Separazioni, in aula non bastano le scuse per smentire le chat

di Redazione | 13 Giugno 2021 @ 06:00 | LA LEGGE E LA DIFESA
like istigazione all'odio
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Social sempre più protagonisti nelle aule di tribunale, in particolare nei processi per diffamazione, ma anche nelle separazioni dove le riproduzioni informatiche possono essere decisive e difficilmente disconoscibili. Servono infatti controprove «chiare, circostanziate ed esplicite», dimostrabili con “elementi attestanti la non corrispondenza tra realtà fattuale e realtà riprodotta”. Non basta le scuse inviate successivamente per dimostrare la propria “innocenza”.

E’ quanto ha voluto ribadire anche la Corte di Cassazione con l’ordinanza 12794 del 13 maggio 2021 che innanzitutto ha confermata la centralità del deposito nel processo della famiglia delle riproduzioni informatiche di conversazioni via Sms, messaggi Email o Whatsapp. Da questi, nel caso in esame,  emergeva chiaramente una relazione extraconiugale intrattenuta dal ricorrente, a cui i giudici del merito avevano addebitato la separazione.

Nel ricorso in Cassazione il ricorrente opponeva, secondo la Corte, contestazione del tutto generiche, carenti di “autosufficienza: infatti sono inammissibili, per violazione dell’articolo 366 Codice di procedura civile, n. 6, le censure fondate su atti e documenti del giudizio di merito qualora il ricorrente si limiti a richiamare tali atti e documenti, senza riprodurli nel ricorso ovvero, laddove riprodotti, senza fornire puntuali indicazioni necessarie alla loro individuazione (..) al fine di renderne possibile l’esame».


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