Sulle tracce di Napoleone in Abruzzo

di Fausto D'Addario | 05 Maggio 2024 @ 06:00 | RACCONTANDO
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L’AQUILA – “Ei fu”. Così inizia la celebre ode di Manzoni, scritta di getto alla notizia dell’improvvisa morte di Napoleone Bonaparte il 5 maggio 1821. Un uomo che scompigliò tutti gli assetti politici in Europa e anche in Italia: la sua presa del potere sancì la fine della Rivoluzione con la famosa frase: Cittadini, la Rivoluzione è finita e inaugurò ben presto il periodo imperialista. A soli 27 anni il giovane Napoleone iniziò la campagna d’Italia con l’intento di creare una serie di repubbliche sorelle: così vennero fondate prima la Repubblica Cispadana, divenuta poi Cisalpina, quella di Genova, successivamente quella Romana nel 1798 e, a fine gennaio 1799, venne proclamata la Repubblica Partenopea o Napoletana, di cui fece parte anche l’Abruzzo. Ora non sappiamo se Napoleone abbia mai soggiornato in Abruzzo: una tradizione vuole che una camera del Castello di Salle (Pe) avrebbe ospitato il grande generale francese. La camera è ancora oggi occupata da un pregiato letto a baldacchino in stile impero, che fa parte del percorso di visita piccolo Museo Borbonico ospitato nella fortezza. 

La conquista francese dell’Abruzzo iniziò e fu completata nel mese di dicembre del 1798: il 6 il generale Rusca occupò la fortezza di Civitella del Tronto; il 9 i francesi occuparono Campli, l’11 entrarono a Teramo, il 16 fu la volta dell’Aquila e il 24 di Sulmona. All’Aquila i francesi si abbandonarono ad un barbaro saccheggio, mentre le popolazioni dell’aquilano, quiete e pazienti, restarono fedeli al re e alla religione, in attesa della riscossa. La zona dell’Aquila fu una delle più tormentate durante l’invasione francese: a farne le spese fu soprattutto il barone Alfieri Ossorio, patrizio della città e amministratore delle zone di Arischia e San Vittorino. Arischia in particolare fu presa d’assalto, perché in quella zona si nascondevano le bande popolari avverse ai francesi e da lì si controllava sia la strada che portava Teramo, sia quella che portava verso Antrodoco e Rieti. Tra il 23 e il 24 dicembre caddero anche Chieti e la fortezza di Pescara, al cui portone principale venne esposta la coccarda bianca, rossa e verde, i colori della Repubblica cisalpina che poi sarebbero diventati quelli della bandiera italiana. Il 28 dicembre il generale francese Duhesme già riorganizzava il territorio regionale in due dipartimenti, Alto Abruzzo e Basso Abruzzo, da dividere in più cantoni e con un Consiglio Superiore con sede a Pescara. Ma il re Ferdinando IV non stette a guardare e si adoperò per mobilitare le masse contro l’invasione. In Abruzzo si ebbero da subito numerose rivolte antifrancesi: contadini e pastori lasciarono monti e campi per partecipare alle insorgenze contro coloro che venivano definiti i “giacobini signori”. Narra Benedetto Croce nella sua Storia del Regno di Napoli che i francesi, che avevano visto sbandarsi quasi senza combattere l’esercito borbonico, rimasero stupiti e impreparati di fronte alla nuova e ben più aspra guerra in cui si trovarono invischiati. La fama degli abruzzesi si sparse dappertutto come insuperabili combattenti “per forza, coraggio, ferocia e tenacia, tra i più temibili di Europa nella guerriglie”. A capo delle insorgenze emersero degli improvvisati quanto audaci capi delle masse: nell’aquilano Giovanni Salomone, nel teramano Donato de Donatis e nella Valle Peligna Giuseppe Pronio e Giuseppe Costantini, dagli eloquenti soprannomi di Gran Diavolo e Sciabolone

“Sappiate, o condottieri di briganti”, scrisse l’aquilano Salomone in una relazione al Re, “che noi siamo Amiternini e che nelle nostre vene circola ancora quel sangue che sconcertò tante volte i romani, che trionfò di Braccio e che a Velletri rese il mortale il sangue abruzzese”. Il 15 gennaio del 1799 Salomone passa all’attacco, e alla fine, dopo alterne vicende, vittorie e sconfitte, il 2 maggio la guarnigione francese abbandona L’Aquila per recarsi a Rieti. L’effetto di questa e di altre sollevazioni fu che le truppe francesi abbandonarono definitivamente l’Abruzzo e la Repubblica Partenopea cessò la sua esistenza nel 14 giugno del 1799, pochi mesi dopo esser nata.

Ma era solo l’inizio. Napoleone non si diede per vinto e, specialmente dopo la sconfitta di Trafalgar del 1805, intendeva tenere sotto più stretto controllo i suoi domini. Nel 1806 le truppe francesi invadono nuovamente l’Abruzzo, che entra così a far parte del Regno di Napoli, la cui corona venne assegnata prima a Giuseppe Bonaparte (1806-1808), poi a Gioacchino Murat (1808-1815). Il decennio francese, seppur breve, rappresentò per il Sud e l’Abruzzo un’epoca di grandi trasformazioni sotto l’influsso delle idee rivoluzionarie. Il territorio del regno di Napoli venne diviso in 13 province e l’Abruzzo risultò diviso nei cosiddetti “tre Abruzzi”: Abruzzo Ulteriore primo, con capitale Teramo e con capoluoghi dei distretti Teramo e Penne; Abruzzo Ulteriore secondo con capitale L’Aquila e con capoluoghi dei distretti L’Aquila, Civita Ducale Sulmona; Abruzzo Citeriore, con capitale Chieti e con capoluoghi Chieti a Lanciano. L’azione politica del fratello di Napoleone, Giuseppe, nei suoi due anni di regno si caratterizzò per la lotta ai privilegi feudali ed ecclesiastici: una serie di leggi, emanate a poca distanza l’una dall’altra tra il 1806 e il 1807, dava il colpo di grazia alla secolare e complessa struttura monastico-religiosa del Regno. Gli ordini religiosi che seguivano la regola di San Benedetto e le loro diverse affiliazioni, tra cui i monaci celestini, dovevano considerarsi soppressi e i loro beni venduti o diretti al demanio della Corona. Dopo il fratello, venne a completare l’opera il cognato di Napoleone, Murat: il decreto dell’agosto del 1809 fece piazza pulita degli ordini religiosi scampati: domenicani, francescani, carmelitani agostiniani e tante altre congregazioni persero ogni bene materiale e qualsiasi potere. Per fare un esempio, nella sola città dell’Aquila furono soppresse circa 17 comunità religiose tra le quali vanno ricordate il monastero di Santa Maria di Collemaggio, dove risiedevano i celestini, quello di San Francesco, tenuto dai frati minori conventuali, l’oratorio di San Filippo, il convento adiacente di Santa Maria del Riposo e il monastero di San Bernardino, retto dai frati minori osservanti. La fine del dominio di Murat, nel marzo del 1815, fu salutata perciò in Abruzzo con gioia e in molti comuni si ebbero manifestazioni di esultanza. 

Dell’eredità del regno di Gioacchino Napoleone Murat resta la Via Napoleonica, che da Pettorano sul Gizio – uno dei borghi più belli d’Italia – raggiungeva l’abitato di Rocca Pia e quindi giungeva all’altopiano delle Cinque Miglia. Nei mesi invernali la strada napoleonica era soggetta a violente tempeste di neve, tanto che in una di queste tormente perì un intero reparto di soldati francesi. Il percorso, che oggi è sterrato ma ancora percorribile, presenta un importante dislivello, se si tiene conto che partendo dal castello Cantelmo di Pettorano a 658 m. si raggiunge il borgo di rocca Pia a 1034 m. Tale asse viario era già noto e frequentato nell’antichità dal V-IV secolo a.C. dalle popolazioni italiche dei Peligni e dei Sanniti e forse era un tratto della via Minucia – il cui tracciato impegna ancora gli studiosi – che conduceva fino a Brindisi, la porta d’Oriente. Un revival del percorso si ebbe nel Trecento sotto Carlo II D’Angiò, ma fu verso la fine del Settecento il governo pensò di realizzare una Strada Regia d’Abruzzo per rilanciare i traffici commerciali. I lavori furono eseguiti tra la fine del Settecento e l’inizio dell’Ottocento e completati sotto il regno di Gioacchino Murat, da cui il nome di strada napoleonica. Proprio sotto il cognato di Napoleone i collegamenti tra la capitale del Regno e i paesi della montagna abruzzese subirono un netto miglioramento: per due volte a settimana vi transitava la linea postale, la diligenza “Messaggeria degli Abruzzi” gestita dalla famiglia Fiocca di Castel di Sangro. Una locanda nel territorio di Pettorano, all’inizio della ripida salita, garantiva ristoro e cambio dei cavalli; i collegamenti potevano rimanere attivi anche in inverno, quando le diligenze lasciavano i cavalli, che venivano sostituiti sulla neve e sul ghiaccio da robuste slitte trainate dagli zoccoli ferrati dei buoi. Più che dalla neve, il pericolo principale da cui guardarsi era il fenomeno del brigantaggio, che rese necessario l’intervento dell’esercito tra Pettorano e Roccapia, affinché merci e persone scampassero al pericolo degli agguati. 

Per la storia recente, la strada napoleonica è stata dichiarata strada provinciale e annoverata tra le strade turistiche dell’Abruzzo montano nell’aprile 1973. Punti di partenza sono la Taverna San Gerardo, nella parte alta del borgo di Pettorano, oppure la parte bassa che si raggiunge dal primo accesso della statale 17, il primo che s’incontra venendo da Sulmona. 

Larga mediamente 10 metri, ancora oggi si possono vedere muraglioni a secco di sostegno, tratti della vecchia selciatura, cippi e pietre miliari coperte di muschio. Appena il percorso s’inoltra nella Valle Rea e abbandona il traffico, ci si immerge nel silenzio e nel verde, tra pascoli, boschi e cascatelle, con lo sfondo la cresta del Monte Genzana. Una volta saliti a Rocca Pia, sulla via del ritorno, conviene alzare lo sguardo sulla cresta del Monte Morrone che s’impone all’attenzione, mentre in basso compaiono la conca peligna e la città di Sulmona.


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