Un panino al bar o la spesa? L’esperto: ecco a cosa bisognerà stare attenti nella Fase 2

di Marco Signori | 26 Aprile 2020 @ 06:30 | ATTUALITA'
covid
Print Friendly and PDF

TERAMO – “Ci sarà un rafforzamento delle misure di igiene già previste, il settore alimentare da sempre utilizza guanti e mascherine ma è chiaro che in questo contesto si richiedono delle disposizioni aggiuntive, come ad esempio quella della distanza da mantenere tra gli operatori, che è quella destinata ad avere l’impatto maggiore: il governo chiarirà lunedì se la distanza dovrà essere di uno o due metri, noi abbiamo dato delle raccomandazioni poi è il governo che deve trasformarle in atto politico”.

Così il professor Antonello Paparella, ordinario di Microbiologia degli alimenti all’Università di Teramo, tra i quattro esperti della task force costituita dal Gruppo Sanità pubblica veterinaria e Sicurezza alimentare dell’Istituto superiore di Sanità che ha messo a punto il documento “Indicazioni ad interim sull’igiene degli alimenti durante l’epidemia Covid-19”, pubblicato lo scorso 19 aprile.

Tra le principali novità a cui dovranno attenersi gli operatori della produzione alimentare, i gestori e gli operatori degli esercizi di commercio alimentare nell’ormai imminente fase 2 dell’emergenza Coronavirus, c’è quella del distanziamento sociale: “L’indicazione per ora è di un metro – spiega il professore a L’Aquila Blog – la fase 2 è di compromesso quindi il governo dovrà stabilire come procedere, da un lato allentando le restrizioni, dall’altro mettendo in sicurezza”.

“Abbiamo definito quali sono i momenti in cui lavarsi le mani, che non era mai stato fatto prima”, fa osservare Paparella, “siamo andati molto nel dettaglio”.

Il distanziamento poi, chiarisce il prof, “riguarda anche l’esercente, perché deve organizzarsi per far rispettare la distanza agli avventori ma deve rispettarlo lui stesso e i dipendenti, sono due norme che viaggiano di pari passo”.

Una misura che secondo Paparella non è inapplicabile neppure per le migliaia di piccole e piccolissime aziende, come i negozi di alimentari dei centri storici o gli stessi bar: “È un problema di lievitazione dei costi – fa osservare – perché lavorare con distanze maggiori spesso significa lavorare di meno, ma ho visto che si stanno già organizzando e molti lo avevano fatto già prima del lockdown. Ora si stanno tutti dando da fare per la riapertura, ad esempio disinfettando gli impianti di areazione e dotando i negozi dei dispenser con liquidi igienizzanti.

Ma si tratta di suggerimenti o imposizioni? “Noi abbiamo indicato tutte quelle misure tecniche, dal lavaggio delle mani per cui abbiamo specificato che va effettuato anche se si usano i guanti eliminando un equivoco molto diffuso, all’utilizzo delle mascherine, per il quale abbiamo discusso molto perché dal punto di vista scientifico sarebbe da usare quella chirurgica ma vista la generale indisponibilità abbiamo indicato anche altri tipi di cui si può disporre – spiega Paparella – . Al momento sono delle raccomandazioni, saranno poi le autorità di controllo a poter richiedere di incorporarle nella manualistica aziendale, come il Documento di valutazione del rischio e il manuale di autocontrollo Haccp”.

In buona sostanza, il governo stabilirà delle regole senza fissare sanzioni. Saranno poi gli enti preposti, come le Asl, a decidere se inserire le prescrizioni tra quelle che l’azienda deve rispettare e, in questo caso, le sanzioni sono previste dalla normativa già in vigore. 

Questo non comporta il rischio che ciascuna provincia assuma determinazioni diverse? “È sempre stato così purtroppo”, fa osservare il professore, “d’altra parte i problemi che abbiamo con la diffusione del Covid sono soprattutto legati alle diversità che ci sono state nell’affrontare la malattia nelle diverse regioni”.

Tra le indicazioni date dalla task force ci sono poi quelle sul corretto utilizzo di guanti e mascherine: “Ho visto persone arrivare al supermercato già indossando i guanti mentre erano al volante, questo è un uso sbagliato. Molti non sanno che la mascherina deve essere sagomata sul fronte nasale altrimenti non serve a nulla, già è altruista cioè protegge l’altro e non noi, se neanche la indossiamo correttamente è inutile”.

E ancora, “prima di portare le mani al volto occorre usare gel o lavarsi le mani”.

Alla domanda su quali rischi corra il consumatore che mangia un panino al bar o consumi un pasto al ristorante, il professore risponde che “allo stato attuale l’alimento non è considerato veicolo di infezione e neanche gli imballaggi, è estremamente improbabile che possa avvenire la contaminazione tramite il cibo”.

Per i consumatori “la raccomandazione dell’Oms è quella di evitare il consumo di carne, pesce, latte e uova crude – ricorda il professore – perché non venendo lavati e non avendo ancora la dimostrazione che il virus non persista è meglio evitare, la cottura per 30 minuti a 56 gradi o 5 minuti a 70 gradi inattivano il coronavirus, lo uccidono. Questo anche abbiamo scritto nelle linee guide”.

Nello stesso protocollo sono indicate le modalità con cui fare la spesa al supermercato: “Il consumatore deve innanzitutto preparare sempre la lista dettagliata della spesa in modo da razionalizzare la presenza nel negozio, i negozianti sono sensibilizzati al massimo quindi il consumatore deve avere la consapevolezza che non sta entrando in un saloon di Far West ma in un locale in cui si è fatto di tutto per minimizzare il rischio”.

“Uno studio su altri coronavirus indicherebbe la persistenza su frutta e verdura, ma trovare acido nucleico virale non significa che il virus sia infettante – valuta infine Paparella – quindi anche quando, come accaduto in Germania, si dovessero trovare tracce del virus sui carrelli, questo non significa che toccando il carrello ci si infetta, perché potrebbe essere già morto o comunque aver perso la capacità di replicare altre cellule”.


Print Friendly and PDF

TAGS