Scegliersi consapevolmente. Con Giulia, nella mente del cane

di Alessio Ludovici | 25 Febbraio 2022 @ 06:00 | AMBIENTE
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L’AQUILA – “Il cane è un essere pensante, non è imprevedibile, se fa una cosa c’è sempre un motivo”. E’ questo il presupposto dell’approccio educativo cognitivo-zooantrologico. Ne parliamo con Giulia Colasacco, educatrice cinofila che opera anche sul territorio di L’Aquila, accompagnata dalle sue Aleu e Naga. Studi alla Siua, la Scuola di interazione uomo animale, e tanta esperienza sul campo con cani di ogni tipo.

Troppe persone giurano di poter fare a meno degli educatori, raramente accettano di avere un problema. Eppure un educatore può cambiarti davvero la vita. Se il cane tira o ‘disubbidisce’ o più in generale non fa quello che ci aspettiamo siamo propensi a dare la colpa ai cani. Non è affatto così. “Anche i problemi più comuni sono dovuti a misunderstanding, il cane parla una lingua, noi un’altra”. L’educatore opera in quello spazio, aiuta a mettersi in connessione con il proprio cane. I pet mate, come questo approccio preferisce chiamare i vecchi “conduttori” o più banalmente “proprietari”, devono avere solo l’umiltà di mettersi un po’ a nudo. 

Cognitivo – zooantropologico, che cosa vuol dire? “Cognitivo perché noi riconosciamo nel cane una mente pensante, zooantropologico perché il fulcro di questo approccio è la relazione tra umano e cane. Il cane è un essere sociale e vive di relazione”.

Si discosta dai metodi più tradizionali, quello classico e quello behaviorista, che si basano essenzialmente sulle risposte a stimoli precisi, il cane fa una cosa in cambio di un premio o all’attivazione di un certo meccanismo di controllo. Metodi arcinoti e replicati anche ingenuamente da tanti di noi conduttori, magari con l’ausilio di qualche video di YouTube. Resta? Seduto? Chiunque ha un cane ci ha provato. Ma nel momento in cui non c’è lo stimolo cosa succede? “Chi è il cane? Di cosa ha bisogno? E’ un soggetto che ha motivazioni, vocazioni ed emozioni – spiega Giulia – e pensare che debba fare quello che diciamo noi significa solo volere qualcuno a cui dare ordini, ridurlo ad una macchina. Se lavori solo sul controllo vuol dire che tu il cane lo devi controllare h24. E quella volta che ti giri? Che fai? Quella volta che il premio non lo hai con te? È per questo che bisogna lavorare sull’autocontrollo e l’autonomia del cane, perché solo così ci si può fidare di cosa fa”. 

“Per il nostro approccio il cane è insieme di filogenesi, ossia la parte genetica, comportamenti innati, le motivazioni di razza che si trovano dentro il cane, e ontogenesi, ossia le esperienze che il cane fa nell’arco della sua vita. Per far sì che si sviluppi un individuo pro sociale è necessario dare al cane gli strumenti giusti nelle fasi giuste della crescita. Il nostro lavoro è sulla mente del cane, su come il cane vive il mondo, su ciò che cerca nel mondo e cosa lo soddisfa veramente. Come soggetto, come individuo necessita di potersi esprimere ed appagarsi, altrimenti metterà in atto dei comportamenti che per noi sono incomprensibili e spesso tacciati di imprevedibilità. Il problema sono le nostre lenti con cui guardiamo i comportamenti. Il cane non è mai imprevedibile, sa esattamente cosa fa e dietro una scelta c’è una pragmatica precisa. Siamo noi che dobbiamo mettere i cani nelle condizioni di essere autonomi, di essere liberi. Prosociale non significa andare d’accordo con tutti ed essere perfetto in ogni tempo e contesto, al contrario prosociale vuol dire essere in grado di muoversi in più contesti al meglio delle proprie possibilità e capacità, restando il linea con il proprio io. Se in primis noi non mettiamo i cani nelle condizioni giuste non possiamo pretendere poi la perfezione. La perfezione è utopia, nessuno è perfetto, è sempre una questione di lenti.”

Introdotto in Italia da Roberto Marchesini, l’approccio cognitivo-zooantropologico si fa largo in un mondo, quello della cinofilia, segnato da convinzioni dure a morire e fa i conti con una cultura cinofila molto bassa nel paese, elemento che favorisce il diffondersi di pratiche totalmente deleterie, dal mercato dei cani all’idea più generale che il cane sia un oggetto.

Ci vorrebbe un amico, il ruolo dell’educatore

Quando interviene l’educatore? Già nella scelta del cane. Nota: il consiglio, anche di Giulia, è sempre quello di rivolgersi ad allevamenti professionali. Altrimenti ci sono i canili. In entrambi i casi la figura dell’educatore crea i presupposti per una relazione efficace.

“La maggiorparte dei problemi nasce lì, quella è la base, dopo si può  intervenire ma è più difficile” spiega Giulia. E’ un momento sottovalutassimo, in fondo si vuole solo scegliere un cane, certi di fare la cosa giusta.

In canile non sempre si trovano educatori ed istruttori e questo è un grande problema. La loro presenza sarebbe – e dovrebbe – essere fondamentale. Prima di andare in canile bisognerebbe contattare un educatore e poi farsi accompagnare. L’educatore, mi racconta Giulia, fa prima una consulenza di pre-adozione, conosce la famiglia, cerca di capire come amiamo passare le giornate, quali sono le nostre abitudini, come impieghiamo il tempo libero. Se ci piace fare passeggiate c’è un cane, se non ci piace uscire molto o siamo alla prima esperienza il cucciolo magari è meglio evitarlo ad esempio. Ci sono cani non adatti a vivere in città, o altri con problematiche comportamentali importanti e magari affidati a persone alla prima esperienza con risultati spesso drammatici.

“Nella consulenza si valutano questi aspetti ma anche quelli caratteriali e psicologici, del cane e delle persone. Se sei una persona estroversa magari è meglio un cane molto socievole, se sei introverso allora potrebbe essere meglio un cane di altro tipo. Ci vuole una linearità, come ci vuole coerenza nell’educazione. Per questo bisogna scegliersi consapevolmente, non è l’umano che sceglie il cane né il cane che sceglie l’umano. Dopo la consulenza c’è un percorso di conoscenza, si fanno attività per vedere se cane e persona legano, poi c’è l’inserimento e infine il percorso di postadozione”. Possono sembrare esagerazioni, ma i risultati sono evidenti. 

Giulia lavora come professionista ma è impegnata anche nella diffusione di una buona cultura cinofila. Per chi ne volesse sapere di più un webinar, il prossimo 4 marzo, accenderà i riflettori proprio su questi aspetti della “scelta” del cane. Con Giulia ci saranno Martina Ossola, dott.sa in Allevamento e Benessere animale, allevatrice professionale di Shetland Sheepdog, e Ornella Minafra, educatore cinofilo responsabile del canile LNDC sezione di Ruvo di Puglia. Ospiti anche volontari e professionisti formati in tanti specifici aspetti e che possono aiutare i neofiti a fare le cose giuste, ma utili anche per chi un cane ce l’ha già per diffondere una giusta cultura cinofila. Del resto anche un semplice annuncio online può nascondere un mondo, di errori. Pensiamo ai tanti che se ne leggono. Un cane coccoloso. Dolcissimo. “Anche la presentazione di un cane ha dei criteri, non è coccoloso, bisogna spiegare chi è quel cane, che passato ed esperienze ha, che margini di miglioramento ha, quali sono i suoi punti di forza e quali le sue difficoltà, se ha bisogno di un educatore o di un istruttore.” .
Sono con noi da millenni e sono milioni, ma abbiamo ancora molto da imparare su di loro.

 

 


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