L’AQUILA – In Abruzzo si cercano nuovi tutori volontari per i minori stranieri non accompagnati. La Garante regionale per l’Infanzia e l’Adolescenza Alessandra De Febis ha aperto un nuovo avviso: le candidature potranno essere presentate fino al 15 ottobre, mentre nella seconda metà di novembre partirà un corso di formazione di 25 ore.
La definizione è semplice: il tutore volontario è un cittadino che, a titolo gratuito, assume la rappresentanza legale di un minorenne arrivato in Italia senza genitori o altri adulti legalmente responsabili. Viene formato, inserito in un apposito elenco e nominato dal presidente del Tribunale per i minorenni dell’Aquila. Può seguire fino a tre minori.
È volontariato anche nel senso più concreto del termine, non è previsto un compenso. Possono essere riconosciuti, nei casi previsti, rimborsi per alcune spese sostenute, ma è il tempo quello che ciascun tutore decide di mettere a disposizione. Ci sono gli incontri con il ragazzo, con la comunità e con i servizi, quelli con la scuola, gli adempimenti, gli spostamenti in Tribunale.
Ma cosa fa davvero un tutore? E perché ce n’è bisogno?
Nel dibattito sull’immigrazione utilizziamo spesso tre verbi come se fossero la soluzione più semplice del mondo: studiare, lavorare, integrarsi. È ciò che chiediamo agli stranieri che arrivano nel nostro Paese e, a maggior ragione, a chi immaginiamo possa costruire qui il proprio futuro. Anche perché quel futuro incrocia un nostro bisogno molto concreto: servono persone nei campi, nei bar e nelle cucine, nei supermercati, nelle imprese edili, negli alberghi e nelle strutture ricettive.
Ma dietro ciascuno di quei tre verbi c’è un mondo.
Bisogna imparare una lingua, entrare in una scuola magari a sedici o diciassette anni, capire documenti e regole, aprire un conto corrente, trovare un tirocinio, poi un lavoro e infine una casa. Bisogna imparare persino quanto denaro si può spendere oggi senza rischiare di non averne domani.
“Studia, lavora, integrati” è facile da dire. Molto meno semplice è costruire le condizioni perché un ragazzo possa farlo davvero. Alcune storie possono prendere una direzione oppure un’altra proprio in quel tratto.
Quella raccontata da Raffaella Leone, tutrice volontaria di Roccaraso, è una di queste. Oggi si può leggerla a ritroso e vedere un diploma ottenuto con ottimi risultati, l’università, il lavoro, una borsa di studio, la patente, una vita che ha cominciato a prendere forma. Ma nulla di tutto questo era scritto quando i due si sono conosciuti.
Il primo incontro avviene attraverso uno schermo. È il tempo del Covid. Il ragazzo, bengalese, è rimasto orfano, dopo un periodo a Roma è stato spedito in una comunità a Civitella, in Abruzzo, ed è stato separato dai fratelli. Aveva già cominciato il liceo scientifico nella capitale. Ora è in un altro luogo, le scuole sono chiuse e il rischio più immediato è apparentemente banale: perdere l’anno.
È qui che una storia può cominciare a deviare e non necessariamente a causa di un grande evento. Può bastare una scuola che si interrompe, una lingua che non si impara abbastanza in fretta, mesi trascorsi senza costruire relazioni, un’occasione di formazione che non arriva. Piccoli scarti che, sommati, possono diventare una grande distanza.
Raffaella prova anzitutto a evitare il primo. È laureata in Giurisprudenza, si è formata nella mediazione culturale e nell’accoglienza e insegna italiano L2 agli stranieri. Era arrivata alla tutela dopo aver letto un annuncio e frequentato il corso di formazione. Adesso quella preparazione deve diventare qualcosa di molto concreto.
“Da soli non si fa niente, bisogna fare rete”, racconta. La comunità, la tutrice, il dirigente e gli insegnanti dell’Istituto Teofilo Patini di Castel di Sangro si muovono perché il percorso scolastico possa continuare. La Protezione civile procura al ragazzo un computer per collegarsi alle lezioni. I professori lo seguono e periodicamente si fa il punto.
Un ragazzo continua ad andare a scuola.
Detto così sembra quasi niente. Perché accadesse, in quel momento, sono serviti una comunità, una tutrice, una scuola disponibile, degli insegnanti e qualcuno che portasse materialmente un computer.
È una prima risposta alla domanda su cosa faccia un tutore. Non sostituisce tutte queste persone. Le mette in relazione, quando serve le cerca, fa in modo che un problema non rimanga semplicemente il problema di un ragazzo solo.
Eppure neppure questo basta. Perché il Tribunale può nominare un tutore. Non può ordinare a due sconosciuti di fidarsi l’uno dell’altro. “La cosa fondamentale è la fiducia”, dice Raffaella.
All’inizio si conoscono attraverso un monitor. Poi arrivano le decisioni da prendere, la scuola, i documenti, la salute. Durante la pandemia c’è anche la vaccinazione. “Si è fidato di me anche su quello”.
La fiducia diventa così una parte del lavoro, forse quella che compare meno nelle carte. Di fronte al tutore c’è un adolescente che ha già conosciuto perdite, separazioni e trasferimenti, a cui di fiducia la vita magari gliene ha concessa poca e che ha dovuto imparare presto a cavarsela senza una figura adulta stabile accanto. Il decreto stabilisce chi debba rappresentarlo legalmente ma non stabilisce che quel ragazzo gli racconterà un problema prima che diventi troppo grande.
“Bisogna cercare di capire anche il loro punto di vista”, dice Raffaella. Senza rinunciare, però, al ruolo dell’adulto. “Ci sono diritti e doveri”.
È qui che la tutela entra nella vita quotidiana. Tanti passaggi burocratici e , qualche volta, un no. Raffaella fa l’esempio dei soldi. Molti ragazzi sentono fortemente il dovere di aiutare la famiglia rimasta nel Paese d’origine e vorrebbero inviare a casa quello che riescono a mettere da parte. Ma qualcuno deve insegnare loro anche a costruire una sicurezza economica qui. La gestione del conto viene rendicontata al Tribunale e il tutore deve vigilare anche su questo.
“Se mandano tutto a casa, qui magari alla prima emergenza finiscono sotto i ponti”.
È una frase ruvida, ma dentro c’è una lezione di autonomia. Integrarsi significa anche imparare a prevedere il mese successivo. Sapere amministrare ciò che si guadagna, capire un contratto, rispettare un appuntamento, muoversi da soli, sapere a quale ufficio rivolgersi e avere qualcosa da parte quando accade un imprevisto.
È proprio su questo passaggio che insiste Massimo Casacchia, docente universitario, tutore dal 2017 e vicepresidente di Officina 47 L’Aquila.
“Il tutore non può essere lasciato solo”. Ma neppure il ragazzo può essere consegnato a una generica richiesta di integrazione senza costruirgli intorno gli strumenti necessari. Scuola, lingua, formazione, lavoro, casa, servizi: per Casacchia il tutore può diventare “una sorta di cerniera tra il giovane e la comunità”.
La lingua è uno dei primi snodi. “L’apprendimento dell’italiano non rappresenta soltanto un obiettivo scolastico” ma significa poter raccontare la propria storia, comprendere diritti e doveri, instaurare relazioni e costruire un progetto per il futuro. E il tempo a disposizione può essere pochissimo, perché molti ragazzi arrivano in Italia a sedici o diciassette anni.
Poi arriva una data precisa. Diciotto anni.
Per la maggior parte dei ragazzi è una festa. La patente, il primo voto, la sensazione di essere finalmente grandi. Per un minore straniero arrivato solo in Italia può essere invece il momento in cui ci si ritrova improvvisamente a navigare nel mare magnum della vita adulta.
Il giorno prima sei un minore inserito in un sistema di protezione. Il giorno dopo sei maggiorenne. Ma non per questo hai terminato la scuola, imparato meglio l’italiano, trovato un lavoro o una casa. E soprattutto non compare per magia una famiglia alla quale tornare quando qualcosa va storto.
“Il compimento dei diciotto anni non cancella improvvisamente la vulnerabilità, né rende una persona automaticamente autonoma”, osserva Casacchia. “Questo vale per tutti i giovani e, a maggior ragione, per chi è arrivato solo in un Paese straniero”.
È forse questo il punto in cui una storia può deviare più facilmente. Quando chiediamo a un ragazzo di dimostrare di essere diventato autonomo possono venirgli meno alcune delle protezioni sulle quali aveva potuto contare fino al giorno precedente. E se la scuola non è ancora finita, il lavoro non c’è e una casa non è ancora alla portata, il confine tra autonomia e solitudini e frustrazioni può diventare molto sottile.
Quando ne ricorrono le condizioni, il Tribunale per i minorenni può disporre il prosieguo amministrativo, consentendo al giovane di continuare a beneficiare di misure di accompagnamento fino ai 21 anni. Non tutti, però, vi accedono.
“L’interruzione improvvisa di un processo di crescita già avviato potrebbe produrre un danno molto serio”, sottolinea Casacchia. Interrompere un percorso mentre un ragazzo sta studiando, imparando la lingua o svolgendo un tirocinio può mettere a rischio quanto costruito fino a quel momento.
Al ragazzo seguito da Raffaella il prosieguo venne concesso. E la storia è andata sui binari giusti. Un diploma con ottimi risultati, la residenza, il trasferimento all’Aquila per frequentare l’università in ambito scientifico e una borsa di studio, la patente.
Non è la storia di qualcuno che è stato “salvato”. È la storia di un ragazzo che ha costruito il proprio percorso e di una rete che, nei momenti decisivi, ha cercato di evitare che gli ostacoli diventassero interruzioni.
Studiare. Lavorare. Integrarsi. Adesso quei tre verbi hanno dietro una storia. Ma la storia non finisce quando finisce la tutela.
“È come se ci fossimo conosciuti da sempre”, racconta Raffaella. Il ragazzo nel frattempo è diventato amico anche di suo figlio e continuano a sentirsi. “Quando un ragazzo riesce a realizzare i propri sogni e lo vedi felice, ti senti un po’ come una mamma”.
Non è l’unico rapporto sopravvissuto alle carte. Raffaella ha seguito altri ragazzi nelle comunità del territorio. Alcuni sono rimasti, qualcuno lavora stagionalmente a Roccaraso, altri hanno trovato una sistemazione. Lei continua ad andare nelle comunità. E alcuni di quelli che un tempo accompagnava negli uffici oggi la invitano ai loro compleanni.
Casacchia racconta esperienze analoghe. In alcuni casi, terminata la tutela, l’ex tutore continua informalmente ad accompagnare il neomaggiorenne come una sorta di “tutore sociale”, figura non contemplata dalla Legge Zampa.
“La tutela formale termina, ma la relazione umana può continuare”. Non c’è più rappresentanza legale. Può però rimanere qualcuno al quale telefonare per chiedere un consiglio, raccontare una buona notizia o rivolgersi in un momento di difficoltà.
È anche dall’esigenza di non lasciare soli, questa volta, i tutori, che nasce Officina 47 L’Aquila. Dopo i primi corsi di formazione organizzati in Abruzzo, alcuni cominciano a incontrarsi. E scoprono che dietro storie molto diverse ricompaiono spesso gli stessi ostacoli: cure sanitarie, apprendimento dell’italiano, tirocini e borse lavoro, occupazione, casa, passaggio alla maggiore età. Nel 2019 quel confronto diventa un’associazione, il cui nome richiama proprio la legge 47.
“Le lamentele e le richieste dei singoli” possono così trasformarsi, spiega Casacchia, in “istanze collettive”. Officina 47 diventa interlocutrice delle istituzioni e insieme un luogo nel quale un tutore può confrontarsi con altri davanti a una decisione difficile.
Il problema è che i tutori non bastano. Secondo Officina 47, soltanto un minore straniero non accompagnato su tre in Abruzzo riesce oggi a beneficiare di questa figura adulta di riferimento.
E allora torniamo all’avviso dal quale siamo partiti. La Garante regionale Alessandra De Febis ha aperto la selezione di nuovi aspiranti tutori. Le candidature dovranno essere presentate entro il 15 ottobre 2026. Il percorso formativo partirà nella seconda metà di novembre e durerà complessivamente 25 ore distribuite in otto giornate, con il coinvolgimento di magistrati, servizi sociali, avvocati, psicologi e mediatori culturali.
Possono presentare domanda cittadini italiani e stranieri regolarmente soggiornanti, con almeno 25 anni, residenti o domiciliati in Abruzzo, nel godimento dei diritti civili e politici e senza condanne penali. La nomina spetta al presidente del Tribunale per i minorenni dell’Aquila e ciascun tutore può assumere fino a tre tutele.
Ma trovare nuovi tutori risolve soltanto una parte del problema. Casacchia giudica positivamente la rete costruita in Abruzzo tra istituzioni, Terzo settore, case famiglia, CPIA, servizi sociali e tutori. Individua però alcuni ostacoli che vanno ben oltre ciò che un singolo volontario può fare.
Il primo sono le risorse. “I veri pericoli sono la diminuzione dei fondi dati dallo Stato ai Comuni”, afferma, riferendo che alcune amministrazioni hanno dovuto interrompere l’accoglienza per il venir meno di specifici finanziamenti.
Il secondo compare proprio quando chiediamo ai ragazzi di dimostrare di essersi integrati. “Troppo spesso trovano porte chiuse per poter prendere in affitto un appartamento, porte chiuse per trovare un lavoro”, sostiene Casacchia, che individua nella discriminazione uno degli ostacoli all’inclusione e chiama in causa anche una rappresentazione pubblica “del tutto negativa” di questi giovani.
Casacchia invita a non considerare questi ragazzi “potenzialmente pericolosi”. Povertà educativa, isolamento, difficoltà linguistiche e mancanza di adulti affidabili possono però rendere qualsiasi adolescente più vulnerabile alla manipolazione, allo sfruttamento e al coinvolgimento in attività illegali. La risposta, sostiene, passa dalle opportunità: scuola, formazione, lavoro, sport, cultura, partecipazione sociale.
In altre parole, una storia non devia necessariamente perché qualcuno ha scelto di deviare. Può deviare anche perché, uno dopo l’altro, vengono meno gli ormeggi ai quali aggrapparsi.
Quella raccontata da Raffaella ha preso un’altra strada. Non permette di dire che tutte finiranno allo stesso modo e neppure che basti un tutore perché accada. Ma permette dire che dipende un po’ anche da noi.
Torniamo a Roccaraso allora. Raffaella continua a parlare delle telefonate, della fiducia e di questi ragazzi che, quando non hanno più alcun obbligo di averla nella propria vita, continuano a cercarla e non perché hanno bisogno di qualcosa. È quello che la tutela ti lascia.
“Ti arricchisce tanto. È sempre una crescita personale”. In questi anni è entrata in contatto con culture diverse, ha conosciuto abitudini e storie che altrimenti sarebbero rimaste lontane. Qualche volta i ragazzi hanno cucinato per lei.
“Bisogna essere curiosi”, dice. “Ti apre la mente, un mondo”.
Poi trova una frase ancora più semplice. “Sembra che viaggi anche se non viaggi”. Il tutore nasce per accompagnare un ragazzo arrivato solo fino al momento in cui possa cominciare a orientarsi da sé. Ma può accadere che, percorrendo insieme quel tratto di strada, a cambiare direzione siano un po’ entrambi.








