Storie di ordinaria quotidianità tra un cane e un corvo

di Isabella Benedetti | 28 Luglio 2022 @ 06:15 | Punti di svista
Print Friendly and PDF

E’ il mattino presto di una giornata di tarda primavera. Per consuetudine, frutto di trattativa coniugale, mio marito porta a spasso il cane. Parafrasando un celebre dialogo disneyano del “Re leone”, la frase di rito suona più o meno cosi:” Lo sai che prima dell’alba è il tuo cane…”. La routine si ripete, ogni giorno, sempre uguale, fino a quella mattina. Di rientro dalla passeggiata, sulle scale che dal cancello d’ingresso portano al giardino, il cane nota un corvo adagiato su uno scalino, forse ferito, forse caduto in uno sfortunato tentativo di volo. D’istinto, l’animale lo afferra tra i denti, con la delicatezza del “retriever” e lo sposta, senza procurargli alcun male, due gradini più in là. Improvvisamente, il cielo si è oscurato su cane e padrone, uno storno di corvi, cupi e minacciosi, ha ingrigito l’azzurro gracchiando disappunto.

Questa storia ha un seguito ed una fine, ma prima di raccontarla, mi sembra utile fornire qualche informazione sulla natura e singolarità del nero pennuto. I corvi sono animali intelligenti e hanno buona memoria. Sono in grado di memorizzare il comportamento degli altri animali e degli umani. Una bambina di Seattle, nel 2011, ha cominciato per gioco a dare da mangiare ad un gruppo di corvi, che era solito gironzolare sul suo giardino. Gli uccelli, per anni, hanno lasciato piccoli oggetti nel medesimo posto, in segno di riconoscenza verso la piccola amica. Ma i corvi ricordano anche azioni negative nei loro confronti e comunicano ai loro simili potenziali pericolosità. Insomma, sono in grado di nutrire sentimenti di amicizia, ma anche di rancore. I giapponesi, nel 2000, si sono visti costretti a distruggere i nidi che i corvi avevano realizzato copiosi fra le infrastrutture elettriche, ma questi, nel tempo, ne hanno ricostruiti tanti altri, più di quanti ne avessero realmente bisogno. I corvi, in molte culture, sono considerati animali totemici, un po’ divinità e un po’ il suo antagonista. Per i nativi americani della costa pacifica, il corvo è quell’entità che crea il mondo, ma di contro ruba ogni giorno il sole per restituirlo il giorno successivo. Anche in Cina, la figura di questo uccello è legata al mito del sole. Gli eschimesi, invece, gli attribuiscono la creazione dell’uomo, in quanto ne avrebbero favorito la nascita da un baccello di pisello. Nella cultura occidentale, di contro, il corvo è considerato nell’accezione negativa. Un po’ per via delle abitudini alimentari (è un animale coprofago), un po’ per il colore del piumaggio, un po’ per il verso sgraziato, il mondo occidentale è più consono a condividere ciò che viene tramandato su di lui dalla mitologia greca. La leggenda vuole che il corvo inizialmente fosse di un candido colore bianco e per questo venisse scelto come simbolo del dio Apollo che, però, lo punì con l’annerimento del piumaggio, per essere stato messaggero di una cattiva notizia, di un tradimento. Il corvo, rifugiatosi nell’oltretomba per sfuggire all’ira di Apollo, divenne spia e messaggero di Ade. Forse proprio da qui è nata la sua fama di “uccello del malaugurio”. In Svezia, la figura del corvo è associata alle anime dei morti in maniera violenta, in Germania a quella dei dannati. Gli Inglesi, invece, popolo superstizioso e lungimirante, fatto proprio il motto di Giulio Cesare “se non puoi sconfiggere un nemico, fattelo amico”, ha adottato una popolazione di corvi che vive nella torre di Londra. I neri pennuti sono considerati a tutti gli effetti soldati dell’esercito inglese, a protezione della Corona britannica e possono essere anche congedati per cattiva condotta.

Per tornare alla nostra storia, sarà stato il caso, sarà stata la suggestione, ma al mio povero cane è capitato un po’di tutto, vittima di una serie di sfortunati eventi. Per la consuetudine predetta, il pomeriggio prendo il cane dal giardino per la passeggiata pomeridiana. Mi viene incontro scodinzolando gioia, ma un corvo lo attacca in picchiata e lo manca di un soffio. Si appollaia sul ramo alto di una quercia, satura l’aria del suo verso cattivo e stonato. Non so dirvi cosa fosse più inquietante, se l’aria cupa e minacciosa dell’uccello o io che parlo con quell’animale. Come Edgar Allan Poe, in pena per la morte dell’amata Lenora, formula domande al corvo nella più celebre delle sue poesie, io espongo la mia requisitoria a sostegno delle ragioni del cane. Il corvo mi guarda dall’alto della quercia, come il suo simile osservava il poeta dall’alto della Minerva e, per nulla intimorito, mi ammonisce: “Mai più, mai più”!


Print Friendly and PDF

TAGS