musicaclassicadi Amedeo Esposito – Questa volta, anche se indirettamente, spetta ancora a Lui. Al Sindaco Cialente perché con urgenza, analogamente ai provvedimenti sulla ricostruzione dell’asse centrale cittadino, provveda a ricreare più vibrante e più consapevole del passato, la “città della musica”, ideata, attuata e poi lanciata nel mondo da Nino Carloni. Occorre dire che non è comunità sotto la sua giurisdizione, ovviamente, anche se i suoi predecessori (Tullio De Rubeis, in primis) se ne fecero carico perché L’Aquila avesse, come ebbe ed ha un “volto musicale” di grande bellezza, per dirla con il regista Sorrentino.

Non è mistero per alcuno che quel “volto musicale” è ora piuttosto aggrinzito per la crisi delle diverse anime che lo compongono: la Società aquilana dei concerti “Bonaventura Barattelli”, l’Istituzione sinfonica abruzzese, i Solisti aquilani e il Conservatorio di musica “Alfredo Casella”. Quest’ultimo ha la sua autonomia per essere divenuta scuola statale, rilevante fra i conservatori italiani, ma non per questo non possa e non debba essere ricompreso entro quella che fu L’Aquila “Salisburgo d’Italia”, di Carloni.

Egli la disegnò unica e comprensiva di ogni struttura, senza però avere il piacere, se non per qualche tempo, di vederle unite vivendo poi impotente le “divisioni polemiche” che seguirono, incancrenite dopo il terremoto del 2009 e tuttora disastrosamente visibili. E per essere “disastrosamente disunite” le componenti musicali citate (ad eccezione del Conservatorio “A.Casella”) sono in profonda crisi finanziaria (oggi usa default), con la particolare caduta nel profondo rosso dell’Istituzione sinfonica che conta 60 dipendenti, compresi 40 professori-musicisti, componenti dell’Orchestra stabile.

La quale ultima, come si sa, è fa le prime sette compagine italiane.

Una “cittadella” in crisi, dunque, che ha urgente bisogno di avere “ossigeno” dalla Regione, dal Comune, dalla Provincia ed in particolare dal Ministero dei beni culturali. Interventi di grande rilevanza che, inseriti in una corale azione coordinata dal Primo Cittadino, potrebbero allontanare la cancellazione, sempre più concreta, di tanti posti di lavoro che la musica assicura alla città ormai da decenni.

Diciamolo francamente: si deve tendere ad una struttura unica, se non ad una fondazione, per salvare quel che è possibile e scongiurare il morso della crisi giunta al suo estremo. Il Teatro comunale di Bologna – si perdoni l’accostamento con la modesta “cittadella musicale” aquilana – ha risolto, come attestano i dirigenti, la sua esistenza in vita servendosi de “L’Art Bonus”: strumento ministeriale creato per incentivare il mecenatismo culturale  e gli investimenti sul patrimonio culturale del Paese.

Ed in ciò, sono compresi l’attività primaria della lirica, quella della musica classica, dei grandi incontri culturali e, in parte, del teatro specifico. Lo slogan di quel “Comunale” infatti è: “non più deduzioni ma crediti d’imposta”, da cui ricava la linfa vitale. Un esempio ovviamente, ma significativo per auspicare che il “volto” della musica aquilana torni ad  avere un unico ente operativo  capace – senza discriminare le altre cosiddette minori compagini – di rinnovare quel che fu la “Salisburgo d’Italia”.

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