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Stefania Rocca e Bryan Ceotto portano la disforia di genere sul palco del TSA

Stefania Rocca è la coraggiosa madre di Eva

Stefania Rocca in La madre di Eva
Sul palcoscenico del Ridotto del teatro comunale "V. Antonellini" sale un’attrice dalle mille sfaccettature: Stefania Rocca è attrice,

L’AQUILA – Sul palcoscenico del Ridotto del teatro comunale “V. Antonellini” sale un’attrice dalle mille sfaccettature: Stefania Rocca è attrice, regista informata e adattatrice dell’omonimo romanzo di Silvia Ferreri, “La madre di Eva”. Una storia toccante ed estremamente contemporanea che ci pone accanto ai protagonisti, non davanti, per far sì che il pubblico possa immergersi nel sentire profondo dei personaggi e – nel migliore dei casi – comprenderli.

In una clinica di Belgrado i medici preparano la sala operatoria. A breve Alessandro, interpretato dall’incredibile Bryan Ceotto, realizzerà il sogno di una vita: diventare un ragazzo a tutti gli effetti, anche se sua madre si ostina a vedere in lui Eva, la sua bambina, una femmina. La madre di Eva – o meglio, Alessandro – vive il percorso di transizione come un calvario ingiustificato, come un insulto al “frutto del suo seno”.

Tutto lo spettacolo, la cui tensione è tenuta alta dalle musiche live di Luca Maria Baldini, che si relaziona in armonia con i corpi degli attori, è una lunga dissertazione condita da ricordi, conflitti, voci dal passato, tentativi di dissuasione che resteranno solo un’eco rispetto alla determinazione di Alessandro. Il tutto rivissuto grazie alle interpretazioni di Glauko Barbagallo e Olga Zamboni.

Ma la madre, figura nemica e amica insieme, non è una bigotta, come ci verrebbe da pensare. Questa madre teme solo il peggio per “la sua creatura”, teme il giudizio, le discriminazioni, le disuguaglianze sociali che una trasformazione del genere potrebbe portare nella vita di Alessandro.

Ma come si abbatte questo muro di distanza e incomprensione tra una madre e un figlio? Con l’unica arma possibile: la lente dell’amore.

La madre compirà anche lei, insieme ad Alessandro, un percorso di transizione e di scoperta, che la porterà a conoscere fino in fondo ciò a cui lei stessa ha dato la vita, cucendosi addosso una nuova maternità. Dovrà confrontarsi e fare i conti con le proprie aspettative e accettarne la frantumazione quando il cruento impatto con la realtà gliene presenterà una diversa.

In un periodo storico come quello che stiamo vivendo in Occidente – non solo nella Russia repressiva verso il mondo LGBTQI – questo spettacolo fa riflettere sul futuro di tante persone omosessuali e transgender che si trovano a vivere in un’America che un tempo era terra di libertà ma, ad oggi, con le ultime elezioni, vedono fortemente a rischio i propri diritti e la libertà di essere semplicemente se stesse.

Uno spettacolo molto significativo in questa stagione teatrale del Teatro Stabile d’Abruzzo, che parla con una potente sincerità e che lascia un po’ d’amaro in bocca una volta spente le luci di scena. La verità è che possiamo avere mille pregiudizi, essere omofobi, razzisti, bigotti ma, quando la persona in oggetto è vicina a noi, è lì che iniziamo ad abbassare il dito puntato e ci accingiamo ad intraprendere un processo di conoscenza più profondo. L’amore, infatti, è l’altra faccia della conoscenza. Come fa una madre a comprendere il suo bambino che non sa ancora parlare? Lo comprende perché lo ama. Sa quando ha fame, quando ha sonno, quando sta male. Così questa madre sarà guidata dall’amore per arrivare a capire fino in fondo il disagio, i desideri e la vera natura di suo figlio.

Allora, forse, in un’epoca in cui le “diversità” sono libere di non nascondersi più, dovremmo utilizzare tutti la lente universale dell’amore. Amare per comprendere, comprendere per amare. Ma chi è disposto a fare uno sforzo evolutivo così grande? Solo una madre che quando suo figlio si fa barca a vela è disposta a farsi vento che lo guida verso la terra della felicità.