L’AQUILA – Potrebbe arrivare un DPCM per mettere ordine all’ingorgo istituzionale che si è creato sotto il traforo del Gran Sasso. L’ipotesi di un commissario unico era già stata anticipata da Marco Corsini, commissario per la messa in sicurezza di A24 e A25. Ieri, in un incontro organizzato a Teramo dall’Osservatorio Indipendente sull’Acqua del Gran Sasso, l’altro commissario, Pierluigi Caputi, ha confermato questa possibilità, spingendosi anche oltre.
Caputi ha raccontato di una interlocuzione avuta con la Presidenza del Consiglio dei Ministri per arrivare a un DPCM che chiarisca ruoli e competenze. L’idea, stando alle sue parole, sembra essere quella di affidargli l’intero dossier Gran Sasso, anche perché persistono problemi tecnici significativi.
Corsini, per i suoi lavori – che riguardano la messa in sicurezza autostradale con sistemi di allerta e vie di fuga adeguate – aveva immaginato un intervento in due fasi: una prima dedicata ai lavori tecnologici e una seconda agli interventi strutturali. Ma questo piano appare più semplice sulla carta che nella realtà. Ad esempio, per rifare l’impianto di aerazione, indispensabile per garantire il doppio senso di marcia su una sola canna, è necessario intervenire sull’impianto elettrico. Quest’ultimo, però, è posizionato esattamente sopra il canale che irregimenta le acque del fornice. Ogni lavoro, anche il più banale dunque, rischia di interferire con l’acquifero.
Proprio per questo motivo si starebbe valutando di passare l’intera gestione del dossier a Caputi.
Caputi ieri ha fatto altre dichiarazioni rilevanti. Tra le ipotesi avanzate, o forse auspicate, c’è quella di evitare il ricorso alla Vinca per i lavori, ritenendo questo strumento inadeguato alla complessità tecnologica delle opere previste. Inoltre, ha annunciato che sta lavorando a un nuovo Protocollo d’Intesa, che aggiorni quello elaborato nel 2007 dallo stesso Caputi insieme all’allora vicepresidente della Giunta, Giovanni Lolli, per rafforzare i sistemi di sicurezza passiva. E poi c’è la partita con i Laboratori del Gran Sasso sui quali lo Stato, ha fatto intendere Caputi, non intende fare troppe concessioni perché ci sono in ballo rapporti internazionali.
È stato confermato che si procederà con l’installazione di tre potabilizzatori: uno sul lato Teramo, uno mobile ma temporaneo ad Assergi, e uno a Campotosto. Questi impianti garantiranno che, durante i lavori, l’approvvigionamento idrico per l’aquilano e il teramano sia sicuro e permetteranno di intervenire su una canna, mantenendo comunque aperta – in una forma ancora da definire – l’altra.
Caputi ha poi accennato a qualche novità positiva riguardante la conoscenza del Gran Sasso, derivante dai sondaggi esterni che sono proseguiti a differenza di quelli interni. Capire il funzionamento dell’acquifero rimane un punto cruciale, al di là delle architetture istituzionali. I sondaggi potranno davvero sciogliere i dubbi di 70 anni di ricerche e prove con la fluorescenza? L’acquifero è davvero una “spugna” in cui l’acqua si disperde ovunque? Dalla risposta a questa domanda dipende l’efficacia dei lavori futuri.
Sui lavori, però, è ancora buio fitto. L’ingegnere Giorgio Morelli, intervenendo durante l’incontro, ha ribadito i suoi dubbi: si stanno realmente valutando alternative progettuali o si sta portando avanti un’unica ipotesi? Il riferimento è al progetto di Gisonni, che proponeva di spostare i punti di captazione un po’ più lontano dalle gallerie. “In questo caso, siamo sicuri di risolvere il problema?”, si è chiesto Morelli che poi ha chiesto conto anche di quanto sta facendo Italferr che, stando alle carte, farà uno studio solo su una porzione di galleria e non su quella che riguarda i Laboratori ad esempio.
Caputi, da parte sua, ha ribadito che Italferr sta lavorando a un’ipotesi che includa diverse alternative. Se il clima di incertezza istituzionale potrebbe risolversi, quello tecnico rimane completamente aperto.








