Ucraina, Nursing up: dubbi sull’accoglienza lavorativa di medici e infermieri

De Palma: "Urgono chiarimenti sulla proposta del Consiglio dei ministri di far lavorare per 12 mesi medici e operatori sanitari senza verifiche di idoneità"

di Redazione | 23 Marzo 2022 @ 09:16 | ATTUALITA'
De Palma
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ROMA – Il sindacato italiano degli infermieri ‘Nursing up’ esprime dubbi sulla proposta comunicata dal Consiglio dei ministri con la quale viene annunciata la “deroga temporanea alla disciplina del riconoscimento delle qualifiche professionali sanitarie per i medici e gli infermieri ucraini”.

Una proposta che “ci lascia alquanto perplessi – scrive il  presidente nazionale del ‘Nursing up’ Antonio De Palma -. Fino al 4 marzo 2023, da parte del nostro Governo e del nostro ministero della Salute, viene, leggiamo testualmente, ‘consentito l’esercizio temporaneo delle qualifiche professionali sanitarie e della qualifica di operatore socio-sanitario ai professionisti cittadini ucraini residenti in Ucraina prima del 24 febbraio 2022, che intendono esercitare nel nostro territorio nazionale – presso strutture sanitarie o sociosanitarie pubbliche o private italiane – una professione sanitaria o la professione di operatore socio-sanitario in base a una qualifica professionale conseguita all’estero e regolata da specifiche direttive dell’Unione europea’. In poche parole – continua De Palma – siamo di fronte a una situazione alquanto paradossale. Infermieri e medici ucraini che scappano dal drammatico territorio della guerra, potranno quindi esercitare la loro professione nel nostro Paese per la durata di ben 12 mesi, senza bisogno di nessuna integrazione di idoneità dei propri requisiti, come dovrebbe avvenire per legge per professionisti della sanità appartenenti a paesi che non rientrano nella comunità europea. 

Ma vi è di più, perché il provvedimento prevederebbe addirittura una deroga, rispetto al previsto e preliminare accertamento della conoscenza della lingua italiana da parte degli ordini professionali. Come se in ospedale fosse possibile curare od assistere i pazienti senza avere la possibilità di comunicare con loro. Da non dimenticare, inoltre, che stiamo parlando di persone con diversi alfabeti e con un sistema di scrittura che nulla ha a che vedere con il nostro.

Insomma, lo sa un infermiere ucraino – chiede il sindacalista – qual’è il nome commerciale Italiano di quei farmaci oggetto delle sue conoscenze ed esperienze pratiche quotidiane in Ucraina? E’ in grado di distinguerne gli effetti? Conosce questo infermiere le tante leggi speciali che, in Italia, regolano l’esercizio della professione, anche per i riflessi che hanno sui relativi ambiti di funzione e di responsabilità? Saprà, una volta ammesso alla pratica assistenziale quotidiana, fino a dove agire in autonomia e dove fermarsi? Oppure, ancora più semplicemente, in quale modo, nel bel mezzo di un intervento operatorio il chirurgo potrà chiedere la strumentazione necessaria alla sua assistente, cioè l’infermiera strumentista, se questa è completamente ignara della lingua italiana?

Ma non è solo questo che ci porta a chiedere doverosi chiarimenti. Seppur sottolineando il pieno rispetto delle condizioni umane di uomini e donne che, nel fuggire dagli orrori della guerra, meritano di essere accolti nelle nostre nazioni nel migliore dei modi, e soprattutto senza nulla voler togliere alla loro preparazione professionale, è necessario affrontare anche il discorso spinoso della sicurezza sanitaria.

Il comunicato non specifica se i sanitari ucraini saranno debitamente vaccinati prima di lavorare all’interno delle nostre strutture ospedaliere. 

Ricordiamo che in Ucraina oltre metà della popolazione è in netto ritardo con le somministrazioni.

Secondo quanto le nostre leggi ci hanno insegnato fino ad ora, durante i due anni dell’emergenza, la vaccinazione rappresenta l’unico strumento che rende i luoghi di lavoro sicuri e quindi consentire agli operatori sanitari ucraini di lavorare senza, eventualmente, essersi sottoposti all’inoculazione del vaccino, vorrebbe dire azzerare quanto detto e soprattutto decretato fino ad ora. In carenza di maggiori informazioni ufficiali il nostro dubbio è sacrosanto , e merita chiarimenti !

Inoltre, se anche gli operatori sanitari ucraini fossero vaccinati, immaginiamo che non risulteranno essere stati immunizzati mediante uno dei vaccini riconosciuti in Italia (Pfizer, Moderna etc), ergo si porrebbe il problema della efficacia e validità di una vaccinazione fatta con prodotti differenti.

Le Aziende Sanitarie che dovranno assumere questo personale straniero, alle condizioni sopra indicate, si troveranno , perciò, a dover affrontare anche questo tipo di problematica.

Veniamo poi alla più volte citata deroga sulla necessità di verificare l’idoneità del titolo di studio, quindi lasciando che questi professionisti, che nella maggior parte dei casi non conoscono la nostra lingua e che potrebbero, il condizionale è d’obbligo sino a prova contraria, non possedere il nostro medesimo percorso professionale, si occupino da subito dei nostri malati, all’interno delle strutture pubbliche, e dei nostri anziani e soggetti fragili in quelle private.

Quanti di noi affiderebbero un proprio congiunto ad un professionista sanitario che arriva nel nostro Paese con possibili lacune linguistiche, anche gravi, che potrebbero non consentirgli di comunicare.

Davvero il nostro sistema sanitario, in questo momento storico particolarissimo, alle prese con una carenza cronica di 80-85 mila infermieri, si può permettere provvedimenti di questo tipo senza pensare ai seri rischi per la propria tenuta ?

Sosteniamo senza indugio – conclude il presidente del sindacato delgi  infermieri – il pieno appoggio ai professionisti sanitari ucraini, che beninteso siamo pronti ad accogliere e a sostenere nel migliore dei modi, soprattutto di fronte all’immenso dolore del quale sono latori in un momento epocale come questo, che ci colpisce e non ci lascia certo indifferenti, conclude De Palma, ma determinate riflessioni, quando in gioco c’è la salute dei nostri cittadini, sono doverose.


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