Sant’Agnese: da Piazza Navona alle malelingue aquilane

di Fausto D’Addario | 21 Gennaio 2023 @ 05:26 | I LUOGHI DELLO SPIRITO
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Sant’Agnese, giovanissima romana martirizzata nel luogo dove oggi sorge Piazza Navona, da esempio di candore e purezza, a L’Aquila è diventata incredibilmente patrona delle malelingue e del pettegolezzo. Una sentita tradizione tutta aquilana, che però non ha niente a che fare con il culto religioso, se non per la coincidenza della data. Ma andiamo con ordine.

Antichissima è la menzione del culto: risale all’anno 336; non sappiamo bene se Agnese sia stata vittima di una delle persecuzioni dei cristiani alla metà del III secolo o di quella avvenuta sotto Diocleziano all’inizio del IV secolo. Sta di fatto che la sua storia commovente colpì sin da subito l’immaginario popolare: una ragazzina di 12 o 13 anni, vergine, il cui nome ricordava quello dell’agnello, animale puro e dal destino sacrificale, barbaramente uccisa per aver rifiutato una proposta di matrimonio o per essersi rifiutata di sacrificare agli idoli. Catturata e denudata, venne esposta in un postribolo nei pressi dello stadio di Domiziano, l’attuale piazza Navona, sul sito dove oggi sorge la barocchissima chiesa di Sant’Agnese in Agone del Borromini. Per la legge romana le vergini non potevano essere giustiziate e quindi dovevano essere prima violate. Ma nessuno poté avvicinarsi a lei: le crebbe una chioma fluente di capelli che la avvolse completamente, preservandone il pudore.

Da qui i racconti divergono: il suo martirio fu narrato già alla metà del IV secolo da Papa Damaso e da Sant’Ambrogio. Il primo le dedicò un celebre carme, scolpito su pietra e tuttora visibile nella basilica dedicata a Sant’Agnese a Roma sulla via Nomentana e si accenna alla pena del fuoco. Sant’Ambrogio la rese un celebre modello di verginità – modello che sarebbe rimasto intatto per secoli – ma secondo il vescovo milanese fu uccisa con un colpo di spada: jugulata direbbero gli aquilani.

Il racconto del suo martirio e il suo culto si estesero ben presto oltre i confini di Roma: chiese, cappelle e monasteri le vennero dedicati ovunque in tutta Europa. Anche in Abruzzo dovettero diffondersi precocemente, visto che troviamo il patrocinio di Agnese associato a insediamenti monastici. Anzi, è da notare che il suo culto dovette essere in qualche modo connesso alla presenza di acque e a precedenti culti di divinità legate alla fecondità, in particolare al culto della dea Bona. Il patrocinio delle acque era connesso alla Madonna, a Santa Lucia e a Sant’Agnese, ma anche alle tre sante protettrici delle puerpere: Sant’Agata, Sant’Eufemia e Santa Scolastica.

Anche L’Aquila aveva il suo monastero, di origine trecentesca, dedicato a Sant’Agnese, confinante con quello di San Basilio. Andate via le religiose, i locali della chiesa e del monastero furono adibiti prima a caserma e poi vennero inglobati in quello che è oggi l’articolato complesso dell’Ospedale San Salvatore. Secondo una versione sarebbe proprio proprio in questo luogo che avrebbe avuto origine la tradizione aquilana delle maldicenze.

Nel monastero aquilano trovavano ospitalità le malmaritate, le donne povere e sfortunate della città, che durante la giornata prestavano servizio presso le dimore delle famiglie nobili e che la sera tornavano tra le mura del convento. Il 21 gennaio, il giorno della festa di Sant’Agnese non lavoravano, e quindi si ritrovavano nelle taverne della città, per parlare e sparlare sulle abitudini e sui segreti dei ricchi del tempo.

Secondo un’altra versione intorno al Trecento dei nobili aquilani – la prima congrega nata –  si riunivano in una locanda sita presso le 99 Cannelle, dove trascorrevano il tempo a parlar male dei governanti e in sostanza di chiunque. Cosa che dovette dispiacere alquanto ai potenti del tempo, che presero la decisione di allontanare questi linguacciuti, vietando loro di rientrare all’Aquila, pena la morte. Ma le proteste dei cittadini e soprattutto delle mogli furono tali che la combriccola maldicente poté rientrare all’Aquila proprio il 21 gennaio, il giorno di Santa Agnese, ma dietro proibizione di riunirsi dentro le mura della città. Nessun problema: tradizione volle che il gruppo si stabilì in una nuova taverna fuori le mura della città, riprendendo la ciarliera consuetudine.

Queste le origini sospese tra mito e folklore di una festa aquilana, che resistette per secoli, nonostante i vari tentativi di limitarla, se non addirittura di sopprimerla. Ultima la pandemia, che ha fortemente limitato le manifestazioni degli ultimi due anni. Quest’anno la solennità più profana dell’anno, tanto attesa dagli aquilani, finalmente si è potuta festeggiare con numerosi appuntamenti, segnati dal tutto esaurito. Dopo aver sparlato e spettegolato su tutto in lingua e in vernacolo – si “dice il male”, non “si dice male”, come ricordano i Devoti di Sant’Agnese – si eleggono i più mordaci di ogni compagnia. Non dovrebbero mai mancare, tra gli altri, le figure della lavannara (la lavandaia), la mamma dei… fatti degli altri, la recchia fredda, perché appoggiata al muro per origliare, la vipera e la lingua zozza.

Dal 2004 la maldicenza è diventata un Pianeta, una manifestazione con l’obiettivo di curare e rilanciare questo rito agnesino tutto aquilano di una critica sincera e costruttiva, “del dire il male e non dire male”. In attesa della premiazione del 21 gennaio che concluderà questa 18ª edizione, lasciamo che Sant’Agnese prenda in mano la situazione e accompagni i cittadini

con il famoso ritornello:

Sant’Agnese jugulata
la reggina ‘e lla lencua e ju sfotto’.
Sant’Agnese reprecata
‘na pipìzzela che non se’ po’ frena’.

Sant’Agnese sgozzata
La regina della lingua e dello sfottò.
Sant’Agnese ripregata
Una favella che frenare non si può.


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