Nel panorama del restauro architettonico e della ricostruzione post-sismica in Abruzzo, la conservazione dei serramenti storici rappresenta un aspetto critico e largamente trascurato. Se per portoni monumentali o porte interne di particolare pregio si tenta talvolta la via del restauro, per le finestre storiche si registra una prassi diffusa di sostituzione sistematica con serramenti di produzione industriale. Questa tendenza sta causando, secondo gli studi specialistici disponibili, un’estesa perdita di elementi di cultura materiale, molti dei quali erano sopravvissuti fino a tempi recenti solo grazie a lunghi periodi di abbandono.
Il fenomeno è documentato in sede scientifica. Il numero 161 di rec_magazine — monografia sui serramenti storici pubblicata nel 2020 e aggiornata nel 2026 — ospita l’articolo “Conoscenza e conservazione dei serramenti storici nel restauro. Una prima verifica in Abruzzo“, a firma di Carla Bartolomucci e Barbara Malandra. Lo studio sintetizza una ricognizione regionale sugli infissi storici in legno e ne certifica la “scarsa considerazione” sia sul piano della conoscenza sia su quello della conservazione.
Il “Colore dell’Aria”: una tinta tra storia e tecnica
Tra i dettagli tecnici e artistici più vulnerabili figurano i serramenti verniciati nel cosiddetto “colore dell’aria“. Si tratta di infissi dipinti in toni chiari del celeste-grigio o del bianco, una scelta cromatica che si accordava con le partiture architettoniche delle facciate.
La letteratura sul colore storico dell’architettura italiana associa questa tinta soprattutto a esigenze percettive: dematerializzare i volumi superiori, armonizzare i sopralzi con il cielo. Documenti d’archivio romani attestano la “voga del color d’aria” per le facciate di palazzi nel XVIII secolo, e studi sul colore urbano milanese descrivono la tinta come un misto tra azzurro e grigio — grigio cinerino — molto metamerico, più azzurro con cielo sereno, più grigio con cielo coperto. L’uso è documentato soprattutto per facciate e sopraelevazioni dal Settecento, con l’obiettivo di “cancellare” visivamente i volumi contro il cielo.
A L’Aquila il termine ricorre in ambito decorativo: il restauro del bar Nurzia in piazza Duomo, condotto dopo il sisma del 2009, ha riportato alla luce “volte colore dell’aria” con decorazioni a tempera dai toni chiari, databili alla fase più antica del locale tra fine Ottocento e inizi Novecento. La Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio ha definito il caso quasi unico in città per qualità e raffinatezza delle finiture storiche emerse nel cantiere post-sisma.
Una funzione luministica: ipotesi o dato documentato?
Nell’edilizia storica aquilana e abruzzese i vani di porte e finestre erano solitamente poco ampi, vincolo imposto sia da esigenze statiche — per non indebolire le murature portanti in un territorio ad alta sismicità — sia da esigenze climatiche, per proteggere gli interni dalle rigide temperature appenniniche. In questo contesto, secondo una parte della letteratura tecnica, la verniciatura chiara dei serramenti assolveva a una funzione pratica: riflettere e moltiplicare la luce naturale attraverso aperture ridotte.
Le fonti specialistiche consultate avvertono tuttavia che il nesso tra le tonalità celeste-grigie e l’ottimizzazione dell’illuminazione naturale resta, allo stato, un’ipotesi interpretativa non esplicitamente documentata per il contesto abruzzese. Non risultano studi specifici sulle cromie dei serramenti storici aquilani né riferimenti diretti a infissi dipinti “colore dell’aria” nella letteratura tecnica locale. La questione rimane aperta.


La ricostruzione post-sisma e la pressione degli incentivi energetici
Il terremoto del 6 aprile 2009 a L’Aquila ha innescato la più estesa stagione di interventi sul costruito storico della città. Dal 2013 opera l’Ufficio Speciale per la Ricostruzione dell’Aquila (USRA), che gestisce istruttoria e finanziamenti per la ricostruzione privata. A inizio 2025 le pratiche definite sono attorno al 98% — circa 29.200 approvate su circa 29.827 presentate — con importi erogati pari a circa 6,6 miliardi di euro su un totale previsto di 8,35 miliardi. A scala più ampia, comprensiva del cratere sismico, Open Data Ricostruzione indica 22.075 interventi privati finanziati, 19.626 cantieri conclusi e 8,16 miliardi di euro erogati.
Questi numeri, pur confermando che la quasi totalità del patrimonio edilizio è ormai passata per interventi di riparazione o ricostruzione, non distinguono tra edifici che conservano gli infissi storici e quelli in cui sono stati sostituiti. Non esistono, nei dati pubblici USRA né nelle principali banche dati sulla ricostruzione, statistiche dedicate alla sorte dei serramenti storici.
Il numero monografico di rec_magazine mette in relazione la perdita degli infissi con pratiche di sostituzione motivate quasi esclusivamente da ragioni di efficienza energetica e incentivi fiscali, richiamando le Linee guida MiBACT per l’efficienza energetica del patrimonio culturale (ottobre 2015) e la norma UNI EN 16883:2017 come quadro tecnico che rischia di favorire la sostituzione rispetto al restauro. Un manuale regionale abruzzese per il recupero dei centri storici segnala a sua volta la “lenta ma inesorabile sostituzione di serramenti in legno con quelli in metallo” come effetto dell’introduzione di tecniche e materiali impropri nel costruito storico, collegandola alla perdita di saperi costruttivi tradizionali.

Casi aquilani a confronto: esiti divergenti anche sui beni vincolati
Il numero 168 di rec_magazine (2021) ha pubblicato un confronto tra due interventi aquilani successivi al sisma: Villa Ciccozzi “La Silvestrella“ e Villa Masci Cimoroni. Entrambi gli edifici sono tutelati, eppure il recupero degli infissi lignei originali ha avuto “esiti differenti”, con casi di conservazione e casi di sostituzione parziale o totale. Il dato conferma che la traduzione operativa dei principi di tutela è variabile a seconda dei soggetti coinvolti e delle condizioni del cantiere, anche quando il bene è formalmente vincolato.
L’immagine ricorrente nella letteratura tecnica è quella degli infissi smontati e ammassati in strada in attesa di smaltimento, sostituiti da prodotti industriali omologati.
Il dibattito sui colori e l’assenza di un piano vincolante
Il dibattito cittadino sulle scelte cromatiche della ricostruzione si è concentrato principalmente sulle nuove tinte vivaci delle facciate — il progetto denominato “L’Aquila a colori” — viste da alcune parti come segno di rinascita e da altre come rottura rispetto alla memoria cromatica storica. La presenza di “mille colori diversi” nelle case ristrutturate segnala una forte eterogeneità cromatica nel centro storico ricostruito, confermata dalla stampa locale.
Il confronto ha riguardato prevalentemente gli intonaci esterni, non i serramenti. I documenti consultati non riportano repertori cromatici dettagliati per gli infissi, né menzionano il “colore dell’aria” come categoria prescrittiva nei piani colore del Comune o nei protocolli d’intesa con la Soprintendenza. Questo lascia ampio margine alle scelte progettuali, contribuendo all’attuale eterogeneità dei colori di facciate e infissi.
Un quadro conoscitivo ancora lacunoso
La ricognizione di Bartolomucci e Malandra non fornisce numeri assoluti di infissi perduti, ma descrive “perdite quotidiane” e una sostituzione estesa, soprattutto nei centri minori e negli interventi di ricostruzione, dove i serramenti in legno vengono rimpiazzati senza adeguata valutazione del loro valore documentale. La literature review contenuta nel numero 161 ha analizzato 133 pubblicazioni dedicate al retrofit energetico dei serramenti storici, evidenziando la carenza di indicazioni operative condivise per coniugare conservazione e prestazioni.
La scomparsa dei serramenti storici — inclusi quelli verniciati in toni celeste-grigi — riguarda, secondo gli studi citati, non soltanto un manufatto in legno ma una soluzione tecnica preindustriale capace di rispondere alle condizioni statiche e climatiche del territorio appenninico. La dimensione del fenomeno è documentata; la funzione luministica specifica attribuita al “colore dell’aria” nei serramenti storici locali attende invece conferme dalla ricerca specialistica.







