Ti sei vaccinato? E quando? E come? E perché? E perché no?

Le sfide della privacy sanitaria ai tempi del Covid. Attenzione per il futuro

di Alessio Ludovici | 08 Giugno 2021 @ 06:00 | TECNOLOGIA E INNOVAZIONE
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L’AQUILA – Ti sei vaccinato? E quando? E come? E perché? E perché no? Normali discussioni da bar di questi tempi, del resto ci son frotte di persone che raccontano l’eroico gesto della vaccinazione sui social, o addirittura della prenotazione. Eppure il tema è delicato molto. C’è un film del 1997, Gattaca, che è di un’attualità incredibile. La trama è più o meno questa: in un futuro non troppo lontano le persone sono selezionate nella società in base al loro corredo genetico. Il protagonista, Vincent interpretato da Ethan Hawk, non fa parte della classe dei “validi” ma vuole fare lo stesso l’astronauta e si scambia l’identità con Jerome, interpretato da Jude Law, un valido finito sulla sedia a rotelle. Jerome era stato progettato con tutto quello che serviva realizzare i sogni di Vincent, salvo i sogni stessi: “Appartenevo a una nuova sottoclasse, non più determinata dal livello sociale o dal colore della pelle; no, ora la discriminazione è elevata a sistema”. 

Da un punto di vista meramente tecnico e per moltissimi aspetti non siamo molto lontani da quel futuro e la questione pone grandi interrogativi etici e morali.

Recentemente, tornando al Covid, il Garante della Privacy ha pubblicato una serie di indicazioni utili a fare chiarezza sul tema del trattamento dei dati dei vaccinati. I dati sanitari sono protetti. Lo stesso green pass, ha chiarito ulteriormente, non può essere usato sul luogo di lavoro. Tradotto vuol dire che il datore di lavoro non può chiedere informazioni sul proprio stato vaccinale o copia di documenti che comprovino la vaccinazione, nemmeno se c’è il consenso del lavoratore. 

“Il datore di lavoro — spiega il Garante — non può considerare lecito il trattamento dei dati relativi alla vaccinazione sulla base del consenso dei dipendenti, non potendo il consenso costituire in tal caso una valida condizione di liceità in ragione dello squilibrio del rapporto tra titolare e interessato nel contesto lavorativo”. Il datore non può acquisire inoltre informazioni sui vaccinati presso i medici competenti e viceversa il medico competente non può comunicare tali nominativi.

“Il medico competente continua il Garante – non può comunicare al datore di lavoro i nominativi dei dipendenti vaccinati. Solo il medico competente può infatti trattare i dati sanitari dei lavoratori e tra questi, se del caso, le informazioni relative alla vaccinazione, nell’ambito della sorveglianza sanitaria e in sede di verifica dell’idoneità alla mansione specifica”.

Insomma, nonostante in questa pandemia le ragioni della salute pubblica abbiano prevalso su quasi tutto, resistono dei limiti. La rigidità del garante è dentro una questione molto vasta, perché la tentazione di superarli certi limiti è pericolosa, e gli interessi che si muovono dietro questi dati sono giganteschi. Perché parliamoci chiaro, oggi è il Covid, domani è un’altra cosa, per inciso qualsiasi altra informazione sanitaria vi venga in mente. Assumete psicofarmaci? Siete a rischio di malattie? Il rischio di discriminazioni tra “sani” e non nella società iperconnessa e della collezione di dati in ogni istante della vita è un crinale davvero scosceso, un vaso di pandora di cui non conosciamo gli effetti e che può produrre spiacevoli conseguenze, in particolari per i più fragili, le donne ad esempio. E’ noto del resto che le aziende collezionano già molti dati. Pensate al problema delle assicurazioni, non in Italia, ma in paesi, e ce ne sono già, dove possono accedere a certi dati sanitari.

In Gattaca Vincent e il fratello “valido” che gli dà la caccia, si sfidano in una nuotata in mare. Sconfitto, chiede a Vincent come ha fatto a vincere: “Vuoi sapere come ho fatto? Ecco come ho fatto, Anthony! Non risparmiando mai le forze per tornare indietro.”


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