San Benedetto, il monaco che disegnò la storia dell’Abruzzo

di Fausto D'Addario | 11 Luglio 2024 @ 05:38 | RACCONTANDO
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L’11 luglio si festeggia San Benedetto patrono d’Europa. In Abruzzo l’espansione dei monasteri benedettini segnò profondamente la storia, la cultura e la geografia del territorio

L’11 luglio si festeggia San Benedetto patrono d’Europa. In Abruzzo l’espansione dei monasteri benedettini segnò profondamente la storia, la cultura e la geografia del territorio, raggiungendone praticamente ogni remoto angolo. Nascoste tra valli solitarie, edificate su balze rocciose o su altipiani deserti e silenziosi, le grandi abbazie o le piccole celle sono state l’antico cuore di questa regione dal carattere defilato. I monaci camminarono su impervie vie lungo l’arco dei secoli i monaci, portando nel silenzio solenne di questa terra la parola della fede. La loro opera favorì un clima artistico che, pur nella sua severa bellezza, raggiunse nobili e alti traguardi: raramente si trova un rapporto così spirituale fra l’ambiente della natura e gli uomini.

L’espansione monastica in Abruzzo fu ricchissima e diffusa. Regione decentrata rispetto ai grandi avvenimenti che sconvolgevano la penisola, dopo il lento dissolversi delle istituzioni romane, il territorio visse una prima efflorescenza monastica, che va dalle origini fino all’invasione longobarda e di cui sappiamo ben poco. Il periodo che precede la dominazione dei Longobardi è documentato limitatamente alla provincia Valeria, nei Dialoghi di papa Gregorio Magno. Interessante la vicenda del mago Basilio: costretto fuggire da Roma, si rifugia presso il vescovo di Amiterno, Castorio, nella provincia Valeria e gli chiede di intercedere presso il monaco Equizio, perché lo accolga nel suo monastero. L’episodio testimonia una presenza monastica già prima di Benedetto, punto di riferimento per il futuro monachesimo. Le più antiche attestazioni di monasteri si registrano nella zona di Carsoli, confinante con la Sabina, e nella Marsica, sulla sponda settentrionale del Fucino (Celano, S. Benedetto dei Marsi). Entrambe le aree sono attraversate dalla Tiburtina-Valeria, che si rivela quindi un vettore importante per la penetrazione del monachesimo.

La seconda fase è il periodo d’oro delle grandi abbazie del centro-sud. Il messaggio di San Benedetto si diffonde in modo capillare e stabile e per almeno quattro secoli, almeno a partire dalla seconda metà dell’VIII, tramite l’acquisizione di consistenti beni fondiari, in gran parte amministrati dai monasteri locali, Montecassino, Farfa, Subiaco, S. Vincenzo al Volturno e S. Clemente a Casauria controllano praticamente tutto il territorio, con una maggiore concentrazione di monasteri minori, di celle e di edifici di culto in prossimità delle vie di traffico ed al centro delle zone più fertili. Soprattutto Farfa ha una preferenza per i territori di Amiterno e Forcona, confinanti con il reatino ed il cicolano, dove l’abbazia sabina ha già un consistente patrimonio fondiario, e Montecassino per quello marsicano, attraversato da strade che servono anche il Lazio meridionale.

È solo intorno all’anno Mille gli insediamenti monastici abruzzesi cominciano a slegarsi dalla dipendenza delle madri: la progressiva perdita di importanza politica delle grandi abbazie si deve all’accresciuto potere della nobiltà laica, con la fondazione di monasteri “familiari” e le donazioni piuttosto ricche a edifici di culto e alle comunità benedettine locali. È il caso dei potenti Conti dei Marsi, che estendono il controllo sul territorio attraverso questi enti religiosi, in un momento in cui non godevano più della protezione e del prestigio di un tempo. Quasi tutti i documenti che attestano le proprietà dei monasteri dell’Abruzzo interno risalgono al periodo compreso tra i secoli X ed XI. In seguito, qui come altrove, si assiste al progressivo depauperamento dei beni monastici, determinato da una complessa serie di fattori, quali il mutamento del quadro economico, la crescita dei centri urbani e l’accrescersi del controllo territoriale della nobiltà locale, nonché il rafforzamento del potere vescovile. Un’ultima grande efflorescenza di vita monastica si ha tra il Due-Trecento, secoli che vedono la regione attraversata dalle novità dei cistercensi e dei celestini, ordini segnati da una freschezza di spirito e da un ritorno al lavoro manuale e all’eremitismo.

Allo stato attuale, mettendo insieme fonti scritte e ritrovamenti archeologici, delle in Abruzzo sono noti oltre 600 insediamenti benedettini. Di questo immenso patrimonio è giunto a noi poco, ma quel poco è a dir poco spettacolare: capolavori ancora troppo poco conosciuti, come la pura essenzialità di San Liberatore a Maiella a Serramonacesca, appunto la serra dei monaci; il complesso monumentale di San Clemente a Casauria, l’abbazia di fondazione imperiale che fece scuola in tutto l’Abruzzo; quel racconto di pietra che è l’abbazia diSan Pelino a Corfinio, nella prima capitale d’Italia; San Giovanni in Venere, sospesa tra l’azzurro del cielo e il turchese del mare; Santa Maria Arabona, cuore pulsante dei cistercensi; l’Abbazia di Santi Spirito al Morrone e la Basilica di Collemaggio, sorte per ispirazione del papa eremita Pietro Celestino.

I monaci creavano legami e nel creare legami creavano mondi nuovi. L’Abruzzo è un gran produttore di silenzio, di sobria e rude bellezza: queste le caratteristiche della lunga storia del monachesimo abruzzese, che emergono dalla stupefacente forza e attualità del messaggio di San Benedetto, patrono d’Europa. La sua antica lezione è stata capace di coniugare l’ora et labora, pane spirituale e pane materiale. Riscoprire San Benedetto non vuol dire ripiombare nel Medioevo, ma uscire dal nostro medioevo, da questo tragico tempo che spesso, pur senza barbari, rinnova le barbarie, che senza conquistatori ricrea gli schiavi, che tenta di distruggere l’autorità senza riuscire a salvare la libertà e che spesso confonde il progresso col libertinaggio e la licenza. L’uomo moderno ha bisogno di regola, ha bisogno di ricomporre l’equilibrio infranto. E la riscoperta di Benedetto, della sua eredità materiale e spirituale, lo fa a noi contemporaneo, per riappropriarci delle più valide conquiste e costruzioni umane, per riprendere i sentieri interrotti e plasmare una nuova civiltà europea.


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