per cento. Un aumento di otto punti e mezzo in appena tre anni. Secondo alcune statistiche a sentirsi più soli sono i meno abbienti, a dispetto di tante chiacchiere politiche sul come eravamo felici na volta quando non avevamo neanche il pane a tavola. Le statistiche sono tante, alcune più ottimistiche, altre che dipingono scenari apocalittici.
Probabilmente non abbiamo una serie storica sufficientemente lunga per stabilire che l’uomo del 2026 sia più solo dell’uomo di cinquanta o cento anni fa. La stessa Istat presenta quel confronto come una fotografia del 2021 rispetto alla condizione pre-pandemica.
E del resto la solitudine non l’abbiamo certo inventata noi. Nel 1848 Dostoevskij mette a camminare per Pietroburgo il Sognatore delle Notti Bianche, un uomo che conosce le strade e persino le case della città, vede continuamente persone, ma vive quasi interamente dentro la propria immaginazione perché nella vita reale è terribilmente solo. Novant’anni dopo Joseph Roth racconta un’altra solitudine, forse ancora più interessante per noi, quella dei Trotta mentre intorno a loro si disfa il mondo al quale appartengono.
L’Impero austro-ungarico di Roth non è soltanto uno Stato che sta per finire, ma un sistema intero di appartenenze che sta per crollare: c’è l’esercito, il grado, la famiglia, il villaggio, la religione, l’imperatore e tutti dicono a un uomo chi è e quale posto occupa. Sono appartenenze che possono soffocare, e infatti soffocano spesso i suoi personaggi, ma restano appartenenze. Quando quel mondo si disgrega non scompaiono soltanto le sue costrizioni ma scompare anche la sicurezza di avere un posto già assegnato al suo interno. Trotta è solo, non libero, mentre il suo mondo sta finendo.
Nella Cripta dei Cappuccini, pubblicata nel 1938, Roth arriva a scrivere che le persone ormai sono incapaci di star sole. Il sospetto che l’uomo moderno avesse perduto qualcosa nel rapporto con la solitudine, insomma, precede di parecchio lo smartphone, i social, le intelligenze artificiali e quant’altro.
Il confronto con il nostro tempo è però interessante. Anche noi ci siamo liberati, almeno in parte, di molte appartenenze obbligatorie: la famiglia dalla quale non si poteva uscire, il paese che sapeva tutto di tutti, il ruolo sociale assegnato alla nascita, le convenzioni che stabilivano con chi vivere, quale mestiere fare, quale posto occupare. È davvero difficile rimpiangerle, soprattutto se non si era un maschio bianco della buona borghesia. Una società più libera, aperta e inclusiva è anche una società nella quale ciascuno può scegliere molto più di prima chi essere e a chi appartenere.
Ma ogni libertà porta con sé qualche responsabilità che prima non avevamo. Le appartenenze che non ci vengono più assegnate dobbiamo costruircele, e l’economia di mercato ha risposto a questa necessità producendo appartenenza effimera quasi ovunque. Community, passioni, consumi, palestre, fandom, identità politiche sempre più estreme, culturali e professionali, stili di vita, L’individualismo contemporaneo contiene un paradosso curioso, perché ci chiede continuamente di essere unici e contemporaneamente moltiplica i modi attraverso i quali possiamo riconoscerci come parte di qualcosa.
La società dei consumi, del resto, funziona anche così, promette distinzione attraverso oggetti, esperienze e stili condivisi da moltissimi altri. E i social hanno portato questo meccanismo dentro ogni momento della giornata. Ora, dare loro la colpa della solitudine sarebbe troppo facile e, nella storia da cui siamo partiti, persino paradossale visto che è stato proprio Facebook a consentire a persone che non si conoscevano di far nascere una cena reale.
I social hanno però cambiato lo specchio nel quale guardiamo la nostra vita. Chi trent’anni fa trascorreva un sabato sera a casa sapeva di essere a casa e la vicenda finiva lì. Oggi, nello stesso momento, gli tocca pure vedere la festa alla quale non è stato invitato o non gli andava di andare, il tavolo degli amici, il concerto, il viaggio esotico del vicino, la coppia, l’aperitivo. Non sperimentiamo soltanto la nostra di solitudine, ma dobbiamo anche in tempo reale sorbirci la socialità, vera o simulata, degli altri.
E questo vale ormai per quasi tutto. Confrontiamo la nostra giornata ordinaria con le vacanze degli altri, il nostro lavoro con i successi degli altri, il nostro corpo con quello degli altri, le nostre relazioni con le fotografie delle relazioni degli altri. Naturalmente sappiamo che quella rappresentazione è parziale, selezionata, qualche volta falsa ma saperlo non significa necessariamente esserne immuni.
Insomma, alla fine, siamo davvero più soli, oppure avvertiamo di più la solitudine? Forse sono vere entrambe le cose e forse le due dinamiche si alimentano. Abbiamo perso o indebolito alcuni luoghi tradizionali di appartenenza e contemporaneamente abbiamo costruito una società nella quale l’appartenenza altrui è continuamente visibile. La solitudine può essere diventata più frequente proprio mentre diventava più difficile considerarla normale?
C’è anche un altro aspetto, più delicato. Abbiamo costruito, giustamente, una società più attenta alla sofferenza, più capace di darle un nome e meno incline a liquidarla con un “passerà”. È un progresso enorme rispetto a epoche più violente e nelle quali molti disagi semplicemente non avevano diritto di parola, ma che richiede forse risposte nuove a nuovi problemi.
Ciò detto, perdere degli amici, attraversare alcuni mesi senza un gruppo, trasferirsi, finire una relazione, passare qualche sabato sera a casa possono essere esperienze molto dolorose e possono, in alcuni casi, diventare segnali di un disagio profondo. Possono anche essere pezzi normali di una vita. Non tutto ciò che fa soffrire è una patologia e non ogni solitudine è un’emergenza.
Dostoevskij lo aveva capito in un altro modo. Il Sognatore delle Notti bianche ha fatto della propria solitudine quasi un’abitazione, sostituendo progressivamente la vita con l’immaginazione. Poi incontra Nasten’ka e per quattro notti scopre cosa significa uscire da sé. Alla fine resta solo di nuovo, ma non è esattamente l’uomo di prima. La solitudine può consumare, ma può anche essere attraversata, può essere imposta oppure cercata, dolorosa oppure fertile. Senza una certa capacità di stare soli difficilmente esisterebbero una parte della letteratura, dell’arte, del pensiero e forse neppure una parte della nostra libertà.
Il problema forse è che sono cambiate anche alcune delle condizioni nelle quali costruiamo le relazioni. Famiglie più piccole, maggiore mobilità, lavori meno stabili e comunità meno vincolanti hanno trasformato molti dei luoghi nei quali un tempo ci si incontrava quasi senza cercarsi, il cortile dei pomeriggi perduti e infiniti, la piazza, la parrocchia, il circolo, la sezione di partito, il bar del quartiere, la squadra, perfino il posto di lavoro quando significava vedere le stesse persone per molti anni.
Non erano mondi necessariamente migliori, non producevano solo solidarietà ma anche esclusione e controllo, ma avevano però una caratteristica, non bisognava andarci per fare amicizia. Ci si andava per fare altro, ci si incontrava una volta, dieci, cento, e qualche volta si diventava amici.
Oggi una parte di quella socialità deve essere cercata intenzionalmente, organizzata, calendarizzata, prenotata, incastrata negli orari propri e degli altri. A chi è solo consigliamo, giustamente, una palestra, uno sport, il teatro, un corso, un’associazione. Chiediamo in pratica a chi già si sente solo lo sforzo maggiore per smettere di esserlo e cioè scegliere un posto, entrarci da solo, presentarsi, superare l’imbarazzo di non conoscere nessuno.
Quella del Bufalarium è soltanto un’occasione, e forse proprio per questo è una buona idea a prescindere da come andrà. Perché in una società che ci offre continuamente appartenenze da scegliere, comprare e mostrare, per una sera qualcuno ne propone una molto più elementare, sedersi allo stesso tavolo con chi non conosciamo, con chi magari è diverso da noi, con chi magari la pensa persino diversamente da noi. Una cosa sempre più rara nella società dell’intolleranza sbandierata come virtù.







