di Maria Cattini – Siamo entrati nella settimana delle commemorazioni per il decimo anniversario del terremoto che sconvolse la città e le vite degli aquilani. Nel corso di questi difficili anni, L’Aquilablog ha rappresentato una voce critica soprattutto in merito alla totale mancanza di programmazione e lungimiranza nelle scelte per il futuro della città che andava ricostruita.

Il 5 aprile del 2009, il giorno prima quella tragica notte, il centro storico dell’Aquila versava già in uno stato di crisi economica e culturale. Una crisi non certo paragonabile alla drammatica situazione generata dal sisma alle 3 e 32 del giorno seguente. Ma sicuramente una realtà che soffriva delle grandi problematiche comuni a tanti altri centri storici italiani. Tutti fattori che avrebbero dovuto far riflettere bene per ridisegnare e programmare il futuro della città prima di ricostruirla, cercando di sfruttare, a favore, quella improvvisa “tabula rasa” generata dal sisma. Al netto delle piccole e grandi ruberie che hanno visto protagonisti anche tanti cittadini aquilani, abbiamo provato quindi a riassumere le tre principali scelte sbagliate che, secondo noi, hanno contribuito a far perdere la grande occasione storica di trasformare una tragedia in una grande opportunità di rinascita e di rilancio del tessuto economico e sociale dell’Aquila.

Chiudersi nell’autarchia e rifiutare l’aiuto offerto dalle eccellenze italiane e europee.

Subito dopo il terremoto, tra gli amministratori locali è nata la consapevolezza che per ricostruire L’Aquila ci sarebbero voluti anni… e soprattutto decine di miliardi di euro. Ecco perché si diffuse, con un immediato successo tra amministratori e imprenditori locali, il principio “L’Aquila la devono ricostruire gli aquilani”, declinato immediatamente in slogan dal vago gusto autarchico del tipo: “L’Aquila agli aquilani”. Slogan che suonava benissimo anche alla gran parte della popolazione confusa e affranta dalla catastrofe. In realtà questi slogan ottusi e autoreferenziali, cavalcati dagli stessi politici locali che oggi provano a prenderne le distanze, hanno rappresentato una vera e propria iattura, che ha condizionato negativamente tantissime scelte successive. Se oggi ci si lamenta delle News Town, bisogna ricordare che anche in quel caso furono proprio gli architetti aquilani De Masi e Bruno, appartenenti allo stesso partito del sindaco Cialente, a scegliere la localizzazione e di conseguenza il numero delle stesse. 
Nei mesi successivi al sisma, ad esempio, l’architetto Renzo Piano si era offerto per progettare la ricostruzione del quartiere del centro storico dove risiedeva l’Università. Ma sarebbe stato difficile mantenere il controllo locale su di un progetto così ambizioso guidato da un architetto di fama mondiale. E allora niente da fare: “L’Aquila agli aquilani”, è stato risposto anche a lui. Per puro caso, la Regione Trentino Alto Adige è riuscita ad imporre almeno la costruzione dell’Audiorium provvisorio a Renzo Piano, superando anche in quel caso le polemiche montate ad arte contro “l’archistar”. A “L’Aquila agli aquilani” i trentini hanno avuto la forza di rispondere con altrettanta testardaggine: “i soldi dei trentini li gestiscono i trentini”. Una volta rimossa la questione Auditorium, attualmente segnato già dall’incuria per la delicata struttura in legno, a L’Aquila non rimarrà nessun nuovo edificio firmato da uno dei massimi architetti del XX secolo. 
Altro esempio eclatante è quello dell’Università di Valencia, che aveva presentato un progetto avveniristico per ricostruire il quartiere popolare di Valle Pretara. In quel caso hanno vinto gli abitanti di quelle che, negli anni ’50, erano poco più che delle baracche, trasformate successivamente in edifici di dubbio gusto grazie ai condoni edilizi. Per i proprietari “ricostruire tutto dov’era com’era” è diventato subito un dogma irrinunciabile, e gli architetti dell’Università sono stati costretti a tornare con un nulla di fatto a Valencia, città oggi modello della rinascita architettonica e culturale spagnola. Dopo questo tipo di esperienze, il sogno di vedere ricostruita una città più bella e ricca di prima è definitivamente svanito.

Evitare i bandi di gara europei.
 Speriamo che un giorno qualcuno proponga uno studio serio su quanto sia costata agli aquilani, in termini di tempo e denaro, la scelta di non fare grandi bandi europei e sminuzzare la ricostruzione in una miriade di piccoli bandi, annegando tutto nei mari della burocrazia. Finita la prima fase dell’emergenza gestita direttamente dalla Protezione civile, questa scelta fu dettata dall’opportunità di controllare a livello locale il flusso di denaro. La prima proposta dal Governo era di dividere la città in grandi lotti e affidare la ricostruzione tramite bandi europei alle più grandi e qualificate realtà edili d’Europa. Nei tavoli nazionali si era anche provato a far notare che le imprese locali avrebbero trovato comunque lavoro grazie ai subappalti. Ma i rappresentanti politici aquilani non ne vollero sapere. Anche perché, se c’è stata una categoria che si arricchita più delle altre grazie alla ricostruzione, forse è proprio quella dei tecnici del Comune. Improvvisamente, infatti, il Comune dell’Aquila si è trovato a dover gestire decine di gare d’appalto milionarie. Chi conosce il funzionamento dell’Amministrazione pubblica sa che per ogni appalto bisogna fare una commissione, i quali membri ricevono importanti benefit economici. Non sarà un caso, quindi, che i lavori per asfaltare Via Corrado IV, negli anni successivi al terremoto la più importante arteria di collegamento est-ovest della città, sono stati divisi in tre lotti, moltiplicando esponenzialmente i tempi per la realizzazione e gli introiti per le commissioni di gara. Nel frattempo, però, per mesi gli aquilani hanno subito deviazioni. Quanti chilometri e quanto tempo sono stati sprecati per circumnavigare Piazza d’Armi in attesa che si completassero le tre gare d’appalto per asfaltare poco più di un chilometro di strada? La storia di Viale Corrado IV è solo uno degli esempi delle nefaste conseguenze di aver rifiutato, in norme di un orgoglio peloso, di fare grandi lotti per la ricostruzione e utilizzare i bandi europei.
Sempre nei tavoli dell’emergenza, si era inoltre evidenziato il fatto che L’Aquila non disponeva di ditte edili con le competenze e la forza per affrontare una situazione così complessa e problematica. A questa obiezione, i rappresentanti locali ne hanno fatto nuovamente una battaglia di principio, facendo passare la loro linea anche nella speranza, per certi versi legittima, di far ricadere sull’indotto locale i benefici economici degli investimenti per la ricostruzione. Quanto vana fosse quella speranza è oggi sotto gli occhi di tutti. A parte centinaia di assunzioni pubbliche senza concorso “in nome dell’emergenza”, dopo dieci anni, in quello ci hanno raccontato essere “il cantiere più grande d’Europa”, è la stessa Ance dell’Aquila a lanciare l’allarme paradossale della “crisi edilizia”, sebbene rimanga più del 50% del centro storico da ricostruire. Infatti, a parte le poche, solite imprese edili aquilane, più esperte nelle relazioni con la politica locale che nella ricostruzione di città distrutte da una catastrofe, a lavorare nel capoluogo abruzzese sono arrivate tante piccole ditte edili da tutta Italia, con operai del sud o stranieri, in alcuni casi anche sottopagati come dimostrato dalle inchieste della magistratura. Anche la tempistica della realizzazione dei sotto servizi, il più grande appalto affidato ovviamente a un consorzio di ditte edili soprattutto aquilane, è un esempio eclatante di quanto sia stata improvvisata la ricostruzione della città: prima è stata avviata la ricostruzione degli edifici storici nell’asse centrale della città; poi si è incentivata la riapertura dei negozi; e, a sette anni dal sisma, sono finalmente partiti i lavori dei sotto servizi, sventrando nuovamente le uniche strade accessibili del centro storico. E quindi i commercianti sono stati costretti ad andarsene, costringendo a richiudere le attività faticosamente riaperte nel frattempo. Per non parlare, poi, dei palazzi storici che segnalano danni alle strutture proprio in relazione alla realizzazione dei sotto servizi. Praticamente è come se a L’Aquila si fosse deciso di costruire gli edifici iniziando dai tetti invece che dalle fondamenta. Anche i bambini sanno che non è esattamente questo il giusto modo di procedere.

L’assenza di un vero piano urbanistico e dei servizi della città prima di dare avvio alla ricostruzione.
In molti, soprattutto aquilani, non ci crederanno ma, al netto dell’abusivismo, anche quello giustificato dalla ricostruzione, a L’Aquila vige ancora il piano urbanistico degli anni ’70. Dagli anni ’70 in poi, la classe politica è sempre stata strozzata dai soliti e numerosi piccoli interessi locali e non è mai riuscita a produrne uno nuovo. “Ricostruire L’Aquila dov’era, com’era!”: è stato promesso. Forse la più grande idiozia sostenuta dopo il sisma! Come se, il 5 aprile, L’Aquila rappresentasse la “città ideale” sognata nel rinascimento. In realtà, i commercianti avevano cominciato ad abbandonare il centro storico ben prima del 6 aprile. L’Aquila, come la gran parte delle città storiche italiane, soffriva da anni di problemi di viabilità e di parcheggi. Avere la sfortuna/fortuna di veder distrutti certi edifici degli anni ’70 dal sisma rappresentava l’occasione migliore per eliminarne alcuni, almeno i peggiori, e far tornare a respirare gli edifici storici, costruire nuovi slarghi, nuove viste e soprattutto nuovi parcheggi. Invece a L’Aquila si è proceduto letteralmente a ricostruire ottusamente tutto dov’era com’era. Anche perché era la scelta che richiedeva meno sforzo progettuale e che nell’immediato avrebbe creato meno polemiche. Adesso che per ampliare l’ingresso all’Emiciclo sono spariti una sessantina di posti auto alla Villa Comunale, senza crearne uno in più, tutti si chiedono dove andare a parcheggiare in centro. I commercianti ora protestano e minacciano di andar via denunciano la desolazione del centro storico. E come dargli torto.

Un ultimo errore da segnalare, legato più alla prevenzione che alla ricostruzione, è stato quello di non conoscere e interpretare correttamente la storia dell’Aquila. Sebbene in città l’appellativo di “storico” non sia mai stato negato a nessuno. 
Prima di liquidare per cialtronaggine il tecnico dei Laboratori di Fisica Nucleare del Gran Sasso, Giampaolo Giuliani, si sarebbe dovuta rileggere con la dovuta attenzione la storia dei grandi terremoti che hanno colpito in passato il capoluogo abruzzese. La sequenza sismica che anticipò il tragico evento del 6 aprile 2009, infatti, aveva moltissime analogie con quella del 1.703. Inoltre tutti i recenti studi di sismologia, partendo dalla serie storica dei terremoti negli Appennini, segnalavano l’imminente alta probabilità di un evento sismico importante nella zona dell’Aquila. Ma in troppi in città non sapevano o hanno preferito non sapere. Accettare responsabilmente questi segnali inconfutabili- non certo gli studi sul radon di Giuliani- avrebbe significato prendere responsabilmente delle scelte troppo scomode, difficili e impegnative per chi ci amministrava. E quindi, come troppo spesso accade in questi casi non solo a L’Aquila ma in tutto il mondo, si è preferito credere a una rasserenante bugia, “lo sciame sismico sta scaricando l’energia della faglia”, che ad una scomoda e drammatica verità, una circostanza che si ripete nella valle dell’Aquila circa ogni 300 anni. E’ di questi giorni la notizia della segnalazione di rischio crollo del palazzo situato al Corso Stretto, danneggiato dai lavori per i sottoservizi. L’amministrazione comunale è ancora una volta posta davanti a una scomoda verità e una decisione ancora più difficile: chiudere una delle arterie principali del centro riaperte, proprio ora che si hanno tutti i riflettori puntati sulla ricostruzione, o far finta di nulla per poi magari dare la colpa alla fatalità? Dopo solo dieci anni dal sisma, sembra che in Comune si stia già propendendo per la seconda, facile soluzione.
Chiaramente gli errori che hanno causato il fallimento di una ricostruzione della città dell’Aquila sono molto più numerosi. I tanti fondi pubblici, italiani ed europei, persi in imprese improbabili come “l’Aeroporto dei Parchi”, ad esempio. Ma i tre motivi appena elencati rappresentano in particolare quelli che, in questi tristi anni, L’Aquilablog ha cercato di denunciare. Purtroppo invano. Si tratta, secondo noi, dei peccati originali di una storica occasione mancata per L’Aquila: quella di diventare ciò che ha sempre sognato di essere, ma che molto probabilmente non sarà mai. Almeno fino al prossimo grande sisma.

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