Somarocrazia giudiziaria digitale

Una riflessione dell'avv. Gianluca Totani

di Redazione | 02 Aprile 2020 @ 06:39 | ATTUALITA'
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Anche la giustizia è, ovviamente, in lockdown: processi e termini sospesi, a parte alcuni ritenuti atti “urgenti”.
Chiusi in quarantena, anche i ‘boiardi’ di Via Arenula hanno scoperto il piacere di vedersi attraverso una delle tante applicazioni per computer o smartphone tanto in voga al momento.
Ed hanno ben pensato: perchè non usarne una per farci qualche udienza? Magari iniziamo dalle convalide degli arresti, poi si vede.
Chi, come me, ha partecipato (partecipazione necessaria per sventare ulteriori compressioni al diritto di difesa)alle trattative per la redazione di Protocolli per l’utilizzo livello locale di questi sistemi (nella fattispecie Microsoft Teams che -come ogni cosa prodotta da Bill Gates- ha, eufemisticamente, dei limiti) sa bene che la cosa non funzionerà, semplicemente perché -al massimo- può andar bene per un singolo collegamento, per una fattispecie semplice tipo un arresto in flagranza per il possesso di 10 grammi di droga (chissà, poi, che urgenza c’è di procedere all’arresto ed alla convalida per casi del genere quando in un momento di sostanziale inesistenza di fattispecie di reato gravi si potrebbe procedere ad una più logica denuncia a piede libero).
Diverso è, invece, per le udienze con più fascicoli sul ruolo, quando occorre gestire l’ingresso nelle aule virtuali di svariate parti e difensori.
Si dice nelle premesse di ogni Protocollo che questo metodo dovrà essere utilizzato esclusivamente nel periodo emergenziale ma, si sa, che in un paese come il nostro nulla è più definitivo del transitorio.
Ed ecco infatti spuntare -con puntualità simile a quella della morte- l’emendamento governativo che, in sede di conversione in Legge del decreto n° 11/2020 propone non solo di stabilizzare il metodo ma addirittura di estenderlo anche ai dibattimenti.
Ora, io già immagino il replicarsi a livello virtuale delle lunghe attese tipiche delle aule di giustizia: processi indicati per le 9 che vengono chiamati alle 16 e tu che nel frattempo rimani davanti allo schermo del tuo computer ad attendere invano il tuo turno salvo poi scoprire che la rete non funziona e che, quindi, è necessario rinviare ad altra data.
Ma non è tanto questo, evidentemente, il problema.
Il tema vero è che dietro tutta quest’ansia efficientista, che pare aver colto d’improvviso l’amministrazione della giustizia, si intravede nitidamente in controluce il vero obiettivo: liberarsi una volta per sempre di quella fastidiosa palla al piede del processo che sono i difensori.
Se così stanno le cose, e non è difficile immaginare che dietro queste idee ci siano i suggerimenti dei personaggi più retrogradi dell’universo giustizia, sono certo che i Penalisti, le Camere Penali e l’UCPI sapranno porsi ancora una volta come argine di fronte all’ennesima deriva giustizialista attraverso la quale si intende, da parte di chi non lo ha mai sopportato, chiudere i conti con il processo accusatorio.
D’altra parte, però, è lecito supporre che questi tentativi di elisione definitiva dei diritti fondamentali quali quello di difesa siano favoriti dalla totale insipienza dell’attuale ministro della giustizia e con lui dell’intera compagine governativa (basta leggere i tanti provvedimenti che si sono succeduti in questo periodo per comprendere che la Sibilla Cumana sarebbe stata capace di scrivere in maniera in maniera più chiara).

Ed allora, se davvero si vuole dare l’idea alla nazione che in questo momento la giustizia sta funzionando, si facciano 2 cose:

  1. si dia impulso allo smaltimento di tutto l’arretrato, di qualsiasi natura, pendente nelle Cancellerie e nelle stanze dei giudici anche attraverso il famigerato “smart working”;
  2. si trovino gli unici strumenti elettronici di cui questo momento la giustizia ha bisogno: i braccialetti per mandare a casa i troppi detenuti che in questo momento sovraffollano le carceri e la cui salute, insieme a quella degli altri operatori del sistema penitenziario, è messa serio rischio.

Per celebrare i processi nelle aule e con il rispetto delle regole ci sarà tempo.
E non si approfitti della debolezza di alcuni avvocati che, in mancanza di entrate, potrebbero sentire il richiamo della sirena telematica pur di lavorare un po’.
Diversamente il nostro sistema si trasformerà irreversibilmente in una “somarocrazia giudiziaria digitale”.


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