di Pierangelo Sapegno, giornalista e scrittore – Ha fatto un’Opa sul partito senza riorganizzarlo: «Le uniche cose che si è garantito sono state il controllo dell’assemblea e della direzione. Poi dei gruppi parlamentari». Ma era il partito che avrebbe dovuto reinventare, un partito vecchio ereditato non solo da epoche lontane, ma da un mondo completamente diverso, che aveva, grazie alla divisione dei blocchi, maggiori disponibilità finanziarie, e questo non l’ha fatto. Sbagliando completamente il «come», gli altri errori sono venuti a catena

Matteo Renzi
Matteo Renzi
Non sappiamo ancora come si chiamerà il nuovo partito di Renzi, ma sappiamo già che sarà europeista e che scenderà in campo proprio per le Europee del 2019, in una lista gemellata con le due forze alle quali si ispirerà, gli spagnoli di Ciudadanos e la Francia targata Macron. Forse, il Partito della Nazione, o il Partito dei Cittadini. In ogni caso il Partito di Matteo Renzi, liberal e assolutamente personale, piazzato in mezzo a cercar voti da Forza Italia e Pd. Il punto è proprio questo: sarà in grado di sfondare, e che appeal avrà su un elettorato molto disilluso, quando non è già in viaggio verso lidi populisti? Alla domanda se possa davvero coprire uno spazio politico di qualche valore all’interno di uno scenario che oggi pare abbastanza definito con i grandi partiti della seconda Repubblica ormai in crisi irreversibile e Lega e Cinque Stelle in fortissima ascesa, la risposta è sì. Ma questo non basta a dare una speranza. I sondaggi che gli uomini di Renzi hanno fatto fare lo danno al 3 per cento, più o meno allo stesso livello della Bonino, che a grandi linee pare rivolgersi allo stesso segmento elettorale. Molto meno di quello che serve per contare, e infinitamente meno di quello che potrebbe ottenere. Il problema della Bonino è che viene da lontano e ha cambiato casacca troppe volte perché qualcuno possa ancora crederci. Ma il problema di Renzi qual è?

Chi vuol comandare

Le domande della politica per chi vuole comandare sono il come, il cosa, il quando. Detto che il cosa non solo c’è, ma potrebbe anche puntare a un elettorato molto più numeroso, restano il come e il quando, che sono però le domande più importanti. Il tempo è determinante nella storia della politica: se Berlusconi ad esempio avesse fondato Forza Italia prima di tangentopoli, si sarebbe perso nella Prima Repubblica rischiando di venire travolto dalla stessa crisi. I grandi dittatori e i grandi rivoluzionari del Novecento, Lenin Mussolini Hitler, e Mao e Fidel Castro, non hanno mai sbagliato il momento per prendere il potere, e di saperlo cogliere. La cronaca di Renzi dimostra il contrario. Il suo partito doveva fondarlo nel 2012, come sostiene Giuliano Ferrara, quando aveva perso le primarie con Bersani e in molti lo guardavano da ogni versante come qualcosa di più di un semplice rottamatore, proprio come adesso nugoli di elettori si stanno rivolgendo a Grillo e Salvini. Se lui fosse uscito allora non avrebbe soltanto fondato un partito che avrebbe potuto aspirare a molto più di quel misero 3 per cento, ma soprattutto non avrebbe commesso il suo errore più importante, quello del come. Mauro Calise, politologo e studioso dei partiti, ha spiegato al Foglio che un partito personale si fonda sull’incontro di tre fattori: il leader, la comunicazione e l’organizzazione, «e contrariamente a quello che si pensa è il terzo, l’organizzazione, quello più importante.

La lezione dell’ex Cavaliere

La forza di Berlusconi è stata quella di mettere insieme la struttura organizzativa, poggiata su una gerarchia aziendale, con la capacità di fuoco comunicativa delle sue televisioni». Grillo ha fatto la stessa cosa grazie a una innovativa struttura operativa che è la rete. Ma l’esempio più calzante, perché più simile a Renzi, è quello di Salvini. Ha preso un partito vecchio, ne ha preservato la struttura organizzativa territoriale che comunque funzionava, cambiandone però completamente il messaggio, e mettendoci il motore di una leadership molto più forte di quella precedente di Bossi e di facebook. La Lega non è la Lega Nord. E’ completamente cambiata nella sostanza, senza aver toccato i suoi vertici. Giancarlo Giorgetti ne è l’esempio più evidente, visto che è passato dal cerchio magico di Bossi a Salvini, diventandone il suo uomo di fiducia. Renzi ha provato a fare le stesse cose con il Pd, fallendo però malamente. Ha fatto un’Opa sul partito, come sottolinea Calise, senza riorganizzarlo: «Le uniche cose che si è garantito sono state il controllo dell’assemblea e della direzione. Poi dei gruppi parlamentari». Ma era il partito che avrebbe dovuto reinventare, un partito vecchio ereditato non solo da epoche lontane, ma da un mondo completamente diverso, che aveva, grazie alla divisione dei blocchi, maggiori disponibilità finanziarie, e questo non l’ha fatto.

Errori a catena

Sbagliando completamente il «come», gli altri errori sono venuti a catena. Ha pensato che bastasse un po’ di comunicazione facile in tv e la sua capacità di bucare il video, per guadagnare più voti, senza mai rendersi conto che stava superando quel limite invisibile oltre il quale finisce il successo e comincia la sconfitta. E’ andato a cercare consensi nella direzione sbagliata, pensando di raccoglierli a destra tra gli orfani di Berlusconi, che invece, come è dimostrato da tutti gli studi sui flussi elettorali, si sono trasferiti interamente alla Lega, pacchetto completo. Alla stessa maniera ha perso i suoi voti a sinistra, verso i Cinque Stelle.

Destra e sinistra, divisione superata?

Ancora adesso continua a sbagliare. E’ convinto che la divisione tra destra e sinistra abbia ceduto il passo a quella tra sovranisti ed europeisti, non accorgendosi di nuovo che la discriminante è un altra, che «l’antieuropeismo è stato un elemento secondario e strumentale della retorica populista», come sottolinea un altro politologo, Salvatore Vassallo. Ma il vero punto di rottura è quello sull’immigrazione, perché è lì che il consenso ha rotto gli argini, perché la gente, anche quella «di sinistra», si sente ormai impotente di fronte a questa invasione inarrestabile, che imputa in gran parte proprio all’Europa. L’ultimo appunto è una banale constatazione. Renzi legge molto poco, e si vede. Fare un partito europeista alla Macron in Italia è un errore madornale. Vuol dire non capire una differenza sostanziale: la Francia in Europa comanda. L’Italia ubbidisce. Solo i cretini possono pensare che sia la stessa cosa.

Fonte: Tiscali

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