San Giovanni Battista di Lucoli, un’abbazia alla prova del tempo

Il santo patrono di Lucoli in provincia dell'Aquila è Giovanni Battista, la cui Natività si festeggia il 24 giugno. Nel comune si trova anche la splendida abbazia di San Giovanni Battista

di Fausto D'Addario | 24 Giugno 2024 @ 05:00 | I LUOGHI DELLO SPIRITO
Lucoli
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L’AQUILA – Lucoli è un centro montano in provincia dell’Aquila, suddiviso in diciassette frazioni poste ad una altitudine media di mille metri s.l.m e con una popolazione di poco più di 800 abitanti. Il santo patrono di Lucoli in provincia dell’Aquila è Giovanni Battista, la cui Natività si festeggia il 24 giugno. Nel comune si trova anche la splendida abbazia di San Giovanni Battista, di cui parleremo a breve. La parte abitata del comune è adagiata in una valle che discende dalla Piana di Campo Felice, in buona parte rientrante nel territorio comunale, solcata dal Torrente Rio tra il gruppo montuoso di Monte Orsello (2044m) e di Monte Ocre-Monte Cagno (2202m), fino all’imbocco della Conca Aquilana. Il tutto tra un’altitudine compresa tra i 750 e i 1.350 m s.l.m. Nei pressi del confine nord-est del comune si è registrato l’epicentro del rovinoso sisma del 6 aprile 2009, anche se Lucoli non ha sofferto come quelli in zone immediatamente limitrofe, probabilmente grazie alla schermatura del massiccio di Monte Ocre-Monte Cagno. Il 29 luglio 1927 il comune di Lucoli fu soppresso insieme ad altri 7 comuni aquilani e il loro territorio fu annesso al comune dell’Aquila, per costituire la Grande Aquila. Tra tutti, Lucoli fu l’unico che nel 1947 riacquistò la sua iniziale autonomia.

Un po’ di storia

Ancora oggi gli agglomerati sparsi hanno il loro punto aggregante e la chiesa principale a Collimento e non a caso: l’unificazione della valle lucolana si realizzò nel lontanto 1077 con Oderisio dei Marsi, fondatore dell’abbazia di San Giovanni Battista a Collimento. L’ipotesi di una ri-fondazione, anziché una fondazione vera e propria, troverebbe sostegno nella presenza di una già costituita comunità monastica nell’atto di donazione, l’esistenza di una proprietà dell’abbazia di Farfa nel X secolo, con la chiesa di San Benedetto a Colomonte. Da quel momento l’abbazia lucolana ha segnato l’organizzazione del territorio, assumendo una posizione di preminenza e la festa annuale del 24 giugno rappresenti per i Lucolani da secoli lo spirito della loro identità storica e religiosa. 

Il conte Oderisio, che risiedeva nel castello di Collimento, fece dono all’abbazia di un territorio particolarmente ampio, corrispondente grosso modo all’attuale comune di Lucoli; richiamandosi all’amore di Dio e alla salvezza dell’anima propria e dei congiunti, mise prudentemente il complesso sotto la protezione della Santa Sede, sottraendola così al controllo del vescovo locale e proteggendola – insieme ai suoi beni – dai rischi di una occupazione normanna. I possedimenti vennero confermati nel 1215 dal papa Innocenzo III, particolarmente legato all’ordine monastico e ancora nel 1277 Giovanni XXI confermò e associò a San Giovanni Battista altre proprietà. Monaco di questa abbazia fu San Franco di Roio per alcuni anni ma, scelto come futuro abate, preferì rinunciare alla carica e darsi alla vita eremitica. 

Gli abati di Collimento di Lucoli contribuirono alla fondazione dell’Aquila con la chiesa di San Giovanni di Lucoli, oggi scomparsa, situata a ridosso delle mura della città in corrispondenza della Porta di Lucoli e a poca distanza dalla Porta Roiana. Fu chiesa capoquarto di San Giovanni nei primi secoli della storia cittadina. Si ricorda che la chiesa di San Giovanni del castello di Lucoli intus moenia dell’Aquila dipendeva direttamente dall’abate che, come scrive Buccio da Ranallo, condivideva a pari titolo i privilegi vescovili: “Lo Viscovo e lo Abate, ambo con le mitre, stavano cantu lato“. A causa dei danneggiamenti subiti dai numerosi terremoti, fu sostituita come capoquarto dalla chiesa dei Santi Marciano e Nicandro e così cadde in una lenta decadenza, sino alla definitiva distruzione in seguito al terremoto del 1703. Riedificata in dimensioni ridotte, scomparve definitivamente alla fine de XIX secolo. Tutto quello che possiamo ammirare oggi dell’antica e gloriosa chiesa di San Giovanni è la sua facciata smontata e ricostruita su quella della chiesa di San Francesco di Paola su via XX Settembre, a tutt’oggi puntellata.

Ritorando alla nostra storia, la decadenza della vita cenobitica a causa della scarsa disciplina dei monaci spinse il 27 settembre del 1294 papa Celestino V ad aggregare l’abbazia a quella di Santo Spirito a Sulmona. Dopo pochi anni, già nel 1318 l’abbazia era tornata ad essere indipendente e la vita monastica poté riprendere. La stima che ne ebbe Roma fu tale che l’abate Andrea, di nomina papale, ricevette il compito di riscuotere le decime dovute alla Santa Sede dalle sette diocesi abruzzesi. L’ultimo abate eletto dai monaci morì nel 1456, poi papa Callisto III nel 1461 la soppresse e secolarizzò il cenobio, introducendo il primo abate commendatario nella figura di Giambattista Gaglioffi, membro dell’omonima facoltosa famiglia aquilana, che fu anche vescovo dell’Aquila alla fine del Quattrocento. L’abate Gaglioffi, come tutti i successori secolari, elesse a propria dimora la chiesa di San Giovanni di Lucoli all’interno dell’Aquila, anziché nella residenza monastica di Collimento, determinando quel distacco tra popolazione lucolana e abbazia. La stagione delle commende aveva almeno un triplice intento: da un lato c’era il bisogno sempre più impellente da parte della corte pontificia di avere rendite; dall’altro lato la costante crisi in cui si venivano a trovare i monasteri benedettini, rese sempre più instabile il governo delle comunità e l’amministrazione dei beni, con conseguente fragilità dei monasteri; infine era intenzione dei papi porre anche un freno alla decadenza della vita monastica, accentuata un po’ ovunque a partire dal Trecento: il commendatario, persona estranea all’ambiente, poteva assumere la funzione di arbitro tra le numerose contese che opponevano i monaci tra loro e con l’autorità ecclesiastica, e inoltre aveva l’interesse a mantenere intatto il patrimonio dell’ente monastico i cui proventi, in gran parte, finivano per arricchire il commendatario stesso. Non sembra questo il caso della gestione del Gaglioffi, perché sotto il suo mandato furono eseguiti lavori di abbellimento artistico della chiesa e di riattamento e ampliamento degli edifici. 

Un altro attore contro cui gli abati di Collimento dovettero confrontarsi furono i vescovi, prima quelli di Forcona e poi quelli aquilani in seguito alla fondazione della città. Innumerevoli i tentativi di estendere la loro giurisdizione sul territorio dell’abbazia, che fallirono sempre miseramente, tanto che un abate cistercense, eletto direttamente da papa Nicolò IV nel 1291, fu costretto a dimettersi dopo poco e che l’annessione di San Giovanni Battista alla Badia di Santo Spirito al Morrone, disposta da Celestino V nel 1294, fu annullata da Bonifacio VIII. I privilegi abbaziali furono ribaditi anche dopo l’affidamento a commenda: la situazione mutò solo nel 1754, quando papa Benedetto XIV pose termine alle infinte dispute dandola vinta al vescovo dell’Aquila. I Lucolani però non gradirono la decisione e l’abate dell’epoca preferì darsi al re, piuttosto che al vescovo, nella speranza di riconquistare in parte l’autonomia perduta. Ecco che nel 1793 il re di Napoli Ferdinando IV acconsentì alla richiesta e l’abbazia divenne di regio patronato, riservandosi l’elezione dell’abate commendatario e lasciando al vescovo, quando ormai tutti i giochi erano fatti, la mera approvazione canonica. Un tale stato di cose sembra durare fino al 1869, quando la nomina del parroco da parte del vescovo dell’Aquila poté avvenire solo da quella data. I parroci di San Giovanni, ironia della sorte, conservano ancora il titolo onorifico di abate. Oggi l’abbazia continua la sua millenaria esistenza svolgendo la funzione di parrocchia principale, spiccando in posizione isolata rispetto all’abitato con la torre campanaria romanica e il complesso monastico disposto intorno al chiostro.

Un po’ di arte

Il complesso si è conservato mantenendo una certa configurazione originaria, ma ha subito notevoli interventi e adattamenti nel corso dei secoli. Ad esempio l’interno della chiesa era stato trasformato secondo il gusto barocco, ma il recente restauro ha ripristinato in parte lo splendore dell’assetto del XIV e XV secolo, rivelando tra l’altro le originarie colonne ottagonali. La chiesa doveva inoltre presentare una pianta a tre navate, separate da una duplice fila di colonne ottagonali con volte a crociera costolonate e con una facciata principale a coronamento orizzontale. Di questo periodo restano anche le monofore ogivali trilobate del prospetto laterale nord e di quello ad est. La volta a crociera fu dapprima sostituita con una volta a botte seicentesca per venire poi eliminata con l’ultimo restauro. Tra il quarto e il settimo decennio del Seicento la chiesa fu infatti rinnovata per opera di maestranze attive nei cantieri più importanti dell’Aquila. La data del 1647 incisa su una lastra lapidea all’ingresso dell’atrio potrebbe indicare la conclusione di una prima fase di lavori.

Una lapide ricorda che nel 1837 venne rifatto il prospetto principale a tre archi con materiale antico; l’ultimo restauro si è concluso nel 1994 ed ha permesso la riscoperta di antiche fasi costruttive. Pittoresco per la singolare planimetria e l’articolazione in portici e logge è il chiostro, appoggiato per un lato alla muraglia della chiesa; è a due ordini, con porticato inferiore formato da archi retti da pilastri e colonne di risulta, e ballatoio superiore coperto su cui affacciano gli ambienti monastici. Una conformazione unica, che si è venuta a determinare probabilmente a un sommarsi di lavori di ricostruzione e ampliamento.

Un bel portale rinascimentale immette nell’austero interno della chiesa di San Giovanni a tre navate. Resti di dipinti rinascimentali, attribuiti ad Andrea De Litio, ornano i fusti dei pilastri e la parete del presbiterio rialzato e diviso dall’aula da una preziosa balaustra marmorea del 1707. Si riconoscono sui pilastri dell’arco trionfale San Lorenzo e San Giorgio, posti uno di fronte all’altro, un Santo Francescano su un pilastro della navata centrale ed un ritratto di vecchio sul pilastro sinistro. Altri episodi, due figure di Vergine col Bambino ed un altro Santo Francescano, sarebbero opera della bottega. Il fastoso altar maggiore è datato 1756, che porta al centro la statua del Battista e i dipinti raffiguranti San Giovanni Evangelista, a sinistra, e San Benedetto da Norcia, a destra. Lungo le pareti dell’edificio sacro sfilano le cappelle intervallate da affreschi e lapidi commemorative. Da segnalare l’altare della Santissima Trinità con tela attribuita a Giulio Cesare Bedeschini sul lato sinistro e l’altare barocco della Madonna del Rosario, di impostazione simile a quello principale, con dipinto attribuito a Pompeo Cesura sul lato destro. In controfacciata è posto quello che resta di un organo a canne, con bella cassa lignea intagliata. Fato un salto anche nella sagrestia, che conserva il suo aspetto barocco a cominciare dalle opere di ebanisteria: il coro, dietro il quale sono stati ritrovati affreschi rinascimentali attribuiti a Francesco da Montereale, il confessionale, gli armadi ed il soffitto ligneo a lacunari con stemma di Giambattista Gaglioffi, il primo della serie degli abati commendatari dell’abbazia.

Tra mare e monti, cielo e terra, pianure e città, l’Abruzzo è un caso esemplare, forse più di ogni altra regione italiana: il patrimonio culturale e spirituale germogliato dalle radici dell’ideale monastico è ben visibile nella regione, punteggiata pressoché ovunque da abbazie, monasteri, conventi, chiese ed eremi. Certo, non può non salire al cuore una certa malinconia quando si constata che monasteri e chiese, nati sotto la stella benedettina, oggi non sono più vivificate dalla presenza laboriosa e dalle note mistiche della preghiera dei monaci, al ritmo unificante dell’ora et labora


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