Risvegli

di Redazione | 18 Aprile 2013 @ 00:00 | L'ELZEVIRO
luisa nardecchia
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di Luisa Nardecchia – Signora con cane. Sandali, piedi nudi, aria stanca. Cane tranquillo.
Teo mi tira verso di lei (mannaggia)…
I cani, come al solito, si annusano. Ci tocca farlo anche a noi.
“Benvenuta”dico io con un sorriso, vincendo l’imbarazzo.
“Grazie. Sono ancora in pieno trasloco”. Fa un cenno con la testa, a indicare un furgoncino bianco.
Due nerboruti giovanotti stanno scaricando scatoloni.
“Ce l’abbiamo fatta, finalmente, a rientrare. O meglio, è mia madre che ce l’ha fatta, io non abitavo più all’Aquila da un sacco di tempo”.
Il cane è un barbone grigio, taglia media, buono.
“Lei invece? da quanto tempo sta qua?” mi chiede.
“Da sempre”(davvero ho detto da sempre? Ho detto così?). La signora sgrana gli occhi e tira giù gli angoli della bocca. Come a dire: “Che corata…”.
Ma è evidente che la signora viene da fuori: è totalmente spaesata ed estranea, è in preda a uno smarrimento angosciato. “Stia pure tranquilla, signora” cerco di confortarla. “Si troverà bene qui, siamo una piccola comunità. Nessuno ha voglia di parlare con nessuno, ma parlare non serve, in questi casi, lei capisce…”.
Sembra non aver sentito. “E’ vero che ci stanno gli extracomunitari?” mi chiede poi, quasi piagnucolando. “Non lo so, signora, ma le assicuro che, se hanno la casa qui,sono più aquilani di noi: gente che lavora, manda i figli a scuola…”. Mi squadra. Sento che mi sbircia quasi di nascosto, dalla testa ai piedi.  Probabilmente si sta chiedendo se non abbia appena fatto una gaffe, se anch’io non sia un’extracomunitaria (il che, a guardare il mio abbigliamento diciamo così selvatico quando sto sotto C.A.S.A. con Teo, è assolutamente credibile).
“Mia madre ha 89 anni” dice sospirando, dopo una lunga pausa. “Stava quasi per lasciarci, ha avuto un brutto crollo, mesi fa”. “Mi spiace” dico contrita. “No, no… poi si è ripresa. Quando le hanno detto che iniziavano a ricostruirle la casa, si è ripresa. E’ voluta tornare qui. E non c’è stato verso… Dice che vuole rientrare a casa sua. Dice che rientra a casa sua e poi muore. Rientro a casa e puoi muoio!, dice!”.
“Ma guarda”penso io “i giovani se ne vogliono andare, i vecchi vogliono tornare”.
La signora emette uno strano mugolio, poi fa un cenno con la testa a indicare una finestra al primo piano.
E così l’ho vista, dietro i vetri, la vecchietta. Dritta come un fuso, piccola e raggrinzita, gli occhi fieri e caparbi. Guardava al centro della corte, nei giardini. Guardava e non vedeva. Occhi di vecchia, rughe, dentro ci potevi leggere il passato e il futuro, la guerra e il terremoto, nessun presente, o un presente senza alcun valore, se non quello del passato e del futuro.
L’ho guardata in modo avido e indiscreto. L’ho guardata per un tempo interminabile. L’ho fissata intensamente, e con la pelle d’oca. E mi è sembrato la poesia più bella del mondo. Altro che libri, altro che teatro!
Quella vecchietta è stata oggi, per me, lo spettacolo della poesia.


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