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Siccità. Il ritorno al futuro di Paolo Virzì

Siccità, ultimo lungometraggio diretto da Paolo Virzì con cui il regista, grazie anche al tocco magico della fotografia affidata a Luca Bigazzi, schiaffeggia l’immagine sacra ed immortale di Roma

Siccità, ultimo lungometraggio diretto da Paolo Virzì con cui il regista, grazie anche al tocco magico della fotografia affidata a Luca Bigazzi, schiaffeggia l’immagine sacra ed immortale di Roma, trasformandola in un luogo deserto, arido, dove anime vagabonde si trascinano in cerca di acqua, di rivalsa, di vita.

Sulla città oramai non piove da tre anni, ed il drammatico stato di siccità, che ha ridotto il Tevere a terra di passaggio, ha obbligato a misure drastiche di razionamento dell’acqua e del vivere quotidiano, si ripercuote nelle vite dei tanti (troppi) personaggi, esacerbando il conflitto di ognuno con i propri demoni.

La chiave apocalittica e distopica con cui il film è stato ideato può indurre a sperare che si assisterà passivamente ad un futuro immaginario fatto di catastrofi, epidemie, invasioni e scontri che – fortunatamente – rimarranno solo un’invenzione cinematografica. Ebbene no. Perché, mai come negli ultimi anni, abbiamo fatto i conti con la consapevolezza della nostra condizione vulnerabile, dove gli schemi e gli equilibri sono impazziti, e noi siamo diventati pedine di un gioco senza regole, perché abbiamo provato a barare.

C’è tutto…pandemia, crisi idrica, invasioni di insetti, desertificazione…Ma ci siamo anche noi, quelli che siamo diventati. Viviamo vite infiocchettate per renderle “storie”, contando pollici di approvazione o deprimendoci per  qualche commento che rovini la patina; la coerenza con i propri principi cede il passo al fascino delle luci lusinghiere dello spettacolo; scienziati che scimmiottano nei salotti dello star-system; relazioni dove ci si ritrova estranei, diventando coinquilini fastidiosi con cui divedere spazi…senza condividere; genitori assenti, distratti, ignari del seme di sofferenza che impiantano nei propri figli. Uomini che risvegliano istinti primitivi di lotta con i propri simili, dove il vicino è nemico, dove l’altro diventa solo qualcuno che occupa il proprio posto,.

I personaggi sono segnati dalle rughe dell’arsura, fisica e morale.

Siccità, è un film di sicuro tristemente veggente, ma a tratti tristemente costruito. Tanti spunti calati su singoli personaggi, che però rimangono in superficie, fermandosi prima di una degna chiusura del cerchio. Il cast, formato, tra gli altri, da Valerio Mastandrea, Elena Lietti, Claudia Pandolfi, Tommaso Ragno, Vinicio Marchioni, Max Tortora, e l’abruzzese Sara Serraiocco, sembrano scelti come male minore, capaci di garantire il “quanto basta”; dal profilo di equilibrio interpretativo, si discostano i picchi di Silvio Orlando e la sua forte fragilità e di Monica Bellucci, con la sua assenza empatica.

Insomma, un progetto ambizioso, e, per quanto attuale, innovativo rispetto al curriculum del regista italiano; mette lo spettatore di fronte alle sue responsabilità, verso cui si vive con la speranza che tutto possa disciogliersi in un fiume che ricominci a scorrere, o ci si rifugia dietro a dei cancelli, lasciandosi tutto il mondo fuori.