fattoMatteo Renzi, beato lui, vive nel migliore dei mondi possibile. È un premier Candido, se così si può dire. La ripresa, l’aumento degli occupati, l’Expo che “è un miracolo”, le grandi opere che faranno ripartire il Paese. Un allievo di Pangloss, non c’è dubbio, cui non può ovviamente mancare il confronto col terremoto: nel libro di Voltaire era quello di Lisbona del 1755, per Renzi è L’Aquila 2009, sei anni ieri. “Dopo troppe promesse, siamo passati all’azione. I soldi adesso ci sono: spenderli bene è un dovere”, ha scritto su Facebook.
Una breve panoramica della situazione dovrebbe restituire il lettore al realismo.

Così il Fatto Quotidiano oggi in un articolo di di Carlo Di Foggia e Marco Palombi.

I finanziamenti previsti: miliardi a pioggia

Ha scritto ieri Renzi: “Nel primo anno del nostro governo abbiamo messo alcuni punti cardine: la certezza e la programmazione di risorse per il medio lungo periodo (5,1 miliardi nella legge di Stabilità per il 2015); l’accelerazione nelle assegnazioni per l’edilizia privata (1,13 miliardi di euro deliberati dal Cipe a febbraio)” eccetera. Il premier non mente, eppure non dice nemmeno la verità.
Procediamo con ordine. Dice il Comitato interministeriale per la programmazione economica (Cipe): dal 2009 a oggi sono stati stanziati 7,2 miliardi in varie tranche. L’ultima – quella citata da Renzi –è del 26 febbraio: 1,12 miliardi, 800 milioni per la sola città de L’Aquila, di cosiddetti “residui”, cioè fondi non spesi nel quinquennio scorso. Quanto ai 5,1 miliardi della Finanziaria di Renzi, sono ripartiti così: 200 milioni nel 2015; 900 del 2016; 1,1 miliardi nel 2017, 2,9 miliardi nel 2018 e 2019.

La realtà: zero euro nel 2015, 165 milioni in meno nel 2014

I conti veri sono un po’ diversi. Intanto i soldi della legge di Stabilità esistono solo sulle tabelle (la E, per la precisione) pubblicate in Gazzetta Ufficiale: per oltre tre miliardi su cinque peraltro – quelli dal 2018 in poi – si tratta di parole, un’intenzione senza finanziamento sottostante.
Gli altri dovranno comunque essere trovati prima di finire in Abruzzo. Prendiamo dalla commissione Bilancio comunale i numeri che riguardano L’Aquila da quando Renzi è a Palazzo Chigi. Nel 2014 erano stati stanziati in tutto 652 milioni e ne sono arrivati solo 487: insomma, mancano 165 milioni.
Nel 2015, invece, il Cipe ha già deliberato finanziamenti per la ricostruzione per 478 milioni.
Quanti ne ha incassati il comune? Zero. Quanto agli 800 milioni del Cipe – di cui Renzi s’è vantato ieri anche se li hanno stanziati i governi precedenti – c’è un problema: comprendono pure i fondi non ancora arrivati e pure il buco del 2014. I soldi nuovi, insomma, sarebbero al massimo 157 milioni. Tra delibera e versamento dei soldi, per
di più, passano circa sei mesi: in pratica arriveranno a fine anno.
Spiega Giustino Masciocco, presidente della commissione Bilancio del Comune: “Noi, sulla base delle previsioni, elaboriamo le pratiche e le mettiamo in un elenco, ma assegnamo effettivamente solo il 46% del costo della ricostruzione: se devo rifare un palazzo da 2 milioni, noi diamo 900 mila euro per iniziare, il resto quando facciamo i controlli a fine lavori. Se lo Stato non manda i soldi, noi non li diamo e i lavori non partono”.
Anche sulle cifre complessive dei fondi arrivati in Abruzzo dal 2009 i due rendiconti non collimano: i 7,2 miliardi del Cipe, per dire, in loco diventano quattro. E poi c’è la beffa della Tasi/Imu: nel 2014 hanno fatto pagare l’imposta pure sugli immobili inagibili; nel 2015 è arrivato l’esonero, ma la copertura è di 500 mila euro. Peccato che il gettito fosse 2 milioni: il resto lo mette il Comune o gli aquilani.

Disorganizzazione a Roma, poco personale nel cratere

Il problema vero, comunque, non sono (solo) i soldi: “È la continuità dei finanziamenti il tema: puoi darci anche meno soldi, ma devi darceli senza interruzioni invece ci troviamo con buchi di 6-12 mesi”, dice ancora Masciocco. E poi c’è l’organizzazione. A settembre scorso, per dire, s’è dissolta l’i ntera catena di comando romana della ricostruzione. Via Paolo Aielli, direttore dell’Ufficio Speciale per la Ricostruzione de L’Aquila (Usra), mandato al poligrafico dello Stato. Via Aldo Mancurti, capo della struttura tecnica di missione che si occupava di questo, che non è stato prorogato. Pure il sottosegretario abruzzese Giovanni Legnini, che al Tesoro aveva la delega su L’Aquila, se n’è andato al Csm e ci sono voluti cinque mesi prima che arrivasse Paola De Micheli.
L’altro problema, che assilla il sindaco Massimo Cialente, è il personale. Tra i vari protocolli e uffici speciali lavoravano 320 persone: 128 sono state assunte dopo il “concorsone” di Fabrizio Barca, altri 50 sono rimasti con contratti precari, il resto non è stato rinnovato. Risultato: pratiche e lavori a rilento. La situazione dopo sei anni è questa: i nuovi quartieri de L’Aquila sono ricostruiti all’80%, dentro le mura siamo al 10%, nel cuore del centro al 3%, nelle frazioni a zero come in molti paesi limitrofi.

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