L’AQUILA – La guerra, come la morte, è una livella sociale. Prosegue con questo tema la stagione teatrale del Teatro Stabile d’Abruzzo con il primo spettacolo di questo nuovo anno. Cristiana Capotondi va in scena, insieme alla partecipazione in video della piccola Penelope Brizzi, con lo spettacolo “La Vittoria è la balia dei vinti”, scritto e diretto da Marco Bonini.
A metà tra una fiaba e una storia vera, la narrazione è affidata ad una madre in videochiamata che racconta alla figlia un’insolita storia della buonanotte. Una storia di stragi e di morti, una storia di vinti, ma anche di salvezza e di speranza per una nuova fase dell’Italia, quella della Repubblica.
Ma chi è Vittoria? Questo personaggio, personificazione, appunto, di vittoria e salvezza, sarà colei che nella notte del 25 Settembre 1943 salverà la vita di due gemelli, figli della sua balia che, per lo shock dei bombardamenti, ha perso il latte.
Siamo a Firenze, nelle cantine dell’imponente Palazzo Pitti, dove la vanitosa Nonna Vittoria, moglie del sovraintendente ai beni culturali della città, ha un nascondiglio privilegiato insieme alla servitù. Uno stormo di 36 aerei Wellington inglesi – gli “alleati” – manca l’obiettivo dell’importante nodo ferroviario della stazione di Campo di Marte, che rimarrà intatto, causando però la morte di 215 civili, centinaia di feriti e la devastazione delle zone limitrofe. A quel primo attacco ne seguiranno altri sei, l’ultimo nel maggio del 1944. Anche Firenze, dichiarata “Città Aperta” come Roma, pagherà il suo tributo di lacrime e sangue.
La Capotondi, che nel 2024 abbiamo visto indossare i panni dell’astrofisica Margherita Hack su Rai1, ci racconta un nuovo pezzo di storia. Si muove qui su una scena onirica, completamente bianca, che richiama il cinema grazie alle musiche suggestive di Jonis Bascir. L’attrice, in abiti altrettanto candidi, diventa un tutt’uno con la scena, illuminata dagli effetti speciali delle luci.
Sullo schermo scorrono le immagini di quel tragico mattino, filtrate dall’immaginazione e dal bagaglio emotivo della figlia che ascolta il racconto di sua madre. È così che si ritrova ad immaginare dei fatti così lontani da lei, ma che, inevitabilmente, non possono esimersi dal lasciare un’impronta nella sua coscienza. La guerra, vista dagli occhi di un bambino, appare come un fumetto edulcorato in cui il rumore delle bombe evoca più i combattimenti di un videogioco che una strage di vite.
Un faccia a faccia con la paura, con la morte, con lo spirito battagliero di chi è attaccato alla vita e non molla, nemmeno quando quella vita sembra essere sul punto di finire. E non importa se quella vita è di un potente o di un povero. Sotto le bombe siamo tutti uguali, corriamo tutti gli stessi rischi e abbiamo tutti gli stessi timori. Ma ecco che un seno pieno di latte può fare la differenza. Nonna Vittoria ha davanti a sé i due piccoli affamati della sua balia Armida, e non importa che non siano i suoi, conta ciò che può fare: salvarli. Anche se l’intento iniziale era quello di averla vinta davanti alle provocazioni dello sfacciato e impertinente cuoco che l’aveva sfidata. E Vittoria vince, trovando dentro di sé nuove emozioni e nuove consapevolezze.
La Capotondi, la sola attrice fisicamente sul palcoscenico del Ridotto, dà prova ancora una volta di sapersi misurare con ruoli impegnati e profondi. Con freschezza e ironia riesce a rendere quella dimensione che oscilla tra sogno e realtà, tra verità oggettive e riflessioni intime.
Con numerose caratterizzazioni e prove canore si destreggia abilmente da una parte all’altra del palcoscenico sulle sue scarpe rosse, unica nota di colore, simbolo di resistenza ma anche di solidarietà femminile. Non è la prima volta, infatti, che la vediamo interpretare ruoli simbolo della battaglia contro la violenza sulle donne. Nel film “Io ci sono” veste i panni di Lucia Annibali, avvocatessa sfregiata con l’acido dal suo ex compagno nel 2013, mentre in “Nome di Donna” affronta il tema della violenza e delle molestie subite dalle donne in ambito lavorativo. Un’attrice poliedrica, dunque, che mostra anche stavolta di sapersi muovere tra dramma e comicità, con una recitazione ricca, ma mai esagerata.
Una produzione Stefano Francioni Produzioni che si prefigge di portare in teatro un piccolo momento di storia che non è troppo lontano dalle cronache odierne di luoghi a noi vicini, in cui a salvare i bambini non ci sono i seni pieni di latte di Vittoria, ma restano le scatole di cartone usate come bare.
“Di queste case / non è rimasto / che qualche / brandello di muro”. Le parole di Giuseppe Ungaretti sembrano rendere con cruda verità ciò che Vittoria, Armida e tutta Firenze hanno vissuto in quegli anni.
Ma “è il mio cuore / il paese più straziato”. E sua figlia lo sa, incorporandone le crepe, nonostante l’ironia e il tono giocoso con cui lo racconta alla piccola ormai in dormiveglia.
“Grazie” è la parola più ripetuta da Cristiana alla fine di ogni applauso. La gratitudine le traspare dagli occhi e lei non perde occasione per ricordare le sue origini per metà abruzzesi e la sua infanzia a Valle del Salto, da cui provengono i suoi nonni.
“Porto nel cuore questa città, vi penso sempre”. Ci saluta così, mentre le musiche di scena ci fanno ancora fantasticare sulle avventure della bizzarra Nonna Vittoria.









