La città è il luogo per eccellenza del “noi”, dell’agire comune, della possibilità di migliorarsi insieme anche in un’epoca di forte crisi economica, in cui si riducono le possibilità di progettare  e mantenere servizi per le persone, soprattutto per le più deboli.

A quel “noi” non possiamo rinunciare.

Nessuna crisi economica o politica può toglierci le parole, la possibilità che le parole facciano politica, che le persone agiscano per relazioni e pratiche di convivenza. Si tratta di ripartire dalle persone e dalle città: la nostra esperienza di vita collettiva più vicina e spesso anche la migliore.

La città è, per sua natura, “città delle persone”: luogo che prende vita dalle relazioni tra le persone, dall’esercizio dei diritti di cittadinanza, dalla pratica della convivenza.

Parlare di “città delle persone” significa parlare di città conviviali, in cui al centro del pensiero che orienta le politiche pubbliche c’è la persona. C’è la persona, molto prima delle cose e degli strumenti di cui questa si serve.  Con la persona, implicitamente,  si mette al centro la relazione con l’altro. Questa idea di città conduce a scelte che hanno come obiettivo ultimo quello di migliorare il benessere della comunità, assicurando a tutti i cittadini le opportunità di una vita dignitosa.

Le persone e la loro vita diventano il centro dei pensieri, contemporaneamente, sia di chi governa, sia di chi vive la città. In questa città non esiste, e non può esistere techne senza humanitas.

Sono al centro le persone.

Le persone nei loro diritti e nelle loro libertà. Le persone nella loro complessità, nel loro essere multiformi e al contempo uniche, nel loro essere portatrici di competenze, di bisogni molteplici e contrastanti, nel loro essere in grado o meno di badare a se stesse o di contribuire al bene comune, nel loro essere forti o fragili in momenti diversi della vita.

Nelle “città delle persone”, al centro sono le persone declinate al plurale.

Per rispettare le diversità, per evidenziare la comunità. Le  persone  nei loro doveri, nella relazione con l’altro, nella convivenza. Ciò significa che ognuno ha diritto alla propria soggettività, e che, al contempo, le persone, insieme, sono comunità: nessuno sarà lasciato indietro o abbandonato alla propria solitudine. Significa vivere in una comunità fatta di altri che si riconoscono, una comunità che si dà del “noi”.

Le città, le comunità, le istituzioni appartengono alle persone che le vivono e le vivranno.

La città è di tutti, anche di chi non ha voce: gli ultimi e chi ancora deve venire. Nelle “città delle persone” sono le persone che fanno la differenza. Le città sono lo spazio delle persone che le vivono: sono fatte dal loro protagonismo, dal loro senso civico, dai valori che interpretano, dall’etica che le muove, dal rispetto e dalla cura che portano verso se stesse, la comunità e lo spazio pubblico. Senza persone competenti e responsabili che collaborino tra loro per il bene reciproco e per quello di tutti,  le città si sfaldano.  Senza persone capaci di offrire qualità e protagonismo alla vita delle città, le città implodono. Dove invece questo avviene, dove i cittadini dedicano le proprie risorse al bene della città, le comunità prosperano, sono più solide, e la fiducia e la forza si possono percepire camminando per le strade.

La “città delle persone” poggia sulle donne e sugli uomini che la vivono innanzitutto sui legami di comunità, sui beni pubblici intergenerazionali, sul protagonismo coniugato con la responsabilità.

Cardini che devono essere concretamente ancorati a un’idea di democrazia e di governo e a nuove politiche pubbliche.

E’ da questa idea di “città delle persone”, assunta come unità elementare di base della comunità pubblica, che possiamo e dobbiamo ripartire per pensare a un futuro migliore…

di Antonio Di Giandomenico

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