“La montagna lo fa”. È con questa frase che Antonella Mammarella sintetizza un’esperienza che, a distanza di anni, resta viva, intensa, ma anche un po’ diversa da quella raccontata nel film Un mondo a parte.
Nei primi anni ’90, dopo sette anni di ruolo, Antonella arriva a insegnare a Civitella Alfedena, nel cuore dell’Alto Sangro. Una scuola minuscola, sette alunni di tutte le classi insieme, una pluriclasse gestita da una sola maestra. Nessun bidello, nessun telefono, perfino il bagno dentro l’aula. Un’esperienza che, sulla carta, potrebbe sembrare poetica. Ma la realtà, racconta oggi, è stata molto più complessa.
Ogni giorno iniziava all’alba. Partenza alle sei del mattino, rientro nel pomeriggio inoltrato, e poi ore di lavoro a casa per preparare attività diverse per ogni bambino. Il viaggio era già una sfida: autobus incerti, coincidenze improvvisate, piccoli “patti” con gli autisti per non restare bloccati:
“Partivo da casa alle 6.00, prendevo l’autobus per Avezzano, lì dovevo scendere e prendere quello per Castel di Sangro; ma non era mai sicura di trovarlo, non c’era una formale coincidenza: solo la garanzia data dall’autista che avrebbe aspettato, in cambio dell’offerta di una colazione al giorno al bar di Pescasseroli. Come rifiutare?”.
“Quando arrivavo trovavo la scuola aperta e i bambini che mi aspettavano, un dipendente comunale apriva e loro andavano quando volevano. Per strada capitava di vedere più facilmente un cervo che una persona. Spesso andavamo a trovare i lupi o la lince che abitavano in luoghi protetti”.
Eppure, dentro quell’aula, c’era vita. I banchi disposti in cerchio attorno alla cattedra, I sette bambini di età diverse che imparavano insieme: “le due bimbe di prima e la ragazzina seria e giudiziosa della quinta erano quelle di cui avevo maggiore attenzione. Le prime dovevano imparare le fondamenta, la grande avrebbe affrontato l’esame e sarebbe andata alle medie”.
Senza saperlo, Antonella applicava già il peer to peer: i più grandi aiutavano i più piccoli, in una didattica spontanea e solidale.
A complicare il quadro arriva, a metà anno, un bambino macedone. “Venne al seguito del suo papà, esperto pastore di capre. Non conosceva nemmeno una parola italiana, non sapeva né leggere né scrivere”. La maestra diventa tutto: insegnante di ogni materia, educatrice, punto di riferimento per l’alfabetizzazione. Le classi “diventano sei”, racconta, e il lavoro si moltiplica. “Tornavo, se andava bene, alle 16.00. A casa, sfinita dal viaggio e dal lavoro, predisponevo materiale per ogni livello e materia”.
Eppure, non mancaa una dimensione che lei stessa definisce romantica: “La neve quell’anno fu prodiga, durò fino a fine aprile, con mia grande gioia”. A primavera si facevano lezioni all’aperto, esplorazioni del paese, visite nei luoghi protetti dove vivevano lupi e linci. Ma è proprio questa apparente magia a nascondere un limite più profondo.
Il lato nascosto: isolamento e poche opportunità
I bambini di Civitella vivevano in una dimensione chiusa. Quando arrivavano turisti, si nascondevano: “Si sentivano osservati come la fauna della loro terra”.
“Non c’erano bidelli, non c’era il telefono, quando ho fatto notare la necessità di comunicare un eventuale incidente, mi hanno consigliato di affacciarmi al balcone dell’aula e chiedere aiuto; ma era più facile incontrare un cervo che una persona!”.
“Un imbarazzo enorme mi dava “il bagno in aula”, aprivo i rubinetti per coprire altri.. rumori”.
“In quella piccola scuola, comunque, c’era un forte senso di condivisione, amavamo fare lezione all’aperto”. Ma Antonella coglie un punto decisivo: quella scuola, pur affascinante e bucolica, non offriva abbastanza. Mancavano confronto, socialità, pluralità di insegnanti, laboratori, stimoli.
È qui che nasce la sua scelta, radicale e controcorrente. A differenza della narrazione cinematografica, che difende a ogni costo la piccola scuola di montagna, Antonella prende una strada opposta.
“Ne parlai con i genitori, che furono d’accordo di lasciare che i figli frequentassero la scuola di Villetta Barrea, a due chilometri da Civitella.”
Alla fine, resta una memoria intensa. “Sono stata l’ultima insegnante del paese”, ci racconta. “Ci sono rimasta il tempo per sentirmi simile alla maestrina dalla penna rossa”. Un’immagine da libro Cuore.
Il confronto con Un mondo a parte è inevitabille, ma dove il film vede resistenza quasi eroica e poesia dell’isolamento, Antonella porta con sé una consapevolezza moderna: la scuola non può restare isolata, nemmeno in un luogo incantevole. Perché, come insegna questa storia vera, la montagna può fare molto. Ma non può fare tutto.
Scuole di montagna, una storia vera da Civitella Alfedena: “non è come Un mondo a parte”
Sembra un mondo a parte, ma non è un film. La storia vera di un’insegnante negli anni ’90 a Civitella Alfedena: «Una pluriclasse di 7 alunni, ero maestra unica, con bagno in aula, senza bidello e senza telefono».
“La montagna lo fa”. È con questa frase che Antonella Mammarella sintetizza un’esperienza che, a distanza di anni, resta viva, intensa, ma anche un po’ diversa da quella raccontata nel film Un mondo a parte.
Nei primi anni ’90, dopo sette anni di ruolo, Antonella arriva a insegnare a Civitella Alfedena, nel cuore dell’Alto Sangro. Una scuola minuscola, sette alunni di tutte le classi insieme, una pluriclasse gestita da una sola maestra. Nessun bidello, nessun telefono, perfino il bagno dentro l’aula. Un’esperienza che, sulla carta, potrebbe sembrare poetica. Ma la realtà, racconta oggi, è stata molto più complessa.
Ogni giorno iniziava all’alba. Partenza alle sei del mattino, rientro nel pomeriggio inoltrato, e poi ore di lavoro a casa per preparare attività diverse per ogni bambino. Il viaggio era già una sfida: autobus incerti, coincidenze improvvisate, piccoli “patti” con gli autisti per non restare bloccati:
“Partivo da casa alle 6.00, prendevo l’autobus per Avezzano, lì dovevo scendere e prendere quello per Castel di Sangro; ma non era mai sicura di trovarlo, non c’era una formale coincidenza: solo la garanzia data dall’autista che avrebbe aspettato, in cambio dell’offerta di una colazione al giorno al bar di Pescasseroli. Come rifiutare?”.
“Quando arrivavo trovavo la scuola aperta e i bambini che mi aspettavano, un dipendente comunale apriva e loro andavano quando volevano. Per strada capitava di vedere più facilmente un cervo che una persona. Spesso andavamo a trovare i lupi o la lince che abitavano in luoghi protetti”.
Eppure, dentro quell’aula, c’era vita. I banchi disposti in cerchio attorno alla cattedra, I sette bambini di età diverse che imparavano insieme: “le due bimbe di prima e la ragazzina seria e giudiziosa della quinta erano quelle di cui avevo maggiore attenzione. Le prime dovevano imparare le fondamenta, la grande avrebbe affrontato l’esame e sarebbe andata alle medie”.
Senza saperlo, Antonella applicava già il peer to peer: i più grandi aiutavano i più piccoli, in una didattica spontanea e solidale.
A complicare il quadro arriva, a metà anno, un bambino macedone. “Venne al seguito del suo papà, esperto pastore di capre. Non conosceva nemmeno una parola italiana, non sapeva né leggere né scrivere”. La maestra diventa tutto: insegnante di ogni materia, educatrice, punto di riferimento per l’alfabetizzazione. Le classi “diventano sei”, racconta, e il lavoro si moltiplica. “Tornavo, se andava bene, alle 16.00. A casa, sfinita dal viaggio e dal lavoro, predisponevo materiale per ogni livello e materia”.
Eppure, non mancaa una dimensione che lei stessa definisce romantica: “La neve quell’anno fu prodiga, durò fino a fine aprile, con mia grande gioia”. A primavera si facevano lezioni all’aperto, esplorazioni del paese, visite nei luoghi protetti dove vivevano lupi e linci. Ma è proprio questa apparente magia a nascondere un limite più profondo.
Il lato nascosto: isolamento e poche opportunità
I bambini di Civitella vivevano in una dimensione chiusa. Quando arrivavano turisti, si nascondevano: “Si sentivano osservati come la fauna della loro terra”.
“Non c’erano bidelli, non c’era il telefono, quando ho fatto notare la necessità di comunicare un eventuale incidente, mi hanno consigliato di affacciarmi al balcone dell’aula e chiedere aiuto; ma era più facile incontrare un cervo che una persona!”.
“Un imbarazzo enorme mi dava “il bagno in aula”, aprivo i rubinetti per coprire altri.. rumori”.
“In quella piccola scuola, comunque, c’era un forte senso di condivisione, amavamo fare lezione all’aperto”. Ma Antonella coglie un punto decisivo: quella scuola, pur affascinante e bucolica, non offriva abbastanza. Mancavano confronto, socialità, pluralità di insegnanti, laboratori, stimoli.
È qui che nasce la sua scelta, radicale e controcorrente. A differenza della narrazione cinematografica, che difende a ogni costo la piccola scuola di montagna, Antonella prende una strada opposta.
“Ne parlai con i genitori, che furono d’accordo di lasciare che i figli frequentassero la scuola di Villetta Barrea, a due chilometri da Civitella.”
Alla fine, resta una memoria intensa. “Sono stata l’ultima insegnante del paese”, ci racconta. “Ci sono rimasta il tempo per sentirmi simile alla maestrina dalla penna rossa”. Un’immagine da libro Cuore.
Il confronto con Un mondo a parte è inevitabille, ma dove il film vede resistenza quasi eroica e poesia dell’isolamento, Antonella porta con sé una consapevolezza moderna: la scuola non può restare isolata, nemmeno in un luogo incantevole. Perché, come insegna questa storia vera, la montagna può fare molto. Ma non può fare tutto.
Sembra un mondo a parte, ma non è un film. La storia vera di un’insegnante negli anni ’90 a Civitella Alfedena: «Una pluriclasse di 7 alunni, ero maestra unica, con bagno in aula, senza bidello e senza telefono».
“La montagna lo fa”. È con questa frase che Antonella Mammarella sintetizza un’esperienza che, a distanza di anni, resta viva, intensa, ma anche un po’ diversa da quella raccontata nel film Un mondo a parte.
Nei primi anni ’90, dopo sette anni di ruolo, Antonella arriva a insegnare a Civitella Alfedena, nel cuore dell’Alto Sangro. Una scuola minuscola, sette alunni di tutte le classi insieme, una pluriclasse gestita da una sola maestra. Nessun bidello, nessun telefono, perfino il bagno dentro l’aula. Un’esperienza che, sulla carta, potrebbe sembrare poetica. Ma la realtà, racconta oggi, è stata molto più complessa.
Ogni giorno iniziava all’alba. Partenza alle sei del mattino, rientro nel pomeriggio inoltrato, e poi ore di lavoro a casa per preparare attività diverse per ogni bambino. Il viaggio era già una sfida: autobus incerti, coincidenze improvvisate, piccoli “patti” con gli autisti per non restare bloccati:
“Partivo da casa alle 6.00, prendevo l’autobus per Avezzano, lì dovevo scendere e prendere quello per Castel di Sangro; ma non era mai sicura di trovarlo, non c’era una formale coincidenza: solo la garanzia data dall’autista che avrebbe aspettato, in cambio dell’offerta di una colazione al giorno al bar di Pescasseroli. Come rifiutare?”.
“Quando arrivavo trovavo la scuola aperta e i bambini che mi aspettavano, un dipendente comunale apriva e loro andavano quando volevano. Per strada capitava di vedere più facilmente un cervo che una persona. Spesso andavamo a trovare i lupi o la lince che abitavano in luoghi protetti”.
Eppure, dentro quell’aula, c’era vita. I banchi disposti in cerchio attorno alla cattedra, I sette bambini di età diverse che imparavano insieme: “le due bimbe di prima e la ragazzina seria e giudiziosa della quinta erano quelle di cui avevo maggiore attenzione. Le prime dovevano imparare le fondamenta, la grande avrebbe affrontato l’esame e sarebbe andata alle medie”.
Senza saperlo, Antonella applicava già il peer to peer: i più grandi aiutavano i più piccoli, in una didattica spontanea e solidale.
A complicare il quadro arriva, a metà anno, un bambino macedone. “Venne al seguito del suo papà, esperto pastore di capre. Non conosceva nemmeno una parola italiana, non sapeva né leggere né scrivere”. La maestra diventa tutto: insegnante di ogni materia, educatrice, punto di riferimento per l’alfabetizzazione. Le classi “diventano sei”, racconta, e il lavoro si moltiplica. “Tornavo, se andava bene, alle 16.00. A casa, sfinita dal viaggio e dal lavoro, predisponevo materiale per ogni livello e materia”.
Eppure, non mancaa una dimensione che lei stessa definisce romantica: “La neve quell’anno fu prodiga, durò fino a fine aprile, con mia grande gioia”. A primavera si facevano lezioni all’aperto, esplorazioni del paese, visite nei luoghi protetti dove vivevano lupi e linci. Ma è proprio questa apparente magia a nascondere un limite più profondo.
Il lato nascosto: isolamento e poche opportunità
I bambini di Civitella vivevano in una dimensione chiusa. Quando arrivavano turisti, si nascondevano: “Si sentivano osservati come la fauna della loro terra”.
“Non c’erano bidelli, non c’era il telefono, quando ho fatto notare la necessità di comunicare un eventuale incidente, mi hanno consigliato di affacciarmi al balcone dell’aula e chiedere aiuto; ma era più facile incontrare un cervo che una persona!”.
“Un imbarazzo enorme mi dava “il bagno in aula”, aprivo i rubinetti per coprire altri.. rumori”.
“In quella piccola scuola, comunque, c’era un forte senso di condivisione, amavamo fare lezione all’aperto”. Ma Antonella coglie un punto decisivo: quella scuola, pur affascinante e bucolica, non offriva abbastanza. Mancavano confronto, socialità, pluralità di insegnanti, laboratori, stimoli.
È qui che nasce la sua scelta, radicale e controcorrente. A differenza della narrazione cinematografica, che difende a ogni costo la piccola scuola di montagna, Antonella prende una strada opposta.
“Ne parlai con i genitori, che furono d’accordo di lasciare che i figli frequentassero la scuola di Villetta Barrea, a due chilometri da Civitella.”
Alla fine, resta una memoria intensa. “Sono stata l’ultima insegnante del paese”, ci racconta. “Ci sono rimasta il tempo per sentirmi simile alla maestrina dalla penna rossa”. Un’immagine da libro Cuore.
Il confronto con Un mondo a parte è inevitabille, ma dove il film vede resistenza quasi eroica e poesia dell’isolamento, Antonella porta con sé una consapevolezza moderna: la scuola non può restare isolata, nemmeno in un luogo incantevole. Perché, come insegna questa storia vera, la montagna può fare molto. Ma non può fare tutto.









