Salario minimo, Rita Innocenzi: “Misura di civiltà, lavoratori sempre più poveri”

di Redazione | 16 Agosto 2023 @ 14:46 | LAVORO
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L’AQUILA – “Il salario minimo è una misura di civiltà, da sancire con una legge dello Stato, in un Paese, l’Italia, che ha gli stipendi più bassi d’Europa, e dove tante lavoratrici e tanti lavoratori, anche con un contratto a tempo pieno e indeterminato, non ce la fanno ad andare avanti e sono sempre di più a rischio di povertà”.

Nelle ore in cui è in corso la raccolta firme nazionale, Rita Innocenzi, da anni sindacalista Cgil e oggi componente del coordinamento politico del Pd, già candidata alle elezioni politiche dello scorso 25 settembre, nel collegio di Teramo e L’Aquila, contrapposta all’allora candidata premier Giorgia Meloni, si esprime a favore della proposta di legge sul salario minimo legale a 9 euro lordi l’ora.

L’obiettivo è quello di porre una soglia minima rafforzando la contrattazione collettiva, facendo valere la retribuzione complessiva prevista dal contratto firmato dalle organizzazioni comparativamente più rappresentative, al fine di contrastare i cosiddetti “contratti pirata”, e al ribasso. Viene parallelamente fissata una soglia di 9 euro lordi all’ora come minimo tabellare, sotto la quale nemmeno la contrattazione collettiva può scendere.

Prosegue Rita Innocenzi: “i nostri nonni, ma anche i nostri genitori, con gli stipendi da impiegato o da operaio, hanno avuto la possibilità di garantire alla propria famiglia e a se stessi una esistenza  dignitosa, potendo pensare al domani, facendo studiare i propri figli, acquistando o costruendo casa. Questo oggi, anche per chi lavora a tempo pieno e con regolare contratto, è sempre più difficile, per non dire impossibile. Anche chi lavora è a forte rischio di povertà e di marginalità sociale. Lo dicono i numeri: le lavoratrici e lavoratori italiani sono tra i più poveri nella media europea delle retribuzioni”.

 Innocenzi respinge poi con forza l’argomento evocato anche dal Presidente del Consiglio Giorgia Meloni che parla dell’attuale contrattazione collettiva nazionale come risposta già presente e dell’inutilità del minimo salariale.  

“Si possono fare molti esempi ma, per coincidenze di tempistiche nei rinnovi, uno viene facile: due lavoratori, un bancario e un addetto alla sicurezza, che ogni giorno si incrociano per prestare la loro attività nello stesso luogo, ossia una filiale: i bancari sono nella fase della trattativa per il rinnovo del contratto nazionale e si può profilare un accordo che si avvicina alla richiesta di oltre 400 euro – spiega la sindacalista – ed è sacrosanto considerato come sono cambiate le condizioni del lavoro nelle banche e come è andato il settore. Gli addetti alla sicurezza invece il loro contratto nazionale lo hanno già avuto rinnovato, è quello della vigilanza privata, un contratto nazionale tecnicamente regolare che prevede un aumento di 140 euro, ovviamente spalmato nei prossimi cinque anni. Il vigilante, quindi, ha avuto pochi euro in più in busta paga, dopo 7 anni di mancato rinnovo,  che si aggiungono ad uno stipendio che non era dignitoso e che non lo è tuttora, con cui è impossibile far fronte ad una inflazione galoppante. E allora poniamoci il tema di come aiutare chi sta peggio e chi lavora in settori nei quali la contrattazione da sola non è bastata e non basta. Ci sono poi tante lavoratrici e tanti lavoratori che non sono affatto coperti dalla contrattazione nazionale, o che hanno ‘contratti pirata’. Mettere al bando quei ‘contratti’ come sostengono anche esponenti della maggioranza è necessario – aggiunge la Innocenzi – e allora si proceda subito e insieme al salario minimo con una legge sulla rappresentanza e si eviti di invitare ai tavoli istituzionali chi quei contratti fatti a danno dei lavoratori  li sottoscrive”.

Conclude Innocenzi, “Esistono enormi sacche di sfruttamento e precarietà. In Italia fare lo stesso lavoro non corrisponde automaticamente ad avere stesso salario e stessi diritti. Per loro come per tutte e tutti, l’unica soluzione è dunque l’introduzione del salario minimo che deve essere riconosciuto per legge e che dovrebbe essere accompagnato da diritti essenziali da garantire ad ogni persona, a prescindere dal tipo di contratto, del settore e della durata del rapporto, ma solo per il fatto che questa persona lavora”.


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