Tragedia asilo, Perilli: “Subito intervento psicologico sui coinvolti”

di Marianna Gianforte | 21 Maggio 2022 @ 06:02 | CRONACA
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L’AQUILA – Quando avviene una tragedia come l’incidente del maledetto mercoledì 18 maggio nel cortile dell’asilo ‘I Maggio’, una ferita si apre nella vita privata delle persone coinvolte e nella vita collettiva delle comunità. Soprattutto nelle più piccole, come L’Aquila, una cittadina più che una città, in cui tutti si conoscono in modo diretto o anche soltanto di sguincio e quando la sirena di un’ambulanza suona per le strade, la domanda è sempre: “Chi sarà?”. E si passano in rassegna conoscenti e amici. E’ difficile affrontare l’immediato, la perdita, la fine di un sogno riposto in un figlio o in qualsiasi altro affetto; ma ancor più complesso potrebbe essere affrontare il dopo, quando si fa strada quello che gli esperti chiamano sindrome post traumatica. Allora come affrontare a livello sia personale, sia collettivo, il dramma di una vita spezzata? Lo spiega Enrico Perilli, presidente dell’ordine degli psicologi d’Abruzzo, già contattato dalla dirigente scolastica dell’asilo ‘I Maggio’: insieme alla scuola si stanno pianificando gli interventi.

“E’ un trauma che si deve affrontare a diversi livelli, come cerchi concentrici – spiega Perilli -. Nel primo cerchio la famiglia del bimbo che non c’è più: è importante affrontare subito un percorso psicologico. Nel contempo, nel cerchio più largo, ci sono i bambini (e le loro famiglie) feriti; e poi i bambini che hanno assistito ma sono rimasti incolumi, quelli dell’intero asilo che hanno vissuto il trambusto, le grida, l’arrivo dei soccorsi. E ci sono la mamma che aveva lasciato l’auto parcheggiata e suo figlio rimasto in macchina proprio quando si è sfrenata. Sono tutte vittime di una tragedia enorme. Occorre programmare gli interventi psicologici, e per questo siamo già in contatto con la scuola. Rimanendo nel solco dei cerchi concentrici – prosegue lo psicologo – poi ci sono le insegnanti del plesso scolastico che hanno assistito e hanno gestito la situazione, accudendo i bambini, mettendoli al riparo dalla scena tremenda, facendoli rientrare, curandoli. Le insegnanti hanno dovuto, contemporaneamente anche gestire l’emergenza in corso fuori dall’asilo: chiamare i soccorsi, la preside. Gli interventi psicologici dovranno mirare a cercare di capire se le insegnanti sono pronte a rientrare al lavoro: di solito si cerca di mantenere la continuità con la vita e il lavoro, ma tutto questo dev’essere calibrato con la percezione e lo stato effettivo delle persone colpite dal trauma”.

Perilli però ricorda che esiste anche il cerchio più ‘largo’ rispetto agli altri, dei bambini più presenti e messi al sicuro e dei loro genitori: “Anche in questo caso il vissuto è molto importante, perché i bambini assorbono emotivamente ciò che vivono e ascoltano, ad esempio in tv, sui social; ascoltano perfettamente le telefonate dei genitori, i discorsi e questo vale per tutto, anche per la guerra in corso. I genitori devono esserne consapevoli. Per questo c’è anche un intervento di ‘psico-educazione’ rivolto ai genitori, per insegnare loro come comportarsi davanti ai bambini e con i bambini e, nello stesso tempo, osservarli: sono più aggressivi? Fanno gli incubi? Non mangiano? Se qualcosa, insomma, nell’equilibrio del loro comportamento o ritmo di vita si modifica. Un esempio su tutti: andare a controllare cosa i bimbi cercano su google: in questa fase molti bambini stanno andando a cercare sul web ‘asilo nido’, ‘colpevoli incidente asilo’, e così via”.

Un monito, in un certo senso, anche a rispettare una ricostruzione giornalistica sobria e rispettosa.

E la comunità come deve comportarsi? “Occorre senza dubbio evitare di colpevolizzare, perché questo comporta un trauma aggiuntivo sulle vittime secondarie e indirette: getta su di loro la colpa, la vergogna, il castigo. Atteggiamento che, nel temperamento più debole, può produrre isolamento sociale e conseguenze più estreme. Occorre, poi, assolutamente evitare la spettacolarizzazione”.

Ma il lavoro di ‘pronto intervento psicologico’ degli specialisti – che un ruolo tanto fondamentale hanno nella gestione dei traumi, come è accaduto nell’immediato post sisma, quando gli ‘psicologi dell’emergenza’ giravano le tendopoli per ricucire le menti degli aquilani sconvolte dal terremoto (come in tutte le grandi emergenze d’Italia e del mondo) “entrato ormai nella nostra cultura e riconosciuto come necessario e non come un ‘di più’”, dev’essere suffragato da una pianificazione che soltanto a livello governativo si può decidere”.

Perilli spiega infatti che “è oggi ritenuto (come in effetti esso è) necessario l’intervento psicologico individuale e collettivo; non è un di più visto come un accessorio. Ormai nelle emergenze l’intervento psicologico è ritenuto fondamentale”. Ma, come accade spesso in Italia, mancano le strutture ufficiali, riconosciute, strutturate dentro le aziende sanitarie tramite un intervento governativo. “Servirebbero – spiega Perilli – dei dipartimenti di psicologia, sui quali stiamo molto indietro, senza di essi come può essere continuativo l’intervento psicologico? E come può concludere il suo ciclo con un risultato positivo e duraturo? Occorre un dipartimento di psicologia territoriale e scolastica come figura non temporanea e fugace, bensì strutturata lungo tutto l’anno. Tra il paziente e il suo terapeuta, infatti, si crea una fiducia unica, irreplicabile. Serve il Governo e servono i fondi, perché sono attività che richiedono specifiche specializzazioni: ad esempio la neuropsichiatria infantile, la psicologia dell’età evolutiva e dell’emergenza, che intervengono in momenti diversi e a seconda delle situazioni”


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