Una domanda per il Maxxi e L’Aquila: ma siamo così scarsi? A tu per tu con Roberto Grillo

di Alessio Ludovici | 02 Giugno 2021 @ 06:00 | CULTURA
roberto grillo foto
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L’AQUILA – “Chiedo ai responsabili, ma gli aquilani sono così scarsi?” E’ la provocatoria domanda di Roberto Grillo, fotografo, rivolta al Maxxi L’Aquila, e anche alla classe politica aquilana che grazie alla Rai, il giorno dopo l’inaugurazione, si è ricordata che forse un Marcello Mariani così scarso non era.

Non è una domanda buttata lì tanto per far ‘caciara’ quella di Grillo. Prima di scriverla ci siamo presi del tempo per riflettere. Per Roberto, frequentatore del Maxxi Roma da tempi non sospetti, l’operazione Maxxi L’Aquila è infatti un travaglio:

“Quando ho saputo dell’apertura del Maxxi, per me che mi occupo di fotografia, è stato emozionante. Da tempo invece il primo sentimento che ho è di rabbia e mi sono dovuto prima chiedere se la mia fosse una rabbia civica o dettata da motivi personali”.

Roberto però è in una fase della sua vita e della sua attività di piena maturità e serenità, per di più sta aprendo un museo della fotografia in città e non c’è dubbio quindi che la sua sia una riflessione sincera e competente. Competente perché uno dei nuclei fondamentali del Maxxi è del resto proprio la fotografia, e qualcosa in merito ne sa anche Grillo. Ora nella collezione permanente del Maxxi L’Aquila c’è una sezione fotografia, e c’è un’opera sul terremoto dell’Aquila firmata da Paolo Pellegrin. Qui è necessario come cittadini fermarsi un attimo a riflettere e raccontare una storia.

Roberto, con Danilo Balducci, Renato Vitturini, Marco D’Antonio quel giorno e in quelli successivi erano qui, tra mille travagli emotivi, e con la loro attività hanno costruito una narrazione potentissima del nostro sisma e della nostra vicenda. Un lavoro umanamente complesso e di caratura internazionale, finito sulle pagine di mezzo mondo.

Si dice che non è bello parlare di se stessi, ma insisto perché è uno dei nodi della questione, anche da un punto di vista simbolico.

“Quattro fotografi – spiega Roberto – che per un motivo o per un altro sono persone che hanno delle competenze anche a livello elevato, con stili diversi, che hanno prodotto mostre, libri, c’è chi si è spezzato la schiena in un quotidiano, ma hanno tutti una caratura a livello nazionale e internazionale e avrebbero avuto il diritto di una presenza se tu Maxxi decidi di trattare la fotografia e di trattare il terremoto”.

Dov’è in sostanza quell’annunciato rapporto con il territorio? Quella sperimentazione che il Maxxi avrebbe dovuto generare? Potrebbe arrivare chiaramente ma l’imprinting iniziale è deludente per molti.

“La politica locale interviene su tutto, ma invece di fare la gara sulla paternità del Maxxi, perché non discutono che ad esempio nella fotografia, che è ciò che io conosco e di cui mi permetto di parlare, che è stata una forma espressiva fondamentale del terremoto a livello mondiale, non c’è nessun aquilano degno di trovare posto nel Maxxi?”. Non è una critica a Pellegrin, “un genio” spiega Roberto, ma “il laboratorio vero sarebbe stato un dialogo tra un genio venuto qui dopo sette anni e quattro persone che hanno narrato una vicenda per i sette lunghi anni precedenti. Cosa lascia all’aquilano o al turista l’opera di Pellegrin? E’ una mancanza di sensibilità l’assenza di artisti della città – tra gli abruzzesi c’è solo Spalletti – e chiedo ai responsabili, ma gli aquilani sono così tanto scarsi? Non esiste un artista di qualsiasi forma espressiva degno di essere presente con la sua narrazione all’interno del Maxxi? Dobbiamo smetterla con questa storia del provincialismo perché se Pellegrin è certamente un punto di riferimento noi non siamo così tanto scarsi da diventare provinciali. Marcello Mariani, come altri, potevano ragionevolmente essere presenti. Se il Maxxi non acquisisce opere del territorio, significa che nessun aquilano è meritevole di far parte di una collezione permanente di questo museo?”.

E qui, in queste domande, c’è il nodo simbolico di una mancanza che hanno notato in molti, ma che ha un significato che va oltre, e rappresenta perfettamente una più diffusa sensazione di fastidio di chi magari non si occupa di cultura, ma di idraulica, di musica, di caffè o di merletti e vede la città andare verso orizzonti preclusi ai più. Stiamo forse diventando turisti della nostra stessa città? Avremo a che fare con i supermarket della cultura? Proprio noi? Proprio all’Aquila? E’ una riflessione provocatoria perché in realtà in città c’è tutta la voglia di aprirsi al mondo e contaminarsi, di innovarsi, di sperimentare, di esserci in questo processo di trasformazione. “Stiamo andando verso un centro storico elitario? Meno democratico di una volta – si chiede anche Roberto – con università di eccellenza, con negozi fighissimi, persone che hanno un’Isee di un certo tipo? E’ una scelta che io non condivido. C’è bisogno di chiarezza a riguardo da parte di chi amministra o amministrerà la città, altrimenti è naturale che un’operazione come il Maxxi venga letta come elitaria.”

Ed è naturale che si rincorrano i pettegolezzi e le illazioni su come funziona la cultura, come lavora e fa lavorare, sui meritevoli e non della città, e sullo stesso Maxxi e l’operazione economica che ne è alla base. L’Aquila ha bisogno di un cambio di marcia. “Perché coinvolgere cifre e risorse così importanti su un’unica realtà? Perché non c’è mai la giusta attenzione sui piccoli? Dovremo cambiare questo approccio”.

Del resto la stessa Melandri ha definito il Maxxi L’Aquila

“non un progetto “per” il territorio, ma un progetto “con” il territorio. Non una vetrina estranea alla città, alle forze sociali culturali e civili, ma un luogo d’incontro, di scambi e collaborazioni, uno spazio aperto a tutti. Siamo qui per lavorare con la ricchissima comunità artistica, culturale e scientifica dell’Abruzzo, per fare di questo museo un centro di ricerca”.

E allora la domande di Roberto Grillo, le sue riflessioni, su una questione che lui stesso definisce complessa da analizzare, non possono certo essere etichettate come provincialismo ma meritano un dibattito. 

Il Museo ha reso noto che sono stati avviati i primi progetti di residenza e committenza d’artista che prevedono, oltre produzione di nuove opere, incontri, laboratori e approfondimenti.

“Con il MunDA – si leggeva ancora in una nota – e la sua direttrice Maria Grazia Filetici sono stati avviati i progetti con i Masbedo e Claudia Pajewski che reinterpreteranno in chiave contemporanea alcuni elementi iconici del Castello Spagnolo dell’Aquila, sede storica del Museo che progressivamente tornerà a ospitarlo. Con il Gran Sasso Science Institute e con l’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare – Laboratorio del Gran Sasso è in corso la committenza fotografica ad Armin Linke”.

Si esaurisce qui il rapporto con il territorio o ci saranno altri meritevoli? E come saranno selezionati? Oppure siamo così scarsi, davvero? Il Maxxi e la politica aquilana sicuramente sapranno rispondere, qui o altrove, a queste ed altre sollecitazioni della ricchissima comunità artistica e culturale del territorio. 


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