Una finestra a Sud. Laggiù in Abruzzo c’è la Civita D’Antino dei danesi

di Fausto D'Addario | 02 Luglio 2023 @ 05:18 | I LUOGHI DELLO SPIRITO
Civita D’Antino
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Laggiù in Abruzzo c’è la Civita D’Antino dei danesi”, così si esprimeva il pittore danese Kristian Zahrtmann, che si stabilì a Civita D’Antino, borgo in provincia dell’Aquila, che domina l’ampia vallata attraversata dal fiume Liri: qui, nella Valle Roveto, tra il 1877 e il 1915, fiorì una fortunata scuola di pittori danesi. Natura selvaggia e paesaggi agresti, costumi tradizionali e quadretti di vita quotidiana, folklore e riti religiosi, questi i temi privilegiati da una vera e propria colonia di 89 pittori scandinavi, che fecero grande il borgo marsicano più di un secolo fa. Fu solo il terremoto che devastò la Marsica nel 1915 a sancire la fine di questa folgorazione nordica. In continuità con questa tradizione scandinava, il 1 luglio è stata inaugurata un’esposizione d’arte norvegese nei locali di Palazzo Ferrante, gioiello secentesco di Civita D’Antino: “Mellom fjellene og himmelen/Tra le Montagne e il Cielo”, come lo stesso Zahrtmann descriveva la suggestiva atmosfera del paese. Le cantine dell’antico Palazzo Ferrante, trasformate in uno spazio dedicato ad artisti scandinavi e italiani, e il suggestivo borgo marsicano accoglieranno per tutta l’estate i visitatori, offrendo l’opportunità di ammirare opere di arte contemporanea di 12 giovani talenti norvegesi, con il supporto dell’Accademia delle Belle Arti di Oslo e della galleria d’arte Hulias.

La folgorazione dei danesi per l’Italia ha una lunga storia. Per formare i propri artisti nel Regno di Danimarca fu istituita nel 1754 l’Accademia Reale Danese di Belle Arti, che metteva in palio borse di studio di tre anni: per diventare grandi artisti era praticamente obbligatorio recarsi per diversi anni in Italia. Anche Kristian Zahrtmann fu tra i vincitori e venne in Italia grazie a quella somma. Prima di partire, però, gli artisti studiavano in madrepatria i primi rudimenti della lingua italiana e francese. I viaggi non dovevano essere particolarmente facili: bisognava attraversare le Alpi o arrivare via mare; malattie come colera e malaria, guerre e brigantaggio, erano sempre in agguato e i cambi di moneta erano spesso svantaggiosi. Insomma, una vera epopea prima di raggiungere Roma. Solo dopo l’Unità d’Italia nel 1870 e con la costruzione delle prime ferrovie in Europa diventò molto più semplice viaggiare e Kristian ne poté approfittare.

Kristian scoprì quasi per caso la città verso la fine del XIX secolo, nel 1883, e ne rimase tanto affascinato che ne nacque un legame fortissimo: “La mattina qui è meravigliosamente bella. Le nuvole giacciono sotto, come un grande mare di ghiaccio congelato, e solo poche vette si ergono come isole”. Insofferente verso l’arte accademica tradizionale, si getta sul naturalismo e il realismo e sui passi del Grand Tour percorre in lungo e in largo la neonata Italia, soggiornando, tra l’altro, a Roma, Firenze, Lucca, Siena e Amalfi. Da sempre il fascino dell’Italia richiamava viaggiatori da tutto il mondo e le aspre solitudini dell’Abruzzo non erano meno visitate. Abbiamo detto quasi per caso: sì, perché uno dei modelli di Zahrtmann, Ambrogio, veniva proprio da Civita d’Antino. L’afa della città era insopportabile al pittore danese, e si misi alla ricerca di un po’ di frescura nell’entroterra: Ambrogio gli aveva assicurato che, se avesse visitato Civita D’Antino, avrebbe trovato buon vino, aria fresca e accoglienza da parte della gente del posto. Si parte, dunque. È amore a prima vista: Kristian si innamora del borgo, dei dintorni e dei suoi abitanti. Fino al 1911, vi trascorreva regolarmente le sue estati: era la sua patria ideale. Nella tranquillità del borgo abruzzese cominciò ad invitare colleghi e studenti per dipingere sul posto, impiantandovi a poco a poco una scuola artistica di pittori danesi, svedesi e norvegesi: da quel momento l’isolata Val Roveto divenne un centro vitale e creativo. Decine di giovani artisti scandinavi passavano i mesi estivi a godere di un clima e di una luce così diversi da quelli del Nord Europa, cercando di ritrarre il paesaggio montano e la vita quotidiana di quelle contrade. Così nacque una stagione artistica che culminò in una mostra presso al Kunstforeningen di Copenhagen nel 1908: ecco perché nei musei danesi si trovano ancora oggi molte immagini con paesaggi abruzzesi.

Tre anni dopo, nel 1911, l’Abruzzo fu tra i protagonisti nella grande Esposizione Internazionale presso la Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma a Valle Giulia, grazie ai sessanta artisti danesi e a più di duecento loro opere, con i lavori di Zahrtmann e degli altri artisti della sua scuola. Nel 1902 Zahrtmann era diventato anche cittadino onorario di Civita D’Antino e, dopo la sua morte avvenuta nel 1917, fu realizzata una targa commemorativa nella sua residenza, Casa Cerroni, l’edificio che tuttora è visibile ai margini del centro storico. Al centro della piazza che gli è stata intitolata, Piazzale Zahrtmann, si trovano ancora i platani che l’artista aveva fatto piantare. Viene ricordato vestito sempre di bianco ed affabile con tutti, accompagnato da colleghi come Krøyer e Skovgaard. Lo svedese Anders Trulson, uno degli allievi della scuola estiva di Civita, morì poco dopo il suo arrivo nel 1911, ed è sepolto nel vicino cimitero napoleonico. Nello stesso anno Zahrtmann decise di porre fine all’esperienza abruzzese; la sua salute gli impediva di compiere ulteriori viaggi in Abruzzo. Di quegli ultimi anni trascorsi in Danimarca fino al 1917 abbiamo un raro video: poche scene in realtà, ma sufficienti a trasmetterci l’immagine di Kristian intento a dipingere nella sua casa-atelier di Copenhagen. Luogo che, non a caso, volle chiamare Casa D’Antino, a memoria della felice esperienza abruzzese.

Diversi giovani artisti nordici continuarono ad arrivare a Civita D’Antino, ma tutto ebbe termine con il devastante terremoto del 1915. Oggi quelle opere che ritraggano Civita e i suoi abitanti abbelliscono i principali musei di Danimarca, Svezia e Norvegia. Civita è stata ricostruita dopo il terremoto, ma ovviamente non ha più quel fascino prettamente medievale di un tempo. Tuttavia turisti nordici vengono qui di tanto in tanto per riandare con la memoria a quell’età dell’oro.

Johannes Jørgensen, luterano convertito al cattolicesimo, fu un altro danese innamorato dell’Italia e tra i più grandi scrittori della Danimarca. È noto come biografo di santi, in primo luogo per la Vita di san Francesco d’Assisi. Perché ne parliamo? Tre giorni dopo il tragico terremoto del 1915, Jørgensen visitò Civita d’Antino; da questa esperienza venne fuori un libretto intitolato solo Civita D’Antino, tanto il luogo era noto nel paese scandinavo; nella traduzione italiana del 1931 l’opera ricevette il più poetico titolo di Nella terra di sorella morte. Jørgensen aveva un grande rispetto per l’arte di Zahrtmann, che per lui ha vissuto “in mezzo a un popolo che, nella sua semplicità di vita, nella sua dignitosa umanità, nella sua millenaria pietà, sembrava essere rimasto tra queste montagne dai tempi dell’antichità o dal tempo in cui Benedetto da Norcia predicò per la prima volta il cristianesimo nelle regioni intorno a Montecassino”. Così scriveva nelle sue Lettere agli amici assisiani. E prosegue: “È vero che gli artisti danesi hanno portato al piccolo paese di montagna più di un vantaggio. Ma per chi si rende conto di cosa significhi per un moderno nordeuropeo vivere per mesi lontano dalla civiltà moderna ed essere assorbito in un altro mondo, permeato da antichi ideali, diventa ovvio che il debito della Danimarca con Civita D’Antino deve essere infinitamente maggiore. È vero che i danesi stessi scoprirono e portarono a casa i tesori che la natura e la vita popolare abruzzese contenevano. Ma i tesori erano lì, non erano da nessun’altra parte, e senza Civita D’Antino l’arte visiva danese sarebbe stata infinitamente più povera. Nel nostro soggiorno sarebbe mancata una finestra a sud”.


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