Sala Eden, una volta il Capodanno finiva lì

di Alessio Ludovici | 30 Dicembre 2021 @ 06:30 | RACCONTANDO
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L’AQUILA – Una volta la lunga notte di Capodanno finiva lì, alla Sala Eden a mangiare un cornetto caldo, probabilmente ignari del posto e della sua storia, dell’edificio, prezioso, per le funzioni che svolgeva: il convitto, la scuola, ma soprattutto la biblioteca provinciale. E poi negozi, la Camera di Commercio. E all’angolo, per un secolo o giù di lì, il bar caffè Eden.

L’atmosfera liberty, gradualmente perduta nel corso dei decenni, era frutto del restauro del 1931/33 di cui è stato Giorgio de Marchis a raccontare la storia in un vecchio pamphlet dal titolo La decorazione della Sala Eden dell’Aquila. Una decorazione mutuata dai grande caffè romani, città di cui L’Aquila subiva all’epoca l’influsso, ed europei spiega de Marchis. Un flusso di “idee nuove” di cui è esempio in città anche la presenza di un ingegnere come Vittorio Bonadè Bottino a cui è attribuita una qualche consulenza nel progetto, di Mario Bafile, dell’albergo di Campo Imperatore. Proprio Mario Bafile si occuperà del restauro e dell’impianto decorativo dell’Eden. A occuparsi dei decori è sempre un romano, seppur abruzzese di nascita, Virgiio La Rovere, pittore e decoratore che nella capitale lavora presso Duilio Cambellotti.

“Tempi moderni”, modernissimi, e richiami alla classicità si mescolavano nelle pitture, nei raffinati cristalli delle porte, nei mosaici. A lavorare con La Rovere ci sono Giulio Rufa e Francesco Barbieri, e a bottega un giovane Fulvio Muzi. Tante cose sono andate perse negli anni. Prima del sisma Mafalda Mannetti provò a rilanciare la storia dell’Eden o di ciò che ne rimaneva. Il sisma ha fermato anche quel tentativo.

Del domani si sa poco o nulla, se non che finalmente i lavori di una parte del grande aggregato dovrebbero finalmente partire nei prossimi mesi, in particolare proprio i lati che affacciano su via Bafile e il Corso, il Quarto Cantone. La sua assenza si fa sentire, soprattutto quella di un presidio culturale come la biblioteca Tommasi, ancora relegata in quel di Bazzano. Ma anche per quello strano caffè, dal sapore novecentesco, in cui “muse, musetti e museruole” raccontavano della città alla sfida dei nuovi, difficilissimi, tempi moderni.

 


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