01_cc26.02.09foto-roberto-grillo-300x200_0di Totò Di Giandomenico,  Cittadino senza città – “Oggi è stata scritta un’altra pagina nera, fra le tante dal 2009, da parte di questi uomini, espressione dei partiti di maggioranza che governano la città già prima del 2009. Un consiglio in dialetto con battutine, risatine, gomitate fra compagni di banco, riferimenti a terapie di gruppo per chi è emotivamente colpito e tante altre meschinità che hanno veramente poco di umano nel nostro contesto”.

Parto da queste considerazioni  del gruppo “ L’Aquila che vogliamo”, che fa capo al dott. Vincenzo Vittorini,  per delle amare  considerazioni sullo stato, ormai comatoso, della nostra ex città, e principalmente sulla deriva cannibalesca che ha ormai rapito la nostra ex comunità.

Sapevo, da tempo, e ho scritto tanto in proposito, che il terremoto non ha messo in evidenza il meglio di noi stessi come comunità, ma pensare che si potesse arrivare a tanto….

Ma sono un ingenuo.

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Consiglio comunale. Cialente: “Dove eravate tutti quanti in quel periodo?. Vittorini: “Io quella notte stavo sotto le macerie”

Dovevo capirlo: quando sono state rese note le intercettazioni di un assessore che parlava del terremoto come di un ….che culo!

Dovevo capirlo: quando un individuo che dovrebbe essere il fautore primo  della trasparenza e della partecipazione in merito alla vicenda amministrativa della ricostruzione, assieme a gigionate irripetibili si preoccupa solo di 5/6000 intercettazioni, e manda suoi sodali a cercare di capire di cosa trattino;

Dovevo capirlo: che l’assalto alla diligenza sarebbe stato  lo sport privilegiato in questa città, e che la febbre avrebbe contagiato tutti, a misura delle necessità e dell’appetito;  già  nel primo decreto, quando ancora la terra tremava,  ci si preoccupava di salvare il salvabile dello scempio fatto dei bilanci di istituzioni culturali; da subito si è avviata la ricostruziopoli, con improbabili mediatori e millantatori alla cattura del pubblico appalto; persino nei partiti, a livello nazionale e locale, si sono nominati i responsabili della ricostruzione( la torta era ed è grande);

e ancora perdura, fino alle vicende dell’aeroporto, su cui indaga la procura antimafia, alla ricostruzione ecclesiale ( da ecclesia: comunità!), all’improbabile dono di venti milioni ad una società dal passato non proprio trasparente ( per gli amministratori), che non caccia un soldo di suo, ma si accredita per appropriarsi di un consistente omaggio di denaro pubblico; e potrei andare avanti per ore!

Dovevo capirlo: perché a fronte di fatti tanto chiari ed evidenti , non si è mossa una mosca, non si è levata una voce, non si è organizzata protesta alcuna, se si fa eccezione di quattro incorreggibili romantici stazionanti nel tendone di piazza duomo!

Ma l’ultima, quella del consiglio comunale ( scrivo volutamente con la minuscola), è la peggiore di tutte: questa ferisce l’anima e la sensibilità personale, affonda il coltello, impietosamente, nell’ animo e nella carne già duramente provata dal dolore di perdite alle quali nessun tempo, nemmeno il più lungo, potrà mai porre  rimedio.

Scusandomi per l’accostamento, mi viene a mente un bellissimo scritto  di Eugenio Scalfari sull’opera più importante di Italo Calvino (e della letteratura moderna): “Lezioni americane”.

Calvino, riporta Scalfari,  aveva previsto che la letteratura del nuovo secolo e del nuovo millennio sarebbe stata caratterizzata da sei requisiti: leggerezza, rapidità, esattezza, visibilità, molteplicità, consistenza. Questi sei requisiti da lui indicati e da lui stesso utilizzati in molte delle sue opere facevano parte della visione moderna che Calvino aveva non soltanto della letteratura ma anche dell’etica, della politica e della conoscenza. Insomma della vita: quella visione che ha rappresentato la modernità della quale Calvinoè stato uno degli ultimi rappresentanti.

Per Scalfari, quei sei requisiti hanno avuto negli ultimi vent’anni un’interpretazione e un’attuazione del tutto diversa ed anzi opposta a quella prevista da Calvino. La leggerezza si è trasformata in superficialità, la rapidità in pressappochismo, l’esattezza in arida pedanteria, la visibilità in esibizione, la molteplicità in trasformismo. E questa è purtroppo la realtà con la quale ci stiamo confrontando. Le parole e i valori indicati da Calvino sono stati letti a rovescio. L’eleganza intellettuale da lui auspicata e rappresentata è diventata trivialità, volgarità, pesantezza.

Come non vedere in queste considerazioni la triste e recente storia di questo agglomerato chiamato L’Aquila del post sisma?

La modernità che Calvino ha amato e rappresentato è ormai dietro di noi.

Per le nostre istituzioni, il consiglio comunale come  le altre, un’epoca è finita, un’altra è cominciata, ma la comunicazione tra loro è molto difficile.

Viviamo un momento di passaggio nel quale le ombre soverchiano la luce.

È sempre accaduto così, ma la storia continua e prima o poi da questo passaggio buio e pericoloso si uscirà.

Almeno così spero.

Vorrei  illudermi che questo possa succedere anche all’Aquila. Ma ormai  non ci riesco più.

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