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Sulle Tracce del Drago, diciassette edizioni per costruire uno spazio comune

Quattro giorni alla Villa Comunale, quasi 8mila presenze e un programma capace di tenere insieme intrattenimento, partecipazione e riflessione sulla cultura pop.

Sulle Tracce del Drago, diciassette edizioni per costruire uno spazio comune
Sulle Tracce del Drago chiude con 8mila presenze nel weekend e un programma che ha attraversato musica, gioco e divulgazione

L’AQUILA – Diciassette edizioni sono abbastanza per smettere di chiedersi se una manifestazione abbia trovato il proprio posto all’interno di una città. La domanda, semmai, diventa quale posto abbia deciso di occupare e cosa sia riuscita a costruirci intorno.

Sulle Tracce del Drago si è concluso domenica 6 settembre dopo quattro giorni alla Villa Comunale e quasi 8mila presenze registrate nel weekend. Un numero importante, certamente, ma che racconta soltanto una parte di quello che il festival è diventato nel corso degli anni. Perché ridurlo alla quantità di persone passate tra gli stand, ai concerti o agli appuntamenti più partecipati significherebbe perdere proprio l’elemento che oggi ne definisce maggiormente l’identità.

Sulle Tracce del Drago continua a essere una manifestazione difficile da racchiudere all’interno di una definizione precisa. Ci sono il fantasy, il cosplay, i giochi di ruolo, la musica e i fumetti e tutto ciò che normalmente associamo alla cultura nerd. Poi ci sono la filosofia, la letteratura, la divulgazione, il teatro, il territorio. In mezzo c’è uno spazio nel quale queste cose possono incontrarsi senza dover necessariamente stabilire dove finisca l’intrattenimento e dove cominci la cultura.

Probabilmente è proprio qui che il festival ha trovato negli anni la sua forma.

“È sempre tempo di eroi” era il tema scelto per la XVII edizione. Una formula sufficientemente ampia da attraversare buona parte del programma e che ha permesso di parlare della figura dell’eroe, naturalmente, ma anche di costruzione dei mondi immaginari, fantascienza, futuro e rapporto tra uomo e ambiente. Il fantastico diventa così un pretesto utile per affrontare questioni che fantastiche lo sono molto meno.

È successo con “Chi sono gli eroi?”, incontro affidato al filosofo Fausto Lammoglia, ed è successo nella giornata conclusiva con “Architetti di Mondi”, dedicato al worldbuilding e alla filosofia dei mondi immaginari, e con l’appuntamento su “Il Problema dei Tre Corpi”, nel quale la fantascienza di Liu Cixin è diventata il punto di partenza per parlare di civiltà, ambiente e visioni del mondo.

Persino un incontro apparentemente distante da questo universo come “Agrifood, territorio e identità”, con il direttore generale di AGEA Fabio Vitale e diversi rappresentanti del mondo istituzionale e produttivo, ha finito per inserirsi nello stesso discorso. Cambiano gli strumenti e gli interlocutori, rimane la volontà di interrogarsi sul modo in cui una comunità costruisce e racconta la propria identità.

È una direzione che Sulle Tracce del Drago percorre ormai da diverse edizioni e che impedisce alla manifestazione di trasformarsi semplicemente nell’ennesima fiera dedicata al mondo nerd. Il modello fieristico rimane sullo sfondo, naturalmente, ma non sembra essere il punto d’arrivo. Il gioco, il cosplay e gli spettacoli servono anche a creare le condizioni perché persone molto diverse condividano per qualche ora lo stesso spazio.

Durante i quattro giorni la Villa Comunale è stata attraversata continuamente. L’Area Gaming curata da Playadice APS, i tornei di giochi di ruolo e di carte, Beyblade X, il modellismo, la scherma, i workshop di Giappone in Abruzzo, l’Arena di Mjorn e gli spettacoli itineranti dei Maghi del Tempo hanno costruito una manifestazione nella quale una parte importante dell’esperienza avveniva lontano dal palco.

È forse uno degli aspetti più interessanti da osservare. In un evento dedicato a forme culturali nate spesso da esperienze individuali, dalla lettura di un fumetto, da una partita davanti a uno schermo o dalla visione di una serie, tutto viene riportato a una dimensione collettiva. Si gioca insieme, ci si traveste, si discute, si ascolta musica, si occupa uno spazio.

E in questo senso la Villa Comunale non rappresenta soltanto la cornice scelta per ospitare il festival. Per quattro giorni diventa essa stessa parte della manifestazione, riempita da bambini, adolescenti, adulti, famiglie e appassionati che difficilmente potrebbero essere ricondotti a un unico pubblico di riferimento.

Poi ci sono naturalmente i grandi momenti di spettacolo, quelli capaci di condensare davanti allo stesso palco buona parte delle persone presenti.

Giorgio Vanni è tornato anche quest’anno all’Aquila, ormai ospite abituale del festival, questa volta insieme a Daniel e Max con il progetto Generazione Vanni. Sabato il passaggio di testimone è arrivato con i Cartoni per Caso e soprattutto con il minilive di Cristina D’Avena, facendo leva su quella particolare forma di memoria collettiva che le sigle dei cartoni animati continuano a rappresentare per più generazioni.

All’altro estremo c’era il K-Pop Live Tribute Show della prima serata. Mondi apparentemente molto distanti, tenuti insieme dalla stessa capacità della cultura pop di produrre linguaggi, simboli e appartenenze. In mezzo, ancora una volta, generazioni differenti che per ragioni diverse finiscono per riconoscersi nello stesso evento.

La domenica il cosplay ha ripreso possesso della Villa con la sfilata e il contest presentato da Emiliano Gessa e Sara Vespasiani, prima che “Sister Act”, spettacolo teatrale nato da un’idea di Ornella Cerroni, chiudesse definitivamente la XVII edizione.

Sarebbe facile, a questo punto, fermarsi alle quasi 8mila presenze e parlare semplicemente di un’edizione riuscita. Il dato ha il suo peso e certifica una capacità di attrazione che dopo diciassette anni sarebbe difficile ignorare. Più interessante è però chiedersi perché Sulle Tracce del Drago continui a funzionare.

Una risposta possibile sta proprio nella sua natura irregolare. La manifestazione non ha mai scelto fino in fondo se essere un festival culturale, una festa popolare, una convention nerd o un grande spazio dedicato al gioco. Ha preferito continuare a tenere insieme queste anime, con tutti gli inevitabili squilibri che un contenitore del genere comporta.

La cultura pop, del resto, funziona esattamente così. Assorbe linguaggi differenti, li mescola, li restituisce sotto forme nuove e permette a persone lontanissime tra loro di riconoscersi negli stessi simboli. Trattarla come qualcosa di separato dalla cultura significa probabilmente non aver compreso fino in fondo il ruolo che occupa ormai nella formazione dell’immaginario contemporaneo.

Dopo diciassette edizioni, il merito più evidente di Sulle Tracce del Drago è forse averlo capito prima di molti altri e aver provato a costruirci intorno qualcosa di concreto.

Un percorso nato da un’idea di Salvatore Santangelo e oggi affidato alla direzione artistica di Stefano Cappetti, con l’organizzazione generale curata da Virginia Como, Paolo Orsini e Remo Paone. Martina Antonini e Antonello Tomasetti hanno seguito il settore cosplay, mentre Federica Panella ha curato ideazione e progetto grafico. Attorno a loro continua a muoversi una rete di associazioni, volontari e realtà del territorio senza la quale un programma così articolato sarebbe difficilmente immaginabile.

Alla fine restano quattro giorni, quasi 8mila presenze e una Villa Comunale nuovamente piena. Ma resta soprattutto una domanda che, anno dopo anno, sembra diventare sempre più interessante: quanto spazio può occupare la cultura pop nella vita culturale di una città?

Sulle Tracce del Drago, per il diciassettesimo anno, ha provato a rispondere occupandolo davvero.