Stiamo sbagliando l’approccio al randagismo? L’esperienza di Stray Dogs in Abruzzo

di Alessio Ludovici | 20 Giugno 2024 @ 05:00 | AMBIENTE
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L’AQUILA – Due anni di lavoro a Pescasseroli, in Abruzzo, per censire e monitorare la presenza di cani vaganti sul territorio comunale e valutare le caratteristiche della loro coabitazione con l’uomo. Il progetto dell’associazione Stray Dogs International, patrocinato dal Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise, si avvia quasi a conclusione. Un’esperienza che aiuta anche ad approcciarsi in modo diverso al tema del randagismo.

Un nuovo approccio al mondo dei cani liberi

Un lavoro che scava nel profondo del nostro rapporto con i cani. A livello teorico, negli ultimi decenni, sono stati soprattutto gli studi del biologo ed esperto di scienze cognitive Raymond Coppinger ad accendere i riflettori sulla vita dei cani liberi. Una condizione, quella del cane libero, che erroneamente la nostra società tende a liquidare come un’anomalia. Nulla di più lontano dalla realtà.

“Ancora oggi – ci spiega Lorenzo Niccolini, presidente di Stray Dogs – l’80% dei cani del mondo vive in condizioni di libertà. Non sono animali selvatici, un randagio in ogni caso è stato selezionato e ha avuto una coevoluzione insieme all’uomo nel corso dei millenni. Ma quella del cane libero, non soggetto alla proprietà di qualcuno, è una condizione molto più normale di quella che abitualmente concepiamo oggi”.

Anche la storia dell’umanità racconta altro. Dei cani liberi parlavano già Aristofane e Plinio il Vecchio, Shakspeare piuttosto che Jack London a inizio ‘900.

Una condizione molto più ‘naturale’, ma che sembriamo aver completamente rimosso dal nostro orizzonte di pensiero: “In gran parte dei paesi del mondo il cane è considerato un animale libero. E’ del resto un animale assolutamente abile nel colonizzare gli ambienti, superadattabile, opportunista, in grado di sfruttare le nostre risorse”.

I limiti degli approcci tradizionali

Le risorse sono un punto chiave dell’approccio di Stray Dog, un problema che abbiamo già raccontato in altri contesti, come ad esempio nella gestione dell’ibridazione con i lupi sul Gran Sasso. Per Clara Caspani, vice presidente di Stray Dogs, è un nodo cruciale: “Prima di parlare di animali o di convivenza, bisogna parlare di risorse. Nei nostri progetti nel territorio la prima cosa che censiamo sono quelle, se ci sono è li che andiamo. Se si lavora sul cane ma non sulle risorse, tempo un anno sei punto accapo”.

E’ un aspetto quasi totalmente ignorato dalle politiche di gestione del randagismo il cui tratto comune è sempre quello di togliere il maggior numero possibile di cani dal territorio. Il randagismo, nonostante il fiume di denaro che muove, resta un fenomeno massiccio. Adozioni, canili che si riempiono, staffette, cani inseriti in contesti sbagliati, e ora anche il Nord Italia è alle prese con le conseguenze di politiche sul randagismo più attente alla quantità dei cani che si raccolgono che alla qualità dei progetti che si mettono in campo.

“Togliere solo i cani dal territorio – continua Clara – alimenta la presenza di altri cani sul territorio se non si affronta il nodo delle risorse”.

L’esperienza di StrayDogs

Stray Dogs è nata quasi dieci anni fa. Clara e Lorenzo si sono conosciuti nel corso di un seminario sulle valutazioni dei cani di famiglia e di canile. “Spesso viaggiavo in paesi dove c’era molto randagismo. Da educatrice mi sono immersa in questo mondo e un giorno con Lorenzo siamo andati in Marocco dove c’è una situazione incredibile di cani randagi”. E’ lì che è nato Stray Dogs: “Al ritorno da quel viaggio abbiamo deciso di far nascere il progetto, era la parte della cinofilia che ci interessava. Osservare più che valutare, osservare non solo i cani, ma l’ambiente, il contesto umano, parlare con le persone”. Nel 2018 l’associazione si è strutturata anche con l’arrivo di altri volontari, tecnici, veterinari, ricercatori e divulgatori.

Il loro approccio è chiaro. “Il tema del randagismo non sono solo i cani” spiega Clara. “C’è una complessità di cose da conoscere e comprendere”.

Al momento l’attività principale di Stray Dogs, e aperta anche alle persone, sono i campi che organizzano in Marocco e in Abruzzo ma non solo. Nei campi Stray si studia il territorio, si ascolta, si osservano i cani e le loro interazioni con l’ambiente: “Portiamo avanti studi sul territorio con la collaborazione di persone che vengono anche a fare un’esperienza per se stessi. Raccogliamo dati, portiamo avanti il nostro progetto e cerchiamo di sviluppare sempre di più queste tematiche e di farle vivere alle persone”.

C’è la consapevolezza che cambiare idea sul randagismo non è facile: “Per le persone è sempre più difficile pensare a una libertà per se stesse, figuriamoci per i cani” riflette ancora Clara. “Oggi c’è una grande paura verso tutto, anche solo di uscire di casa. C’è una paura di affrontare un mondo che, nell’immagine che ci siamo costruiti come società, non consente di vivere in una situazione dove esistono dei rischi. Quello che possiamo portare noi con il nostro progetto è soprattutto un cambiamento culturale”.

Il cane libero

Ma chi è questo cane libero che fa così paura? Il randagio vero e proprio è il cane libero che non ha un referente umano ma normalmente occupa un ambiente vicino agli uomini. Il semi selvatico è sempre un cane libero ma tende a prendere distanza dall’uomo spiega Clara: “Tende ad allontanarsi dalle zone urbane, preferisce zone rurali o anche solo una discarica, luoghi più appartati”.

Infine ci sono i padronali vaganti, “che vediamo sempre più spesso”. Non sono definiti liberi, sono sì liberi di muoversi ma normalmente per l’alimentazione hanno un riferimento umano e quindi una casa. Questi sono importanti, perché spesso si mischiano al randagismo ma chiaramente hanno comportamenti diversi rispetto ai randagi. 

I cani liberi di Pescasseroli

A Pescasseroli lo studio di Stray Dogs, che ora è nella fase di rielaborazione dei dati, ha dimostrato che quasi tutti i cani liberi sono padronali vaganti, ma perfettamente integrati nel territorio.

“Sono cani che hanno un referente e sono liberi perché sono cani da lavoro, di guardiania al bestiame e di protezione delle loro proprietà e vengono lasciati vagare” racconta Lorenzo. A volte accompagnano il bestiame, a volte vagano, a volte sono praticamente cani di quartiere, come quelli che sono in piazza a Pescasseroli. E’ anche grazie a loro che a Pescasseroli di selvatici se ne vedono pochi, o comunque meno che in altre zone, così come lungo il perimetro del nutrito numero di aziende di allevamento che circondano il paese: “E’ una tipologia di cani perfettamente integrata, e anche di notte fanno un lavoro importante”.

Alla fauna selvatica danno poco fastidio ed essendo cani selezionati per allontanare il lupo è pressoché impossibile l’ibridazione tra le due specie che, invece, è comune con altri cani, nordici e husky in particolare che sono anche quelli con maggiori istinti predatori nei confronti dei selvatici.

Dallo studio di Pescasseroli, però, sono emersi anche altri spunti interessanti. I cani liberi, ad esempio, sono tendenzialmente molto più tranquilli di quelli padronali.

“I cani liberi hanno grandissime competenze comunicative e sociali, e sanno anche evitare i conflitti” secondo Lorenzo. I dati generalmente confermano questa dinamica. “Non sono cani aggressivi, non vogliono subire ferite o essere portati via e durerebbero poco se avessero comportamenti poco adeguati al contesto che vivono. I cani liberi sono educati e cresciuti dai cani. Sono cani però che creano grande allarme sociale perché la gente ne ha paura”. Sottostimare le capacità dei cani purtroppo è uno dei bias del nostro rapporto con l’ambiente: “Basta pensare all’abbaio o al ringhio, che in realtà sono deterrenti e non una manifestazione di aggressività, una cosa spesso fraintesa dall’uomo”.

Errori che, al contrario, i cani non fanno sottolinea Clara. “I cani ci studiano, soprattutto quelli che vivono a a stretto contatto con l’uomo. Hanno un’alta capacità di osservazione nei nostri confronti, studiano come viviamo, come ci muoviamo e in base a quello si adattano”.

Se a far paura è, ad esempio, il concetto di branco, i cani si organizzano di conseguenza con una strategia molto diversa da quella dei lupi: “In Marocco abbiamo osservato che i cani randagi che vivono in paese tendono ad organizzarsi in tre, massimo quattro esemplari. Nelle zone più rurali, invece, i gruppi tendono ad aumentare di numero”.

A Pescasseroli sono state osservate anche le interazioni con i cani di proprietà: “In zone e sentieri più frequentati i cani da guardiania sono più abituati al passaggio, magari abbaiano da lontano e anche se ci sono interazioni non succede nulla. Quelli che vivono zone più isolate invece possono essere più reattivi”.

Non si tratta certo di andare in giro per trekking con la mappa dei pascoli ma se si va in montagna bisogna sapere come comportarsi e quali distanze mantenre: “Per chi ha un cane è imprescindibile conoscere queste cose” spiega Clara. “Quello che suggeriamo ai pastori, invece, è di fare in modo che questi cani non vivano in modo troppo isolato. Le istituzioni, da parte loro, dovrebbero contribuire con i cartelli che aiutano a prendere consapevolezza su come comportarsi”.

A Pescasseroli la comunità, cittadini ma anche allevatori e aziende, ha vissuto bene la presenza di Stray Dogs. “Noi abbiamo un approccio non giudicante” racconta Lorenzo. “Abbiamo le nostre idee certamente, ma ci piace raccogliere informazioni, ascoltare le persone, capire perché si fanno certe scelte che magari a noi piacciono meno ma che non avremmo neanche conosciuto se fossimo arrivati come colonizzatori”. E il riscontro è stato positivo: “Abbiamo sempre avuto grandissima apertura da parte delle le aziende del territorio, sono molto aperti al dialogo e molto partecipativi, ci hanno dato la possibilità di immergerci nel loro contesto con curiosità e umiltà. Del resto non si può vivere solo la bella o brutta faccia di una cosa senza approfondirla”.

Dai primi risultati di un questionario somministrato a Pescasseroli, la presenza dei cani liberi non sembra una problematica molto sentita. “Ci sono chiaramente situazioni in cui bisogna intervenire” conclude Clara, “perché il cane è malato o non si è integrato nel territorio ma abbiamo anche dimostrato che su altri approcci si può lavorare”.

Progettualità di questi tipo si stanno sperimentando in diverse zone nel mondo, e un particolare interesse stanno riscontrando i programmi di sterilizzazione- vaccinazione-reimmissione sul territorio: “L’importante è calare ogni cosa nella specifica realtà, studiare le sistemiche complesse legate alla coabitazione è l’unico modo che ti permette di lavorare veramente su un problema”.  


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