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“I soldi ci sono”, ripetono a sei anni dal sisma che distrusse l’Aquila, il premier Matteo Renzi e il sindaco Massimo Cialente. Nulla da obiettare se insieme ai soldi non ci fossero una serie infinita di stranezze, sospette coincidenze e una sequela di inchieste giudiziarie, l’ultima delle quali coinvolge nientemeno che l’ex comandante provinciale dell’arma dei carabinieri, Savino Guarino, e l’ex city manager del sindaco Cialente Massimiliano Cordeschi.

Così l’anniversario del sisma del 6 aprile raccontato da Mariano Maugeri sul Sole24Ore.

I passi falsi compiuti in questi anni dalla triade che governa la città (il sindaco ed ex plurideputato del Pd Cialente, la senatrice Stefania Pezzopane, e l’ex deputato del Pd, ora vicepresidente della giunta regionale, Giovanni Lolli) non si contano. Prova ne è che il premier Matteo Renzi, nonostante le poche righe commosse postate oggi sul suo profilo facebook (“Il nostro dovere è dare risposte a lungo attese, fare tutto ciò che è possibile perché l’Aquila torni a vivere: i soldi verranno spesi in modo trasparente) ha evitato accuratamente, malgrado i suoi viaggi istituzionali ininterrotti da Treviso a Catania passando per Napoli, di mettere piede in una città martoriata da 309 morti (oltre 55 erano studenti di Medicina e Ingegneria), 1200 feriti e una montagna di macerie materiali e morali. Il messaggio di Renzi lo dice in modo limpido.

L’Aquila è ancora seppellita dal dolore, una città senza anima né forma per l’ostinata decisione della sua classe dirigente di ricostruirla “com’era e dov’era”. Affermazione falsa alla luce dell’atto d’imperio, unilaterale e senza ritorno assunto dall’ex premier Silvio Berlusconi e il comandante in capo della Protezione civile Guido Bertolaso: insieme partorirono l’idea di costruire 19 new town che hanno stravolto radicalmente la morfologia e l’assetto urbanistico della città. Doveva essere l’occasione per ripensare una media città italiana carica di storia. Sono mancati il coraggio e la visione. A l’Aquila sono rimasti gli studenti e gli anziani. Tutti gli altri sono migrati a Pescara, ormai il vero capoluogo abruzzese, a Roma o altrove. Un intero palazzo in centro storico totalmente ricostruito da tempo per uso commerciale, non riesce ad affittare un metro quadro per i prezzi troppo alti; lo stesso accede per gli appartamenti ricostruiti (ne verranno consegnati in periferia 5000 prima della fine dell’estate). Vuoti da quasi un anno per mancanza di acquirenti.

“I soldi ci sono” ripetono il premier e Cialente, ma allora bisognerebbe spiegare ai cittadini aquilani in classe “E”, le case totalmente distrutte dal sisma, come mai a sei anni da terremoto la loro pratica sia ancora chiusa in un cassetto. L’ufficio speciale per la ricostruzione, voluto dall’ex ministro della Coesione territoriale Fabrizio Barca, rimasto senza capo per quasi cinque mesi nell’avvicendamento tra Paolo Aielli e Raniero Fabrizi, fa quello che può. Intanto però saltano fuori 35 milioni per ricostruire la nuova sede del Comune mentre il sindaco rilascia interviste in cui assicura che entro il 2019 l’Aquila sarà rinata, lustra e ricostruita in ogni suo angolo. Un anno fa l’ex deputato del Pd, che ora medita di tornare in Parlamento alla fine del secondo mandato scambiando la poltrona di primo cittadino con la senatrice Stefania Pezzopane, disse che i lavori per il tunnel dei sottoservizi – che raccoglierà tutti i cavi, dall’elettricità al cablaggio – sarebbe partito a giorni. Ogni commemorazione è buona per spostare l’asticella della rinascita una tacca più in su. Forse perché ci sono troppe partite politiche aperte. Il sindaco è sotto il giudizio della Corte dei conti per i 12 milioni di danno erariale provocati dal mancato pagamento degli inquilini dei Map, Moduli abitativi provvisori, e del progetto Case (Complessi antisismici sostenibili e ecocompatibili). Cialente-Robin Hood difese a spada tratta le migliaia di inquilini che per anni non versarono la quota obbligatoria di pigione (“non hanno reddito, è povera gente” ripeteva il sindaco che aveva il potere di sfrattarli). Un mantra che non s’interruppe neppure nelle settimane che precedettero la campagna elettorale del 2012, quando Cialente vinse per la seconda volta le elezioni. Notizie non di secondo piano potrebbero emergere dalle 1300 pagine d’inchiesta dei Gico delle Fiamme Gialle che hanno registrato migliaia di conversazioni tra l’ex comandante dei carabinieri, l’ex city manager di Cialente, che dopo le dimissioni si era dedicato al business immobiliare in Romania che gli ha fruttato un fresco rinvio a giudizio.

Il resto fa parte dello spettacolo quotidiano che offre la politica in questo Paese. Polemiche, insulti ed esibizioni si susseguono come se l’Aquila fosse una città che non ha vissuto una delle tragedie più grandi della storia d’Italia. La giunta comunale scarica le colpe sullo Stato (Ufficio ricostruzione) e sull’ex governatore del Pdl e commissario alla ricostruzione fino al 2012, Gianni Chiodi. Una querelle pure questa infinita, rinverdita ieri da Renato Brunetta. Dure le accuse al premier: “Falsifica la realtà dell’Aquila pur di fare audience”. Più sconcertati ancora le uscite della senatrice Pezzopane, aspirante primo cittadino, ormai ospite fissa dei talk show con il suo fidanzato e toy boy. Argomento delle interviste: l’amore tra una donna d’età e un giovane palestrato. I 309 morti del terremoto e le inefficienze della ricostruzione, per dirla con Brunetta, non fanno audience.

A quando una chiacchierata con la Pezzopane sulla rinascita estetica, prima ancora che etica, dell’Aquila e delle sue élite?

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